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Ago 10

1914-1989. Ideologia marxista e prassi leninista dalla prima guerra mondiale alla caduta del Muro di Berlino

Cristianità n. 260 (1996)

di Marco Invernizzi

 Il marxismo prima della Rivoluzione d’Ottobre

L’ideologia marxista costituisce il fenomeno che più di ogni altro caratterizza la storia del XX secolo, soprattutto grazie all’apporto operativo fornito da Lenin (Vladimir Ilijc’ Uljanov, 1870-1924), che permette al partito bolscevico di raggiungere il potere in Russia durante la prima guerra mondiale (1914-1918) e di dare vita al primo esperimento di socialismo reale nel mondo.

Non che il marxismo non avesse operato nel secolo precedente, soprattutto dopo il lancio, avvenuto a Londra nel febbraio del 1848, del Manifesto del Partito comunista di Karl Marx (1818-1883) e di Friedrich Engels (1820-1895), la costituzione a Londra della I Internazionale nel 1864 e della II nel 1889, che segnano la progressiva egemonia del marxismo sul movimento operaio a danno della “concorrenza” mazziniana e di quella anarchica nonché delle legittime aspirazioni originarie del movimento operaio, semplicemente intese ad alleviare l’insopportabile condizione operaia determinatasi in seguito alla Rivoluzione industriale e dopo l’abolizione del sistema corporativo (1).

Tuttavia, senza la conquista del potere in Russia e la successiva fondazione della III Internazionale comunista a Mosca, nel marzo del 1919, il marxismo sarebbe rimasto uno “spettro che si aggira per l’Europa”, senza diventare, come diventa, il protagonista ideologico del secolo XX.

Come interpretare il secolo XX?

A chiunque si accosti alla storia del Novecento, accanto al problema delle fonti — in parte ancora inaccessibili o accessibili da troppo poco tempo, come gli archivi dell’ex URSS — si pone il problema di individuare un filo conduttore che permetta di cogliere il senso ultimo della cronaca, cioè della serie di avvenimenti che si sono succeduti nell’arco di tempo che appunto va dalla prima guerra mondiale all’abbattimento del Muro di Berlino nel 1989.

Fra le molte opere di sintesi e di interpretazione del secolo XX scritte dopo il 1989 privilegio senz’altro quella dello storico francese François Furet, intitolata Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo (2) .

Si tratta di un’opera seria e appassionata nel tentativo di descrivere il rischio, corso da tutto il mondo occidentale, di finire sopraffatto dall’ideologia comunista e dai regimi da essa realizzati dopo la Rivoluzione d’Ottobre. È l’opera di un intellettuale convinto della superiorità del sistema e delle istituzioni sorte in Europa dopo l’Illuminismo e messe in pericolo dalla tentazione giacobina, che inizia già a prendere corpo con la Rivoluzione francese fino a realizzarsi compiutamente nel partito comunista costruito da Lenin e nei regimi del socialismo reale. È un’opera certamente acuta, ma priva della dimensione religiosa, il che impedisce all’autore, per esempio, di cogliere la vera natura metapolitica dello scontro di civiltà svoltosi in Spagna dal 1936 al 1939.

Il messaggio di Fatima

Grazie a Dio, ho ricevuto il dono della fede e con essa la consapevolezza che il Signore della storia non assiste indifferente al succedersi degli avvenimenti, ma li accompagna e li dirige con l’intervento della sua Provvidenza. Quest’ultima, fra le proprie caratteristiche, ha quella di precedere e di accompagnare gli avvenimenti drammatici per mettere in guardia gli uomini, per aiutarli a correggersi: in una parola, per indicare dove si trova il male e come porvi rimedio.

Ebbene, nel 1917, in piena guerra mondiale, la Madonna a Fatima anticipa la Rivoluzione bolscevica d’Ottobre con sei apparizioni a tre pastorelli nelle quali, fra l’altro, profetizza che la Russia avrebbe diffuso i suoi errori nel mondo prima di convertirsi: credo sia difficile, per un credente, non cogliere la mano della Provvidenza in queste apparizioni (3). Ma anche per chi non credesse esse rimangono un evento e, soprattutto, anticipano quello che sarà il motivo dominante del secolo: la Russia comunista protesa alla conquista ideologica e militare del mondo.

Ecco allora il mio filo conduttore, o, meglio, la guida necessaria per intraprendere il lungo viaggio attraverso il secolo XX. Le apparizioni mariane di Fatima descrivono uno scenario che caratterizzerà la storia degli ultimi cento anni e che sarà ripreso dal Magistero della Chiesa: come al peccato personale segue l’inferno, dove finiscono le anime che muoiono non in grazia di Dio — e che viene mostrato ai bambini con un tratto pedagogico controcorrente —, al peccato sociale segue l’inferno per le nazioni, cioè la diffusione dell’errore comunista nel mondo da parte della Russia e la successiva instaurazione dei regimi del socialismo reale; questa sarà la condizione del mondo fino al trionfo del Cuore Immacolato di Maria, che potrà verificarsi soltanto dopo la conversione degli uomini e delle nazioni.

Il messaggio di Fatima comporta una lettura teologica del secolo XX e viene donato per la conversione del mondo; ma, in più, permette anche di comprendere il senso ultimo degli avvenimenti, fra i quali decisivo è il ruolo del comunismo.

La prima guerra mondiale

Il messaggio di Fatima viene annunciato poco prima della Rivoluzione russa, ma anche quasi al termine della prima guerra mondiale.

François Furet ha perfettamente ragione ad attribuire una decisiva funzione dissolvitrice e rivoluzionaria alla prima guerra mondiale.

