Cohen, un ebreo affascinato da Cristo

La Croce quotidiano 7novembre 2017

Primo anniversario della morte del cantautore, poeta, scrittore e compositore canadese. Montreal, la città che gli ha dato i natali, lo ricorda con una serie di eventi e una mostra. Rimane inspiegabile l’abitudine di utilizzare nei matrimoni il suo celebre “Hallelujah”: molto meglio “Dance me to the end of love

di Giuseppe Brienza

Il 7 novembre ricorre il primo anniversario della morte di Leonard Cohen(1934-2016), cantautore, poeta, scrittore e compositore folk-rock-acustico. Montreal, la città che gli ha dato i natali, lo sta ricordando con una serie di eventi e una mostra per celebrare quella che, a detta di molti, rappresenta una delle maggiori voci poetiche della storia della musica contemporanea.

Canadese di origini polacche, Cohen ha iniziato in effetti come poeta e scrittore. Ha esordito nel mondo della letteratura con la prima raccolta poetica intitolata “Flowers for Hitler” (1961), cui sono seguiti due romanzi, “The Favourite Game” (1963) e “Beautiful Losers” (1966).

Con il suo primo album, “Songs of LeonardCohen” (1967), si distingue per la totale dissonanza con la “cultura hippie” (e annessa Beatgeneration) imperante,essendo per questo totalmente snobbato dal pubblico e ignorato dalla critica. Sarà questa caratteristica, cioè l’essere periodicamente accantonato e poi riscoperto, una costante di tutto il percorso artistico del cantante canadese. Del resto Leonard è il tipo che, in piena “rivoluzione” Sessantottina, pensa a incidere “Joan of Arc”, un brano epico dedicato alla “pulzella d’Orleans” addirittura tradotto e reinterpretato in Italia da Fabrizio De André.

Tanti sono i luoghi di Montreal, la città più popolosa del Québec, a cui Cohen era affezionato e che si ritrovano nei suoi brani. Si parte dal quartiere ebraico di Westmount, dove nacque, al civico 599 di Belmont avenue, e si prosegue nel quartiere di Sainte-Catherine, dove nei locali e nelle caffetterie iniziò ad esibirsi.

Al 4320 di rue Saint Laurent c’è il suo locale preferito, il caffè ristorante Bagel Etc, dove faceva colazione e, più avanti, al numero 3864, al Main Deli Steakhouse, amava mangiare sandwich alla carne affumicata. A cena il musicista andava da Moishes Steakhouse, un ristorante elegante dove oggi campeggia un enorme murale con il suo volto e il suo celebre cappello, realizzato dall’artista Kevin Ledo.

Il tour che la sua città natale gli dedica si conclude nel cimitero cittadino, dove si trova la sua tomba, con un piccolo disegno azzurro di un uccello nero sopra un filo, emozionante omaggio al suo celebre brano: “Bird on the wire”.

Nell’anniversario della sua scomparsa il Muséè d’Art Contemporaindi Montreal ospiterà (dal 9 novembre fino al 9 aprile 2018) la mostra “Leonard Cohen – Une brèche en toute chose / A Crack in Everything”, con 18 opere d’arte lui dedicate da parte di 40 artisti provenienti da tutto il mondo.

Nell’ottobre del 2018 sarà inoltre pubblicato un nuovo libro di poesie di Cohen, “The flame”, il primo postumo, nei cui testi non è possibile sempre respirare, diciamo così, proprio speranza e “luminosità”… Ma oltre che un gran signore e un artista di classe (che differenza con i pagliacci di oggi!), Leonard merita di essere ricordato anche su un giornale come il nostro che si batte “contro i falsi miti di Progresso” perché, in primo luogo, non si è mai arreso all’oscurità.

Da quella proveniente dalla dipendenza dall’alcol, per esempio, che ne ha avvelenato un lungo periodo della sua vita, al tentativo (per fortuna fallito) di suicidio. In una bellissima canzone del 1992, “Anthem”, ha cantato così questo vero e proprio inno alla vita: «C’è una crepa in tutte le cose / è il modo in cui la luce riesce a entrare». Vera poesia…

In secondo luogo lo stimiamo perché si è sempre dichiarato contrario all’aborto. Lo ha dichiarato e scritto, ad esempio in “Dance me to the end of love” (1984), brano in cui il verso «Dance me to the children / that are askingto be born» può essere letto sia come ricordo dei bambini scomparsi nell’ecatombe nazionalsocialista ma, anche, come protesta in nome e per conto delle vittime dell’aborto.

Cohen ha segnato inoltre intere generazioni con la sua più famosa canzone, “Hallelujah”, tratta dall’album “Various Positions” del 1984, reinterpretata finora da oltre 400 artisti internazionali (la mia cover preferita è quella del 2009 di un gruppo che si è purtroppo sciolto troppo presto, “The Civil Wars”).

Ma ha scritto giustamente l’amico e cantautore Piero Chiappano: «rimane inspiegabile l’abitudine tutta italiana di utilizzare nei matrimoni “Hallelujah” di Leonard Cohen, il cui testo parla di un amore in profonda crisi e non rappresenta esattamente una canzone benaugurante: “Tutto quello che ho imparato dall’amore è come colpire qualcuno che ti ha ferito per primo”».

Oltretutto questo brano non fu composto nel periodo (interiormente) migliore del cantante canadese e, in effetti, si vede in strofe come questa: «Non è un pianto che ascolti di notte / non è qualcuno che ha visto la luce / è un Alleluia freddo e distrutto». Allo stesso anno risale la già citata “Dance me to the end of love” che ha un testo e un video ufficiale davvero toccanti. Un brano, fra l’altro, che celebra così l’amore matrimoniale:

«Sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la colomba che mi riporta a casa

Conducimi ora alle nozze, conducimi ora e poi ancora

Conducimi ai figli che chiedono di nascere

Conducimi fin dove finisce l’amore»

 

«Lift me like an olive branch and be my homeward dove

Dance me to the wedding now, dance me on and on

Dance me to the children who are asking to be born

Dance me to the end of love»

(musica e testi di Leonard Cohen)

 

Grande è il fascino esercitato sull’ebreo Cohen da Gesù Cristo, del quale però l’artista non riesce a vedere molto più che un uomo. Straordinario, ma sempre uomo, come ad esempio quando scrive di Lui in “Suzanne”: «E Gesù fu un marinaio / quando camminò sull’acqua / e trascorse molto tempo a osservare / dalla sua triste torre di legno / e quando seppe con certezza / che solo chi annegava poteva vederlo / disse: “tutti gli uomini saranno marinai / finché il mare li libererà”. / Ma lui stesso fu spezzato / ben prima che il cielo si aprì / dimenticato, quasi umano / ed è piombato nella tua saggezza come una pietra».

In un altro brano, “Passing Through” (1973), immagina di incontrare Cristo sulla via del Calvario e di domandargli: «Non odi la l’umanità per quello che ti ha fatto?». E il Salvatore gli risponde: «Parla d’amore, non d’odio / questo devi fare / si fa tardi / ho poco tempo e sono solo di passaggio».

«La figura di Gesù mi ha sempre toccato, ed è ancora così», ha dichiarato Cohen in un’intervista del 2001. Addio Leo, Rest in peace!

 

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