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Mar 01

I Crociati obbligavano davvero le loro mogli ad indossare le cinture di castità?

Aleteia 28 Febbraio 2018

Si tratta di una clamorosa bufala. Le prime cinture risalgono al 1800, non al Medioevo! E la loro creazione è collegata a masturbazione, violenza sessuale e giochi erotici

L’uso delle cosiddette cinture di castità, fasce metalliche flessibili in grado di coprire i genitali e poi chiuse con lucchetti, risalirebbe ai tempi delle Crociate, quando i cavalieri in partenza per il Santo Sepolcro volevano assicurarsi la fedeltà delle proprie mogli durante la loro assenza. La cintura non è altro che un falso storico. Basta osservarle per capire come possano essere fonte di ferite e infezioni e abbiano serrature relativamente facili da aprire.

Problema igienico

Come nota Focus (agosto 2014) prima di tutto, c’è un problema di igiene: anche se la classica cintura prevede piccole aperture per l’espletazione dei bisogni fisiologici, ferite, infezioni e di conseguenza la morte di chi le indossava sarebbero sopraggiunte in tempi molto rapidi.

Inoltre, è plausibile che prima di partire i cavalieri si accoppiassero con le proprie mogli, magari con la speranza di trovare un bambino al loro ritorno. È evidente che la presenza di una cintura di ferro avrebbe impedito il parto. Senza contare l’obiezione più semplice: qualunque serratura medievale poteva essere aperta da un fabbro in pochi secondi.

Purezza teologica

Al di là di queste incongruenze logiche, c’è il fatto che non esistono autentiche cinture databili al Medioevo. L’idea di astinenza sessuale è certamente antichissima e lo stesso termine latino cingulum castitatis (traducibile appunto come cintura di castità) compare, a partire dal VI secolo, in alcuni testi di Papa Gregorio Magno, Alcuino di York, San Bernardo di Chiaravalle, fino a Giovanni Boccaccio. Ma in tutti questi casi è inteso come un simbolo di purezza teologica, non certo come un oggetto di dissuasione erotica.

Il patto allegorico di Guigemar

Il concetto di patto di castità tra due innamorati comparve invece più avanti, in alcuni poemi del XII secolo, come il Lai di Guigemar di Maria di Francia: alla partenza del cavaliere Guigemar la sua donna chiede all’amante di annodarle la camicia intorno alla vita, come patto di fedeltà fino al ritorno. Ma si tratta di un patto simbolico e, soprattutto, voluto dalla donna. Dunque in queste fonti l’intento era invariabilmente comico o allegorico, cioè non si riferivano a qualcosa che esisteva fisicamente.

Le donne fiorentine

Per trovare la prima citazione visuale di un oggetto che ricordi vagamente una cintura di castità dobbiamo aspettare il 1405 e un manoscritto, il Bellifortis di Konrad Kyeser, dedicato alla tecnologia militare dell’epoca. Il congegno disegnato, quasi un’armatura, è presentato come uno strumento imposto alle donne fiorentine dai mariti gelosi, ma i commenti di Kyeser sono ironici e probabilmente il disegno è stato realizzato sulla base di sentito dire e non copiando un oggetto autentico. Di certo non risulta nulla del genere nella Firenze del tempo.

L’incisione con la prostituta

Alcune incisioni del XVI secolo, tra cui una attribuita a Sebald Beham, raffigurano invece una donna che indossa una “cintura di castità”, chiusa da un lucchetto, in piedi tra due uomini mentre riceve e consegna denaro: l’interpretazione che ne è stata data è che si tratti di una prostituta in mezzo al cliente e al protettore, quest’ultimo disposto ad aprire il lucchetto solo al pagamento della prestazione. Anche se fosse stata vera e non solo simbolica, dunque, la cintura rappresentava qui solo uno strumento professionale.

Falso del XIX secolo

Fin qui, il mito medioevale. Le prime cinture di castità “vere”, reali, sono quelle finite nei musei intorno al 1840. Al Museo d’arte medievale di Cluny a Parigi, per esempio, fino a poco tempo fa si poteva ammirare una cintura che si diceva fosse appartenuta alla regina di Francia Caterina de’ Medici (1519-1589). Fu solo nel 1990 che i responsabili del Museo si accorsero che si trattava di un falso risalente al XIX secolo.

Metà ottocento

Anche un altro esemplare simile, esposto al British Museum di Londra e a lungo indicato come risalente al XVI secolo, è stato di recente datato alla metà dell’800 e tolto dalle esposizioni. Quasi tutti i musei che le conservavano e le attribuivano all’epoca medievale, hanno oggi corretto i loro cataloghi per indicarne la fattura recente o l’origine fraudolenta.

Masturbazione e violenza sessuale

Queste vere cinture a cosa servivano? Sul finire del XIX secolo, scrive La Stampa (febbraio 2017) la masturbazione era vista come un peccato ed ecco che le cinture di castità divennero realtà e un rimedio. Ci sono brevetti di inizio ’900 che spiegano l’utilità di questi strumenti per evitare che i giovani si masturbassero.

Queste cinture “moderne”, in cui il cuoio ha sostituito il metallo, vennero anche utilizzate per proteggere le donne dalle violenze sessuali in un periodo nel quale iniziavano ad affacciarsi a mondi ritenuti fino ad allora solo maschili come le fabbriche oppure per giochi erotici con pratiche sadomaso.

Il film di Woody Allen

Uno studioso, il professor Albrecht Classen (University of Arizona), nel libro The Medieval Chastity Belt: A Myth-making Process (Palgrave Macmillan, 2007), ha provato spiegare perché questo mito si è così alimentato nell’opinione pubblica. La cintura di castità non è molto diversa dagli altri miti medievali, come ad esempio la convinzione che Cristoforo Colombo abbia potuto raggiungere le Americhe perché convinto che la Terra fosse rotonda anziché piatta. Ma la sua popolarità è probabilmente maggiore.

Classen ricorda in particolare il contributo del film di Woody Allen Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere) tratto dall’omonimo libro del sessuologo David Reuben.

La cintura di castità viene descritta del libro, e nel film viene mostra all’opera con conseguenze esilaranti. Ma Allen, mettendo in ridicolo i contenuti del libro, si è forse avvicinato all’essenza delle cintura di castità meglio di chiunque altro: l’oggetto citato in alcuni testi medievali con l’intento invariabilmente comico o allegorico, nulla che esistesse fisicamente

 

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