Con essa, infatti, un mondo storico viene dissolto, un mondo che “sopravviveva” al tempo precedente la Rivoluzione francese e che, senza una restaurazione vivificante dei princìpi naturali e cristiani, era inevitabilmente destinato a scomparire.

Il mondo precedente la guerra era contrassegnato dall’esistenza di prìncipi ma anche di princìpi, aveva cioè un senso comune che orientava la vita individuale e collettiva e che permetteva agli individui e alle famiglie di costituire reali comunità nazionali.

Tuttavia questo mondo si era lasciato contagiare dalla passione ideologica per un nazionalismo — anch’esso figlio della Rivoluzione francese e che non aveva e non ha nulla in comune con l’amor di patria —, che non solo detestava gli imperi sovranazionali, ma odiava anche quel senso comune della vita che appunto fondava le comunità nazionali.

Ebbene, questo mondo tradizionale ancora legato a una vita quotidiana ispirata ai princìpi del diritto naturale, anche se spesso in modo inconsapevole, questa società ancora sostanzialmente impermeabile alle ideologie, comincerà a scomparire dopo la prima guerra mondiale, tanto che lo storico franco-ungherese François Fejto ha potuto affermare e dimostrare (4) che uno degli scopi del conflitto fu senz’altro quello di eliminare la realtà politica che, con i suoi pregi e con i suoi difetti, rappresentava questo mondo, l’Impero d’Austria e Ungheria, come prova la congiura diplomatica e politica che si verificò contro i tentativi di far cessare la guerra e di scindere le responsabilità dell’Austria da quelle della Prussia da parte del successore di Francesco Giuseppe (1830-1916), il venerabile Carlo I Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria (1887-1922), l’ultimo imperatore degli Asburgo, del quale è in corso la causa di canonizzazione da parte della Chiesa cattolica, che ne ha già riconosciuto l’eroicità delle virtù.

Ma vi è dell’altro. La diffusione del nazionalismo ha favorito la nascita e il consolidarsi, per “via dialettica”, dei suoi errori contrari, il cosmopolitismo di origine massonica e l’internazionalismo socialista e comunista.

Non è un caso che, immediatamente dopo la distruzione dell’Impero Austro-Ungarico, venga fondata la Società delle Nazioni nel tentativo, che peraltro risulterà vano, di comporre le tensioni esistenti fra popoli diversi, senza però dar loro un diritto comune e una famiglia che, come quella imperiale, potesse vantare carismi plurisecolari nella guida politica delle nazioni.

E non è un caso che l’ideologia nazionalista, con la sua cecità, sia all’origine anche politica e militare dell’avvento del comunismo in Russia, come dimostra la vicenda del “treno piombato”, che attraverso la Germania giunge in Russia trasportando la classe dirigente bolscevica, grazie alla complicità del governo tedesco il quale, con la vittoria di Lenin, avrebbe ottenuto l’uscita dell’impero zarista dalla guerra e il venir meno di un importante nemico.

Il messaggio di Fatima ritorna ancora alla mente quando si ripercorrono le inquietanti vicende delle origini della Rivoluzione d’Ottobre: inquietante infatti è la figura-chiave dell’accordo tedesco-bolscevico, il finanziere amico dei comunisti, Parvus (Izrail Lazarevic’ Gel’fand, 1867-1924), che anticipa un’altra figura “esemplare” nello stesso senso, Harmand Hammer (1898-1990), ma soprattutto inaugura la lunga serie degli industriali e dei finanzieri affascinati o interessati dall’ideologia comunista (5).

Ma infinitamente più misteriosa e inquietante è la figura di Lenin, l’anima della Rivoluzione, colui che a essa ha dedicato la vita, vero rivoluzionario di professione, grande uomo d’azione.

Perché ancora Fatima? Perché, nel messaggio, la Madonna attribuisce tanta importanza a un’ideologia che, allora, rappresentava ancora soltanto una speranza per pochi comunisti, e un’inoffensiva utopia per i più. E così la Madonna indica nel comunismo — che si appresta a conquistare una patria da dove poi cercherà di conquistare il mondo — il protagonista e il pericolo per l’umanità del secolo XX. Non credo di forzare il messaggio per fare dell’anticomunismo, ma credo di riflettere su di un evento di straordinario rilievo e di altrettanto straordinaria utilità per capire quanto è venuto accadendo in Europa e nel mondo.

Da Lenin a Stalin: “il socialismo in un solo paese”

Sconfitta dall’esercito polacco davanti a Varsavia, nel 1920, l’Armata Rossa è costretta a porre termine all’espansione militare dell’ideologia verso Occidente (6). Si interrompe il sogno di Lenin di esportare subito il comunismo in Europa e, dopo pochi anni, si interrompe anche la sua misteriosa vita. Stalin (Josif Vissarionovic’ Dz’ugas’vili, 1879-1953) gli succede alla guida del partito e dello Stato e, in polemica con altri dirigenti comunisti, vorrà la costruzione del socialismo in un solo paese.

Se l’odio fra le nazioni aveva segnato l’inizio del secolo e portato alla prima guerra mondiale, e se l’odio di classe aveva animato la spinta rivoluzionaria dei primi bolscevichi guidati da Lenin, con Stalin l’odio non solo rimane il motore della Rivoluzione, ma viene vistosamente utilizzato anche all’interno della forza rivoluzionaria. Rimasto solo alla guida del partito e dello Stato sovietico, nel 1929 compie una sanguinosa epurazione, che colpisce anche Nicolaj Ivanovic’ Bucharin (1888-1938), l’allievo prediletto di Lenin, e che porta all’espulsione dall’URSS di Lev Davidovic’ Trockij (1879-1940).

