Scuola allo sfascio? Ecco perchè

Radici Cristiane n.129 Dicembre 2017

I problemi, che la Scuola italiana oggi patisce, non nascono dal caso. Partono da lontano, da molto lontano. Da prima ancora delle proteste studentesche sessantottine. Tutto ebbe inizio con la nascita della “scuola di massa” ovvero massificata, imposta dalla legge n. 1859 del 31 dicembre 1962, quella che istituì la media unificata. In quest’intervista il prof. Manfredo Anzini, che ha dedicato l’intera propria esistenza al mondo dell’educazione, spiega come, perché e soprattutto chi abbia davvero “assassinato” la Scuola italiana..

a cura di Mauro Faverzani

E’ stato insegnante di Lettere, preside di liceo e presidente nazionale di un comitato di ispettori, docenti, genitori e uomini di cultura. In questa veste ha partecipato a diverse commissioni ministeriali per la riforma delle scuole superiori, nonché a numerose audizioni tecniche alla Camera e al Senato. Ma non solo: divenuto giornalista negli Anni Settanta, ha fondato e diretto due periodici, Verona Mese e Civitas Christiana, oltre ad una casa editrice.

E’ il prof. Manfredo Anzini, autore peraltro di diversi testi scolastici per la media e le superiori, saggi critici di Letteratura per riviste e collane universitarie. Ha varato persino un proprio sito web, alquanto frequentato. Per citare i titoli più noti: L’Avventura della lingua, La nostra lingua

Lingua e comunicazione, Guida all’analisi logica. Più recentemente ha pubblicato due memorie autobiografiche sotto forma di romanzo, Confessioni 2000 le Confessioni senili, ed un e-book dal titolo Pillole e caramelle. Insomma, un’attività davvero intensa, un’esperienza vasta ed una competenza invidiabile. Ma soprattutto un professionista tra coloro che il Sessantotto l’hanno vissuto e combattuto. Sul campo ovvero in aula.

Lei è stato Preside proprio nel periodo più infuocato del ’68. A suo parere, quanto il ’68 influì in Italia nel demolire la serietà del nostro sistema scolastico?

Sul piano storico, occorre sfatare subito un equivoco assai diffuso circa il rapporto causa-effetto tra il movimento sessantottino e lo sfaldamento dei valori della nostra scuola. In realtà, la nostra scuola non cambiò pelle e natura nel ’68 per le proteste studentesche. L’equivoco è stato alimentato ad arte per mimetizzare una verità scomoda inconfessabile, mai ammessa da nessuna fonte ufficiale. E non lo sarà mai, almeno fino a quando l’Italia, attualmente in asfissia mentale da sottocultura e pensiero unico, non si sveglierà adirata per il disastro, che le è stato causato a sua insaputa.

Quale è questa verità inconfessabile?

E tutta in una legge e in una data. La rovina della nostra scuola è cominciata il 31 dicembre 1962 con la legge n. 1859, con cui veniva istituita la scuola media unificata, successivamente unica. In pratica nasce per legge in Italia la scuola di massa, o meglio, la massificazione della scuola. Il ’62 segna per la nostra politica una svolta “epocale”. Parte il primo esperimento di un governo di centro-sinistra formato da DC-PSI-PRI.

Tra le condizioni prioritarie imposte dal PSI (leggi: Nenni, cioè socialismo marxista), per partecipare al governo, c’è la riforma della scuola media in senso unitario, unificando la vecchia media con l’avviamento professionale, l’altro canale formativo, a disposizione degli alunni dopo le elementari.

Perché tanta pressione? Semplice. Uno degli obiettivi più importanti per il marxismo italiano, che legava strettamente comunisti e socialisti, caldeggiato culturalmente da cattedratici e opinionisti dello stesso colore (esemplari, tra gli altri, Cesare Luporini e Ambrogio Donini, che già nel gennaio ’59, più di tre anni prima, avevano firmato — come senatori Pci -un progetto di legge per la riforma progressista della scuola, con la media unificata), era proprio l’eliminazione del doppio canale media-avviamento.

Cosa c’è di male in tale unificazione?

Basta chiarirne le motivazioni. Il progetto che sta alla base della nuova media unificata è tipico parto dell’ideologia egualitaria e livellante della visione comunista, tesa ad eliminare qualsiasi disparità tra i cittadini.

Come in tutte le ideologie, il messaggio è allettante, ma chiude volutamente gli occhi alle catastrofi che ne verranno. Ci vede invece benissimo sul guadagno immediato di consenso, anche elettorale, soprattutto presso i tanti meno fortunati, per i quali il traguardo egualitario senza sforzo è una conquista da sogno. Eppure, basta un po’ di buon senso e di riflessione razionale per scoprire il grande inganno sociale dell’ideologia egualitaria e livellante.

