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Dic 21

Per ripensare la vicenda di Cefalonia

La Croce quotidiano 22 novembre 2017

Passi avanti per “sbloccare” la storiografia su questa pagina terribile della seconda guerra mondiale. Alle pubblicazioni “revisioniste” si aggiunge ora «Cefalonia, io e la mia storia», il romanzo-testimonianza di Vincenzo Di Michele che rivive con documentazione storica e biografica i tragici fatti del settembre 1943

di Giuseppe Brienza

Durante la seconda guerra mondiale l’isola ionia di Cefalonia fu occupata dal Regio Esercito il 1º maggio 1941 come parte della campagna di Grecia. Dopo l’8 settembre 1943, avendo il presidio italiano, costituito dalla Divisione Acqui, rifiutato l’intimidazione di resa fatta dai tedeschi, fu attaccato e sopraffatto con la perdita, secondo la ricostruzione resistenziale, di circa 3000 uomini, cui si devono aggiungere fra i superstiti oltre 5000 militari che furono “giustiziati” fra il 14 ed il 22 settembre 1943 in quello che è noto come l’“eccidio di Cefalonia”.

Nessuno pretende di mettere in dubbio il massacro inutilmente feroce dei tedeschi che, indubbiamente, vi fu. Andrebbe però precisato che gli Italiani non erano in quel contesto tutelati dal diritto internazionale di guerra e, questo, per colpa del Maresciallo Pietro Badoglio che, nell’indifferenza e lassismo del Re Vittorio Emanuele III, dopo l’8 settembre 1943 temette di dichiarare lo stato di guerra con la Germania, nonostante gli avvertimenti sul punto ricevuti dal presidente americano D. Eisenhower.

generale Gandin

Un recente saggio storico ci ha aperto gli occhi su questa pagina terribile di storia nazionale, riuscendo a superare la storiografia ideologica. Parlo del volume dell’avvocato Massimo Filippini provocatoriamente intitolato “I caduti di Cefalonia: fine di un mito” (IBN editori, Roma 2006, pp.112, € 10). L’Autore, già ufficiale delle Forze Armate e figlio del Magg. Federico Filippini, comandante del genio, uno dei martiri di Cefalonia (fucilato nella tristemente nota “Casetta rossa”), ha già curato non pochi studi e saggi sull’argomento (cfr. La vera storia dell’eccidio di Cefalonia, del 1998 e La tragedia di Cefalonia: una verità scomoda, pubblicato nel 2004 con prefazione di Luciano Garibaldi).

Nei “Caduti di Cefalonia” ridimensiona il mito resistenziale relativo a questa tragedia nazionale della seconda guerra mondiale innanzitutto circoscrivendo il numero dei soldati italiani fucilati dai tedeschi. Dagli oltre 8.000 morti, riportati dalla vulgata delle sinistre poi acriticamente accettata dalla maggior parte degli storici italiani, Filippini indica invece come risultanti dalle sue ricerche documentali circa 1.700 vittime, un numero comprendente anche i caduti in combattimento. Si tratta di un computo accolto anche da due storici accademici come Elena Aga Rossi e Maria Teresa Giusti che, nel loro libro Una guerra a parte militari italiani nei Balcani, 1940-1945 (il Mulino, Bologna 2011) ridimensionano a 2.000 i caduti italiani per mano tedesca.

Ma prima che la questione da rivedere delle dimensioni numeriche della strage, è il tentativo purtroppo in gran parte riuscito di costruire a posteriori con i fatti di Cefalonia come una pagina di “Resistenza del Regio Esercito” che va raccontata finalmente nella sua effettiva valenza.

In primo luogo perché la versione “resistenziale” si scontra con l’evidente situazione di disfacimento della disciplina e d’irresponsabile insubordinazione delle truppe italiane stanziate sul fronte greco, che tolsero completamente al Comandante della Divisione Acqui, il generale Antonio Gandin (1891-1943), ogni possibilità di trattativa con i tedeschi.

 

In secondo luogo perché, come ha dimostrato una corposa ricerca di Gianfranco Ianni (cfr. Rapporto Cefalonia. Gli uomini della Divisione Acqui, Solfanelli, Chieti 2011, pp. 530, € 38), non è documentato l’assassinio del capitano Gazzetti che predicava l’alleanza ai tedeschi, omicidio che secondo la vulgata resistenziale sarebbe avvenuto per mano del maresciallo Branca della Regia Marina Italiana.

 

Infine, non corrisponde a verità storica il referendum con cui gli 11.525 uomini della Divisione Acqui votarono per la “lotta al tedesco”.

Una lettura in chiave autobiografica su quanto accaduto a Cefalonia è ora offerta da un nuovo romanzo storico, scritto da Vincenzo Di Michele, saggista ben conosciuto in ambito nazionale (è autore, fra l’altro, di “Io prigioniero in Russia”, con oltre 50.000 copie vendute nel 2008). Il suo recente libro, intitolato “Cefalonia, io e la mia storia” (Ed. Il Cerchio, Rimini 2017, pp. 248, € 12), ripercorre infatti gli avvenimenti drammatici di quei giorni, svelando alcuni episodi che per anni sono stati tenuti nascosti e legati al famoso eccidio.

Quello che racconta Di Michele è un dramma vissuto in prima persona, un dramma che ha contraddistinto il contesto familiare dell’autore, rimasto per lunghi anni in attesa del ritorno del proprio caro in armi dall’isola in cui è stato consumato l’eccidio di Cefalonia. In una narrazione personale e con piglio a tratti provocatorio l’Autore mette in evidenza il passato del suo Paese, che è anche il passato di tante famiglie italiane contraddistinto dalla sofferenza di aver avuto un disperso in guerra.

Di Michele, partendo dalla storia toccante di un soldato che, divenuto prigioniero, fu costretto a lottare fino alla morte per far ritorno a casa ad abbracciare una figlia di sette anni mai conosciuta prima, arriva ad inquadrare l’intera vicenda storica in una nuova rivisitazione. “Cefalonia, io e la mia storia” presenta infatti una nuova versione storica della vicenda dei “martiri di Cefalonia”, non più (o tanto) “eroi della Resistenza” e salvatori della nuova Patria “laica e antifascista”, bensì in sostanza vittime di un pugno di agitatori e delle debolezze del loro comandante.

Di Michele non lesina infatti nella denuncia di una scomoda verità: le responsabilità nell’accaduto del generale Gandin. Il Comandante della Divisione Acqui, infatti, secondo la ricostruzione presentata da questo nuovo libro consentì drammaticamente ad alcuni sovversivi di prevalere sulla massa dei deboli determinando, in ultima analisi, la strage.

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