A partire dallo stesso anno il rivoluzionario georgiano si può dedicare al consolidamento del regime, alla trasformazione del paese in una potenza industrial-militare, alla deportazione di milioni di persone colpevoli soltanto di non trovare posto nei programmi di pianificazione economica. Si può dedicare anche alla coltivazione del culto della sua persona, autoproclamandosi nel 1931 l’unico legittimo interprete di Marx e costruendo, secondo alcuni suoi biografi, un impero nazional-popolare, frutto della commistione fra le due ideologie del secolo, nazionalismo e marxismo. La sua apoteosi viene celebrata durante il XVII congresso del partito, nel gennaio del 1934, nello stesso anno dell’apogeo del nazionalsocialismo, celebrato in un congresso a Norimberga, nel mese di settembre, da Adolf Hitler (1889-1945), asceso al potere soltanto da un anno.

Hitler, Stalin e il Patto del 1939

Se oggi si interroga l’uomo comune, anche colto e informato, a proposito dei rapporti fra Hitler e Stalin, fra il nazionalsocialismo e il socialcomunismo, la risposta è ovviamente del tipo: “Si tratta dei peggiori nemici nella storia del secolo XX”. La realtà è diversa, e non solo perché entrambe le ideologie avevano in comune l’odio, di razza o di classe poco importa. In quell’epoca, i contendenti che ambivano a dominare il mondo erano tre, nazionalsocialismo, socialcomunismo e democrazie liberali con i rispettivi regimi, ed era quindi gioco-forza che la vittoria di uno dei contendenti sarebbe dovuta passare attraverso la momentanea alleanza con uno degli altri due.

Questo contribuisce a spiegare il patto di non aggressione fra Germania nazionalsocialista e URSS, siglato il 23 agosto 1939 con relativo protocollo segreto, al quale segue, il 28 settembre, un trattato di amicizia fra i due Stati, che stabilisce il confine fra i due paesi e comporta la scomparsa dello Stato polacco, impegnandoli in una lotta comune contro la resistenza del popolo polacco (7).

Il patto sconvolge l’assetto politico dell’Europa e sancisce la spartizione della Polonia fra i due Stati, l’annessione dei paesi baltici all’URSS e, successivamente, anche l’invasione sovietica della Finlandia, che peraltro oppone un’eroica e indomita resistenza. Le democrazie occidentali rimangono sconvolte dal voltafaccia sovietico, soprattutto perché Stalin aveva scelto, negli anni successivi all’ascesa al potere di Hitler, di praticare la politica dei Fronti Popolari antifascisti per permettere all’URSS di uscire dall’isolamento politico, accreditandosi come forza democratica presso i governi e l’opinione pubblica delle nazioni occidentali; la strategia dell’alleanza antifascista aveva raggiunto il culmine nel periodo della guerra civile spagnola, dopo il 1936, proprio mentre Stalin faceva celebrare i processi di Mosca contro gli oppositori sopravvissuti (8).

Mentre è vigente il patto tedesco-sovietico scoppia la seconda guerra mondiale (1939-1945) in seguito all’invasione tedesca della Polonia, avvenuta il 1° settembre del 1939, e alla successiva dichiarazione di guerra da parte dei governi di Inghilterra e di Francia. Quest’ultima viene rapidamente sconfitta e truppe tedesche ne occupano il territorio, mentre il 16 giugno 1940 si costituisce il governo del maresciallo Henri-Philippe Pétain (1856-1951) con sede a Vichy, nel territorio non occupato dalle truppe tedesche: l’Inghilterra rimane per circa un anno da sola a opporsi alla Germania di Hitler.

Il 22 giugno 1941, con l’Operazione Barbarossa, la Germania invade l’URSS cogliendola completamente di sorpresa, anche se alcuni storici hanno sostenuto che l’iniziativa di Hitler sarebbe stata preventiva rispetto a un attacco sovietico.

È un momento drammatico per l’Unione Sovietica: ripetutamente sconfitto, il suo esercito è costretto ad arretrare verso oriente, mentre le truppe tedesche sono accolte come un esercito di liberazione da molta parte della popolazione, da numerosi villaggi che offrono ai soldati tedeschi pane e sale secondo le sacre abitudini dell’ospitalità; infine, centinaia di migliaia di uomini chiedono di potersi arruolare in un esercito slavo anticomunista.

Nel 1941, sessanta milioni di cittadini sovietici su centocinquanta non sono più sotto il controllo del governo dell’URSS. Le informazioni fornite da Aleksandr Isaevic’ Solz’enicyn al proposito sono molto precise: “Ecco lo stato d’animo del tempo: il 22 agosto 1941 il comandante del 436° reggimento fucilieri, maggiore Kononov, dichiarò apertamente ai suoi uomini che sarebbe passato ai tedeschi per entrare a far parte dell’Armata di Liberazione e abbattere Stalin, e invitò chi voleva a seguirlo. […] lo seguì l’intero reggimento (9).

Tre settimane dopo lo stesso Kononov costituisce un reggimento di volontari cosacchi, poi si presenta nel campo di prigionieri di guerra di Mogilëv e, su cinquemila prigionieri, quattromila seguono immediatamente la sua proposta di entrare a far parte dell’esercito anticomunista. Nello stesso anno, in un campo vicino a Tilsit, la metà dei prigionieri sovietici, dodicimila uomini, firmano una dichiarazione in cui affermano che era giunto il momento di trasformare la guerra in guerra civile. A questi fatti bisogna aggiungere — è sempre Solz’enicyn a ricordarlo — la creazione di un’amministrazione civile russa autonoma di un milione di abitanti a Lokot’ di Brjansk prima ancora dell’arrivo dei tedeschi e la costituzione di reparti anticomunisti combattenti: nel luglio del 1941, a sud di Gatc’ina, sotto la guida del tenente dell’esercito sovietico Rutc’enko, si raccolgono ex studenti di Leningrado, e nel successivo mese di agosto, a Luga, si forma un’unità partigiana diretta da Martynovskij, un ex studente di medicina.