La riforma della media unica, impostata ideologicamente sul dogma egualitario, già sul piano del rispetto personale di ogni studente viola il sacrosanto diritto di ciascuno di loro di realizzare se stesso, elevandosi e costruendo il proprio futuro secondo i propri talenti e capacità. In effetti, unificando e massificando obbligatoriamente il gregge dei discenti, il legislatore della media unica, che intendeva eliminare tra gli alunni le disparità sociali, non si è accorto che, mentre combatteva le eventuali disparità esistenti, ne creava per legge molte altre peggiori nei confronti dei tanti alunni diversi tra loro per intelligenza, voglia di imparare, impegno personale, talento e capacità superiori, defraudandoli per legge dei loro diritti umani e individuali.

Basta un dettaglio per capire il disastro irrecuperabile provocato all’intera comunità nazionale. Al fine di attuare l’allineamento, si è fatto sì che prevalesse gradualmente nella didattica, specie nella scuola dell’obbligo, il principio pedagogico di “non lasciare nessuno indietro” e quindi necessariamente svolgere le lezioni e il programma (secondo il passo dei più lenti). Con buona pace dei “normali” o dei più dotati, quasi avessero perduto il diritto di essere istruiti secondo le proprie capacità e talento. Essere più intelligenti e volenterosi sembra sia una colpa e, peggio ancora, emargina i meno dotati. Di fatto poi, cosa accade nelle classi ligie al “buonismo” del pensiero unico? I migliori si annoiano o fanno chiasso.

Come era prevedibile, le generazioni figlie della nuova scuola, complice l’incessante indottrinamento mediático, si sono assuefatte all’inevitabile conseguenza del crollo generale del profitto e della qualità scolastica. Così, a partire dalla media unica, si è aperta la strada a tutte le riforme successive divenute necessarie per una scuola che gradualmente diventava sempre più ignorante. Neanche a dirlo, tutte le riforme successive sono all’insegna del ribasso, del facilismo più sconcertante, fino al ridicolo.

Posso garantirlo, perché le ho vissute tutte: nuova maturità, liberalizzazione degli accessi universitari, decreti delegati per “democratizzare” la scuola, e, enpassant, il “6” politico e la “sperimentazione” scolastica, che ha dato il colpo di grazia ad un sistema che un tempo era serio. Abbiamo perso un primato ed una solida stima internazionale che nessuno ci contestava.

Dimenticavo la solita obiezione: “e allora, quelli che non ce la fanno, li buttiamo via?”. È la normale scemenza elusiva. Non si butta via nessuno, perché il rispetto delle persone è sacro. La giusta comprensione umana, però, non è buonismo idiota e a tutti i costi, bensì ricerca di soluzioni che tutelino tutti, senza sacrificare nessuno. E giusto dunque impartire lezioni a chi non ce la fa, secondo i ritmi delle sue potenzialità naturali. Ma è un delitto, se uno non ha buone gambe, impedire agli altri (i “capaci e meritevoli” della Costituzione) di camminare con le gambe di cui dispongono,

Lei ha sottolineato la corresponsabilità della Democrazia Cristiana che ha voluto e guidato i vari governi di centro-sinistra. Può chiarirla?

La storia mette a nudo i gravi errori di quel partito. Il patrimonio culturale e politico nativo avrebbe dovuto garantirle un lungo futuro dignitoso. Nella realtà dei fatti, dopo l’infausto connubio del ’62, la De fece scelte – o ne fu costretta -, che l’hanno alla fine condotta al suicidio politico.

Era nata dalla cultura cristiana popolare, ma la sua finalità primaria era di contrastare radicalmente il comunismo ateo che minacciava di ridurci ad una pedina del vasto impero ideologico, unificato nell’abbraccio mortale della “cortina di ferro”. Unendosi al Psi di Nenni, si è abbandonata nelle braccia del suo peggior nemico con una ingenuità incomprensibile (o comprensibilissima sotto altre angolazioni). Quasi a consumare un fatale destino. Era stato proprio De Gasperi a definire la Dc «un partito di centro che guarda a sinistra». A furia di guardarla l’ha sposata.

Quale messaggio intende trasmettere ad una società, che sta pagando il disastro culturale, causato dall’ottusità riformista egualitaria e livellatrice?

Ho avuto dalla Provvidenza la ventura di vivere la scuola in tutta la sua evoluzione lungo quasi l’intero ‘900: prima della guerra, alunno alle elementari, povere ma ricchissime di valori; dopo la “liberazione” (compiuta dagli Alleati e non dai partigiani, come la favola comunista ha inventato e fatto bere agli Italiani) nella media, liceo e uni­versità. Una scuola solida, senza sconti.

Ho insegnato Lettere Classiche negli anni ’60 e parte dei ’70, previa abilitazione e concorso a cattedra vecchio stile, cioè selettivo; ho diretto infine un affollato liceo fino alla pensione, dopo aver vinto il maxiconcorso del ’79 (7000 concorrenti per poco più di 300 posti). Sono dunque testimone di fatti autentici e documentabili, non di chiacchiere vuote.

In Confessioni senili, in merito alla scuola, ho solo voluto chiarire in che modo le ultime generazioni siano state derubate, da una politica folle e senza coscienza, del loro più grande tesoro: la capacità di ragionare in modo logico e leale. La superficialità concettuale e morale del nostro tempo è figlia diretta della massificazione del nostro sistema di istruzione, iniziata nel ’62. Sapere a chi attribuirla è importante.

 

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