Ancora nel 1942, la formazione russa di Osintorf attira più volontari di quanti il reparto potesse accoglierne e nella regione di Smolensk e in Bielorussia si forma una milizia popolare costituita da centomila volontari, subito vietata dai tedeschi, preoccupati dal successo dell’iniziativa. Sempre nel 1943, in un campo vicino a Char’kov, 730 ufficiali sovietici prigionieri, fra i quali alcuni eroi della battaglia di Stalingrado, domandano di essere ammessi nell’esercito russo di liberazione ma, ennesimo segno dell’ottusità tedesca, 722 su 730 non verranno liberati fino alla fine della guerra (10).

Ma ancora più significative sono le parole del generale della Wehrmacht Reinhard Gehlen (1902-1979), capo del servizio informazioni del fronte orientale: “Sono tuttora convinto che saremmo riusciti a conseguire gli obiettivi che ci eravamo prefissi con la campagna del 1941, se non fosse stato per le fatali interferenze di Hitler. Ci eravamo resi conto, ad ogni livello, che la Russia, questo immenso Paese così ricco di potenziale umano e di risorse naturali, non avrebbe potuto essere conquistata o meglio liberata dal comunismo se non con l’aiuto degli stessi popoli russi.

“Era con i russi che si poteva battere l’URSS. Se Hitler lo avesse capito, non ci sarebbe stato impossibile guadagnare masse incalcolabili di russi alla nostra causa: sarebbe bastato far leva sul loro istinto di autoconservazione, sulla loro passione nazionale oltre che, naturalmente, sul profondo intensissimo odio che avevano accumulato nei confronti del comunismo in generale e del sistema di Stalin in particolare. Ma Hitler rifiutò sistematicamente di credere in questa possibilità. Ed è proprio nella incapacità di Hitler di mettere a profitto e sfruttare il potenziale delle popolazioni russe, la maggior parte delle quali ci aveva accolto con straordinario calore nelle prime fasi della campagna, che possiamo scorgere il suo errore decisivo” (11).

Soltanto il delirio razzista dell’ideologia nazionalsocialista può aver accecato a tal punto la classe dirigente tedesca da impedirle di cogliere l’opportunità che la storia le offriva, cioè di diventare l’armata liberatrice dei popoli slavi: ma Hitler cercava schiavi, non alleati. Questa è la conclusione a cui arrivano Aleksandr Solz’enicyn, gli storici russi Mihail Geller e Aleksandr Nekric’ (12), e François Furet. Per la verità qualcosa fu fatto, come emerge dai resoconti degli stessi autori, se alla fine della guerra un milione di cittadini sovietici combatteva soprattutto nelle file della Wehrmacht.

Ma quasi nulla fu fatto rispetto a quanto era possibile e soprattutto non venne mai data ai russi la possibilità di sentirsi sudditi di un loro governo di liberazione e combattenti in un loro esercito. Meritano ancora di essere ricordate altre parole del generale Gehlen: “I nostri soldati erano accolti ovunque arrivavano con un certo distacco e talvolta persino con gioia, tanto nelle regioni settentrionali e centrali della Russia quanto nelle altre zone. Intere formazioni dell’Armata Rossa, a volte interi reggimenti, deponevano le armi; nei primi mesi il numero dei disertori, per non parlare di prigionieri, superò ogni nostra previsione. Gli abitanti di intere regioni credevano che, oltre ad essere liberati dal giogo di Stalin, sarebbero stati aiutati a realizzare le rispettive aspirazioni nazionalistiche. Il desiderio di veder ripristinati i diritti umani più elementari e fondamentali come la libertà dell’uomo, la giustizia e l’inviolabilità della proprietà, dopo vent’anni di arbitrio, di ingiustizia e di terrore univano ogni abitante dell’impero sovietico (nella misura in cui non lavorava direttamente al servizio di Mosca) in una comune inclinazione a dare manforte ai tedeschi. Non era naturale che noi facessimo di tutto per favorire questa inclinazione?” (13).

In pochi mesi la situazione cambia completamente: Stalin accentua la componente nazionalista del suo binomio ideologico e lancia continui appelli alla difesa della patria. Nasce un movimento partigiano che opera contro le truppe nazionalsocialiste e italiane; l’esercito tedesco viene sconfitto davanti a Mosca, da dove il governo sovietico era addirittura fuggito. Come era accaduto a Napoleone Bonaparte (1769-1821), anche per Hitler la disfatta comincia dalla trappola russa.

Invece Stalin riceve dal nazionalsocialismo il miglior regalo della sua carriera politica: da complice della barbarie nazionalsocialista e da traditore della causa democratica diventa in pochi mesi la vittima e l’eroe che resiste all’invasore e faticosamente ma inesorabilmente lo ricaccia da dove era venuto.

L’Armata Rossa arriverà a Berlino come un esercito liberatore e Stalin siederà accanto a Winston Churchill (1874-1965) e a Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) per operare la spartizione del mondo: vittime di Yalta, i popoli dell’Europa orientale diventeranno negli anni successivi alla fine della guerra schiavi di Mosca.

Il dopoguerra in Italia: il ritorno di Palmiro Togliatti

Come la prima guerra mondiale aveva reso possibile la Rivoluzione comunista in Russia, così la seconda permette l’esportazione del comunismo fuori dall’URSS. Stalin saprà approfittare del credito raccolto in Occidente con la guerra antinazista e nel giro di tre anni il regime comunista scenderà come la notte più buia sull’Albania, la Cecoslovacchia, la Polonia, l’Ungheria, la Bulgaria, la Romania, oltre che in Jugoslavia e nella parte orientale della Germania, anche se con modalità diverse. In tutti questi casi vale il principio spartitorio della logica di Yalta e i suddetti paesi cadono sotto regime comunista nonostante i partiti comunisti locali siano rappresentativi di parti minoritarie, in alcuni casi addirittura minuscole, dell’opinione pubblica.

La medesima logica di Yalta impedisce all’Internazionale Comunista di operare in Italia con le stesse modalità dei paesi dell’Europa Orientale. Quando, nel 1944, Palmiro Togliatti (1893-1964) sbarca a Napoli, porta già sopra di sé grandi responsabilità morali per aver apposto la sua firma agli omicidi di molti compagni comunisti invisi a Stalin nel tempo dei “grandi processi” di Mosca degli anni 1930, e anche per la corresponsabilità nell’eliminazione di migliaia di anarchici durante la guerra civile spagnola, in quanto massimo rappresentante dell’Internazionale Comunista in terra iberica (14).

Egli è stato, con Antonio Gramsci (1891-1937), il costruttore del Partito Comunista Italiano dopo la scissione dal partito socialista nel 1921: un’opera resa difficile dalla residenza a Mosca dopo l’espatrio nel 1926, dalla clandestinità cui tutto il partito è costretto, ma che non gli impedisce di guidare comunque quest’ultimo nell’alternarsi fra la politica del fronte comune con le altre forze antifasciste e l’appello ai fascisti per un incontro sulla base dei princìpi ispiratori del fascismo del 1919 o addirittura l’incontro con giovani cresciuti in organismi fascisti, come i GUF, i Gruppi Universitari Fascisti, così come viene raccontato con dovizia di particolari da Ruggero Zangrandi ne Il lungo viaggio attraverso il fascismo (15).

Le difficoltà che Togliatti incontra al suo rientro in Italia sono molte e la principale riguarda l’ostilità e la resistenza di buona parte del partito alla sua politica legalitaria, intesa a fare del PCI la forza egemone della sinistra, avente come meta la fuoriuscita dal capitalismo verso una società socialista legata profondamente a quella sovietica, ma sempre nell’ambito e nel rispetto della legalità repubblicana.

Gli si oppongono i comunisti legati a una concezione settaria del partito, che, come Pietro Secchia (1903-1973), credevano possibile la conquista del potere con le armi, sull’esempio di Lenin nel 1917 e attraverso la continuazione della Resistenza, senza che i partigiani deponessero le armi, come Togliatti invece richiedeva. Perciò i suoi oppositori rifiutano fin da subito la concezione togliattiana del “partito nuovo”, di massa e non solo di militanti, capace di radicarsi nel paese attraverso una profonda azione culturale che modificasse anzitutto il senso comune della gente e che, attraverso il dialogo con i cattolici, superasse l’ostilità della Chiesa.

Circondandosi di giovani intellettuali che non provengono dall’esperienza comunista e sfruttando la struttura organizzativa del partito — l’unico che aveva mantenuto in clandestinità una pur limitata presenza sul territorio — Togliatti riesce progressivamente a costruire il partito nuovo, diventando presto la principale e più forte alternativa rivoluzionaria alla Chiesa cattolica e alla Democrazia Cristiana.

Partito di quadri e di massa, che forma i dirigenti al marxismo-leninismo, abituandoli però al gradualismo nel perseguimento degli obiettivi rivoluzionari, il PCI passa dall’esperienza di governo, praticata fino al 1947, alla sconfitta elettorale, il 18 aprile 1948, e alla successiva opposizione parlamentare. Quest’ultima però non impedisce al partito di crescere progressivamente nei consensi elettorali, ma soprattutto di riuscire a incrementare la propria egemonia culturale sulla società.

Quando Togliatti muore, nel 1964, il PCI ha raggiunto diversi obiettivi che si era prefissato: è diventato stabilmente il partito guida della sinistra italiana; è riuscito a ottenere ampi consensi elettorali e, soprattutto, a livello di quadri dirigenti al di fuori del tradizionale ambito della classe operaia; ha conseguito in modo particolare l’egemonia culturale, auspicata da Gramsci, in ampi settori della vita italiana, nella scuola e nell’università, nel mondo dell’editoria e anche dello spettacolo; ha contribuito allo spostamento a sinistra dell’asse politico del paese con la nascita del primo governo di centro-sinistra, di fronte al quale Togliatti, favorevole all’astensione del PCI in sede di voto parlamentare, sarà messo in minoranza dalla direzione del suo partito; e ha potuto già vedere il miglioramento del dialogo con il mondo cattolico, soprattutto dopo la famosa conferenza di Bergamo del 1963, quando il segretario del PCI aveva lanciato un nuovo appello alla collaborazione con i cattolici in nome del pacifismo e cercando di dialettizzare quanto, in quegli stessi giorni, avveniva durante i lavori del Concilio Ecumenico Vaticano II (1962-1965) (16).

Il rapporto con il mondo cattolico era uno dei punti fissi della politica togliattiana ed era una conseguenza della sua cultura.

La sua formazione intellettuale illuministica e il suo marxismo di derivazione hegeliana lo portavano a promuovere un’azione politica sempre molto aderente alla realtà e lontana da ogni volontarismo utopistico. E la realtà degli anni del dopoguerra era una società profondamente intrisa di princìpi religiosi, nella quale la Chiesa cattolica conservava un enorme consenso popolare. Togliatti ne tenne sempre conto e questo significò eliminare ogni componente di anticlericalismo dal PCI, che lo porterà lontano da altre posizioni rivoluzionarie in Italia, come quella laicista del Partito d’Azione.

Tuttavia, quando Togliatti muore lascia un partito in crisi, come in crisi era il comunismo sovietico, nonostante l’apparenza contraria.

La crisi del comunismo comincia nel 1956 con la denuncia dei crimini di Stalin da parte di Nikita Sergeevic’ Kruscev (1894-1971) in occasione del XX Congresso del PCUS; così la commenta Furet: “Stalin è stato troppo al centro del movimento comunista perché sia semplicemente possibile sbarazzarsene, anche se in pubblico. I suoi eredi, compagni o figli infedeli, non possono ucciderlo senza farsi del male” (17). Ma Kruscev non si rivolgeva alla società bensì al partito e chiedeva non la fine dell’uso della violenza contro i popoli asserviti dall’URSS, ma soltanto la fine delle eliminazioni interne al partito. Infatti, solamente pochi mesi dopo il discorso di Kruscev, l’URSS reprime la protesta scoppiata in Polonia e soprattutto, in ottobre, invade l’Ungheria, dove si sta verificando la più grande rivolta anticomunista mai avvenuta nella storia dell’impero sovietico (18).

Così, gli eredi di Stalin sono costretti a farsi del male per sbarazzarsi dell’ingombrante figura del “piccolo padre” georgiano. Il PCI perde l’appoggio militante di molti intellettuali e l’URSS perde in Occidente l’immagine favorevole, che aveva faticosamente riconquistato dopo la seconda guerra mondiale rispetto all’ingombrante parentesi dell’alleanza con il nazionalsocialismo dal 1939 al 1941.

Tuttavia, il comunismo riesce ancora a cavarsela, a cominciare una nuova vita. Poiché il comunismo sovietico appare, ed è, triste e burocratico, violento e totalitario, incapace ormai di sedurre, allora gli si creano altre alternative, anzitutto intellettuali: in Occidente, con la scuola di Francoforte, il nuovo modo di essere rivoluzionari proposto da Herbert Marcuse (1898-1979) o da Louis Althusser (1918-1990); poi anche soluzioni politiche diverse, con il comunismo cinese, che rompe con Mosca dopo che quest’ultima aveva condannato i crimini di Stalin, o il comunismo tropicale, più romantico, che si instaura a Cuba con Fidel Castro Ruz e lancia nel mondo il mito del Che (Ernesto Guevara de la Serna, 1928-1967). “Comunismi assortiti” dunque, secondo un’espressione di Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995) (19), per frenare la crisi del comunismo.

Il Sessantotto e il terrorismo

Frattanto si prepara una nuova fase rivoluzionaria che prenderà il nome dall’anno, il 1968, in cui si verificano gravi e ripetuti incidenti fra studenti parigini, in rivolta contro autorità accademiche, e forze dell’ordine. Per la verità, il fenomeno della cosiddetta contestazione proveniva dagli Stati Uniti d’America, dai campus universitari, ma in Europa passerà alla storia attraverso il maggio francese, corrispondente, nella mitologia rivoluzionaria, alla presa della Bastiglia del 1789.

Molto sinteticamente, si può definire il Sessantotto come una rivoluzione culturale che mira a una sorta di mutazione antropologica, alla costruzione dell’uomo nuovo, grazie a “una ribellione totale”, secondo l’espressione di Marcuse. Esso è il frutto di un lungo processo di scristianizzazione che, dopo la fine della guerra, ha investito l’Europa Occidentale accompagnandone il risanamento economico e dando vita, attraverso una immensa e progressiva dilatazione dei consumi, a quella che viene definita, dagli anni 1960, la società opulenta o del benessere.

La secolarizzazione ha investito tutta la popolazione e tutti i diversi ambienti politici, la destra come la sinistra e lo stesso mondo cristiano; se la osserviamo in Italia, vediamo come abbia imposto radicali mutamenti alla stessa politica del PCI, costringendolo a confrontarsi con temi morali ed esistenziali quali il divorzio, l’aborto, la rivoluzione sessuale, la diffusione delle droghe, il rifiuto dell’autorità, che il PCI di Togliatti non avrebbe mai voluto toccare, sia perché lo avrebbero portato allo scontro diretto con il mondo cattolico su temi non immediatamente politici, sia perché avrebbero urtato la sensibilità della stessa base comunista, composta in maggioranza da credenti, come Togliatti stesso sapeva e come riconobbe nella conferenza di Bergamo.

Così il PCI deve assistere all’espandersi di un’altra sinistra, laicista, libertaria, antisovietica, che si estenderà nel mondo soprattutto giovanile, provocando un mutamento culturale e di costume, i cui effetti cominciano solo oggi a farsi sentire.

Ma il Sessantotto provoca la nascita anche di una terza sinistra, che coglie nel movimentismo soprattutto l’aspetto politico, rinverdendo il mito leninista della conquista del potere con le armi e riallacciandosi alla Resistenza armata e a quell’ala del PCI facente capo a Secchia, che il PCI di Togliatti aveva emarginato, ma che pur rimaneva presente nell’ambiente socialcomunista. Questo è il percorso attraverso il quale vede la luce il fenomeno terrorista che, dai servizi d’ordine dei cortei alla violenza esercitata con gli agguati a giovani di destra, predispone migliaia di giovani al passaggio alla clandestinità, per diventare rivoluzionari di professione in armi, esito che, in Italia, trova l’esempio più significativo nei brigatisti rossi (20).

Il Sessantotto ha raggiunto il suo scopo, che era culturale, cioè quello di cambiare la mentalità e il costume di una generazione. I suoi contenuti utopistici e nichilistici hanno invaso tutti gli ambienti ideologici d’Europa, mentre profonde trasformazioni erano in corso, negli anni 1980, nei rapporti di forza fra le due superpotenze mondiali: gli Stati Uniti d’America e l’URSS.

Che cosa accadeva in questi anni nella competizione tecnologica e nucleare fra le due superpotenze?

Secondo François Fejto, ne La fine delle democrazie popolari. L’Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989 (21), la vittoria politica degli USA è emblematicamente espressa dalla realizzazione dello “scudo stellare”, che sancisce la sconfitta sovietica rendendo inoffensivo il possibile uso della bomba atomica da parte dell’Armata Rossa. Dal riconoscimento dell’impossibilità di proseguire nell’opera di conquista del mondo, che aveva raggiunto l’apice nel 1975 con la caduta di Saigon in mani comuniste, l’URSS è costretta a operare una metamorfosi ideologica e politica, che comincia con Jurij Vladimirovic’ Andropov (1914-1984) e viene portata a termine dal suo delfino, Mikhail Sergeevic’ Gorbaciov.

Ma l’abbattimento del Muro di Berlino e i successivi mutamenti nei regimi dell’Europa Orientale e nella stessa URSS, non sono l’esito di una rivolta anticomunista, bensì di un’implosione, cui seguono una ristrutturazione e un ritorno al potere di partiti che non sono più i partiti comunisti di un tempo, ma in molti casi sono in parte diretti dalle stesse classi dirigenti riciclate in una sorta di arcipelago progressista, ancora abbondantemente indefinito da un punto di vista ideologico (22).

Anche in Italia, la trasformazione del PCI nel PDS, il Partito Democratico della Sinistra, viene presentata — e in parte lo è veramente — come il punto di arrivo di un itinerario che comincia con la segreteria di Enrico Berlinguer (1922-1984), con lo “strappo” da Mosca, con l’esaurirsi della capacità propulsiva della Rivoluzione d’Ottobre (23).

Tutto questo, però, non provoca neppure lontanamente qualcosa di simile a quanto si è realizzato nel dopoguerra a proposito del nazionalsocialismo. Eppure, il costo umano del comunismo nel mondo viene calcolato attorno ai duecento milioni di morti, secondo stime di diversa fonte (24). Essere anticomunisti rimane un atteggiamento demodée, esagerato, estremista, e per chi lo pratica permane il sospetto di fascismo e di scarso amore per la democrazia e per la libertà.

Il vero problema è che la gran parte degli intellettuali non vuole affrontare il nodo costituito dal comunismo, il suo essere — come ha spiegato Solz’enicyn — una menzogna organizzata nella storia, per resistere alla quale, nella sua forma violenta, lo stesso scrittore russo ha fornito preziose indicazioni, da cui si possono senza troppe difficoltà ricavare istruzioni anche per opporsi alla sua sopravvivente imposizione subdola (25). Perché, se il comunismo è una menzogna, la fuoriuscita da questa ideologia presuppone la ricerca e l’approdo alla Verità, alla verità che può riconciliare gli uomini dopo la semina di tanto odio ideologico, avvenuta per oltre un secolo.

Vengo a conclusione. E lo voglio fare ricordando le parole di chi in Italia ha raccolto parte dell’eredità del PCI, il segretario del PDS, on. Massimo D’Alema. In un’intervista a una televisione italiana durante un suo recente viaggio in Israele, a proposito del processo contro il capitano Eric Priebke, ha detto che certi delitti non cadono mai in prescrizione né per la giustizia, né per la coscienza morale.

Applicando le sue parole al comunismo, si deve ricordare che i delitti commessi contro le persone e contro le nazioni, che la congiura contro la verità e contro la pace scatenata dalle forze che al comunismo si sono ispirate — particolarmente dopo la seconda guerra mondiale — per rispetto della giustizia impongono un pubblico processo che giudichi non solo i vinti della seconda guerra mondiale, ma anche i vincitori. E si deve trattare di un processo con la stessa risonanza storica e propagandistica avuta da quello che si è svolto a Norimberga al termine della seconda guerra mondiale contro i gerarchi nazionalsocialisti sopravvissuti, pur con i problemi di natura morale e giuridica che tale processo ha posto, soprattutto quanto alla qualificazione dei giudici, quindi quanto alla serenità e alla serietà del giudizio emesso.

Note

* Relazione predisposta per il convegno internazionale Dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo del Muro: ascesa, caduta e metamorfosi del socialcomunismo — promosso da Cristianità e da Alleanza Cattolica in collaborazione con la Regione Lombardia Settore Trasparenza e Cultura, Milano 27-10-1996 —, con una prima annotazione.

(1) “Nato come reazione della coscienza morale contro situazioni di ingiustizia e di danno — scrive Papa Giovanni Paolo II —, esso [il Movimento operaio] esplicò una vasta attività sindacale, riformista, lontana dalle nebbie dell’ideologia e più vicina ai bisogni quotidiani dei lavoratori e, in questo ambito, i suoi sforzi si sommarono spesso a quelli dei cristiani per ottenere il miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In seguito, tale movimento fu, in certa misura, dominato proprio da quella ideologia marxista, contro la quale si volgeva la Rerum novarum (Enciclica Centesimus annus nel centesimo della Rerum Novarum, del 1°-5-1991, n. 16).

(2) Cfr. François Furet, Il passato di un’illusione. L’idea comunista nel XX secolo, trad. it., Mondadori, Milano 1995.

(3) Cfr. Antonio Augusto Borelli Machado, Le apparizioni e il messaggio di Fatima secondo i manoscritti di suor Lucia, con una prefazione di Plinio Corrêa de Oliveira Fatima in una visione d’insieme, 4a ed. it., Cristianità, Piacenza 1982.

(4) Cfr. François Fejto, Requiem per un impero defunto. La dissoluzione del mondo austro-ungarico, trad. it., Mondadori, Milano 1996.

(5) Cfr. Oscar Sanguinetti, “Il grande Parvus”, in Cristianità, anno XVII, n. 173, settembre 1989, pp. 8-10, che recensisce l’opera di Pietro A. Zveteremich, Il grande Parvus, Garzanti, Milano 1988.

(6) Cfr. Giovanni Cantoni, Così la Polonia cristiana fermò Lenin, in Secolo d’Italia. Quotidiano di Alleanza Nazionale, anno XLIV, n. 188, 13-8-1995, pp. 18-19.

(7) Sul patto Hitler-Stalin, cfr. Ernst Nolte, Nazionalsocialismo e bolscevismo. La guerra civile europea. 1917-1945, con un saggio di Gian Enrico Rusconi, trad. it., Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1996, pp. 242-252. Mentre il patto di non aggressione veniva pubblicato sulla Pravda del 24 agosto 1939, il testo del protocollo segreto non verrà mai reso pubblico nell’URSS e neppure durante il processo di Norimberga, in occasione del quale “il generale russo Rudenko, dell’accusa, si rifiuterà di far leggere in aula il testo dell’accordo” (Arturo Peregalli, Il patto Hitler-Stalin e la spartizione della Polonia, erre emme edizioni, Roma 1989, p. 17; cfr. ibid., p. 18, il testo del protocollo segreto).

(8) Cfr. Robert Conquest, Il grande terrore. Le “purghe” di Stalin negli anni Trenta, trad. it., Mondadori, Milano 1970.

(9) Aleksandr Isaevic’ Solz’enicyn, Arcipelago GULag 3. 1918-1956. Saggio di inchiesta narrativa. V-VI-VII, trad. it., Mondadori, Milano 1978, p. 35.

(10) Cfr. ibid., pp. 34-37.

(11) Cit. nella pregevole opera di Adriano Bolzoni, I dannati di Vlassov. Il dramma dei russi antisovietici nella seconda guerra mondiale, Mursia, Milano 1991, p. 43. Reinhard Gehlen nasce a Erfurt, in Germania, nel 1902, entra nell’esercito nel 1920 e nel 1935 entra a far parte dello stato maggiore. Dal 1942 dirige i servizi di spionaggio militare nell’Est; catturato dagli americani, dirigerà per la Repubblica Federale tedesca un settore dei servizi di spionaggio, in collaborazione con la NATO, fino al 1968. Circa la responsabilità degli Alleati — in particolare del governo inglese — nella restituzione dei prigionieri russi e dell’Europa Orientale ai sovietici e ai comunisti jugoslavi dopo la fine della guerra, danno precisa testimonianza le opere dello storico anglo-russo Nikolay Dmitrevic’ Tolstoy, sulle quali cfr. Marco Respinti, Maggio-giugno 1945: il rimpatrio forzato di cosacchi e altri crimini di guerra “eccellenti”, in Cristianità, anno XXIII, n. 245, settembre 1995, pp. 13-20.

(12) Mihail Geller nasce nel 1922 e Aleksandr Nekric’ nel 1920; entrambi sono storici ed esuli in Occidente. Insieme hanno pubblicato l’opera Storia dell’URSS dal 1917 a oggi. L’utopia al potere, trad. it., Rizzoli, Milano 1984.

(13) Cit. in A. Bolzoni, op. cit., p. 51.

(14) Cfr. almeno Renato Mieli, Togliatti 1937. Le responsabilità del leader del P.C.I. nel terrore staliniano, Rizzoli, Milano 1988, con oltre 150 pp. di documenti.

(15) Ruggero Zangrandi, Il lungo viaggio attraverso il fascismo, contributo alla storia di una generazione, 2a ed., Feltrinelli, Milano 1963.

(16) Cfr. il testo dell’intervento in Palmiro Togliatti, La via italiana al socialismo, Editori Riuniti, Roma 1972, 2a ed., pp. 233-249.

(17) F. Furet, op. cit., p. 506.

(18) Cfr. David Irving, Ungheria 1956. La rivolta di Budapest, trad. it., Mondadori, Milano 1982.

(19) Cfr. Plinio Corrêa de Oliveira, “Comunismi assortiti”, in Cristianità, anno III, n. 13, settembre-ottobre 1975, pp. 1-2.

(20) Cfr. Enzo Peserico, Gli “anni del desiderio e del piombo”. Dal Sessantotto al terrorismo, in Quaderni di “Cristianità”, anno II, n. 5, estate-inverno 1986, pp. 3-34.

(21) Cfr. F. Fejto, con la collaborazione di Ewa Kulesza-Mietkowski, La fine delle democrazie popolari. L’Europa orientale dopo la rivoluzione del 1989, trad. it. Mondadori, Milano 1994, pp. 4-5.

(22) Cfr. G. Cantoni, L’impero socialcomunista fra crisi e “ristrutturazione”, in Cristianità, anno XVIII, n. 177, gennaio 1990, pp. 3-6; e Pierre Faillant de Villemarest, La ricostituzione dell’Internazionale Comunista dal 1990 al 1994, ibid., anno XXII, n. 236, dicembre 1994, pp. 10-16.

(23) Cfr. il mio “Dal PCI al PDS”: le tappe e i contenuti di una metamorfosi rivoluzionaria, ibid., n. 225-226, gennaio-febbraio 1994, pp. 5-9.

(24) Cfr., per esempio, Eugenio Corti, L’esperimento comunista, Ares, Milano 1991.

(25) Cfr. le indicazioni su come resistere all’imposizione violenta della menzogna — una sorta di decalogo — in Aleksandr I. Solz’enicyn, Vivere senza menzogna, scritte il 12 febbraio 1974, giorno del suo arresto e precedente l’espulsione dall’URSS, in Idem, La verità è amara. Scritti, discorsi e interviste (1974-1995), trad. it., con un saggio introduttivo di Aldo Ferrari, Maurizio Minchella Editore, Milano 1995, pp. 3-7

 

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