Le jihadiste d’Europa hanno trovato il loro sessantotto

Il Venerdì supplemento di Repubblica

20 Ottobre 2017

Sono 500, per un terzo convertite. E sognano l’uomo “macho”. Un libro traccia l’identikit delle occidentali che hanno seguito l’Isis. La loro è come una rivoluzione sessuale. Al contrario

di Gigi Riva

Lo Stato Islamico tratta le donne come esseri inferiori e con meno diritti degli uomini. Le obbliga a stare chiuse in casa, a portare il burqa. Tutti ingredienti che offendono un modo moderno di concepire i rapporti tra i sessi. Perché allora molte di loro, 500 secondo alcune statistiche (il 10 per cento del totale dei foreign fighter).hanno deciso di abbandonare la loro terra d’emancipazione, l’Europa, e hanno raggiunto la Siria e l’Iraq dove votarsi alla causa del fondamentalismo?

Per dare una risposta a questa domanda Fethi Benslama, psicanalista franco-tunisino, docente a Paris-Diderot, e Farhad Khosrokhavar, sociologo iraniano, direttore dell’École des hautes études en sciences sociales di Parigi, hanno unito il rispettivo sapere settoriale e scritto un libro. Si intitola Le jihadisme des femmes (Éditions du Seuill e sta provocando rumore in Francia per la sorprendente (ma non troppo) tesi di fondo sostenuta: sarebbe in atto, in una fetta consistente di donne, un rifiuto del femminismo, una sorta di “Sessantotto alla rovescia”, a favore del ritorno a un ruolo gregario in cui la donna crede di recuperare l’amore puro, assoluto e romantico, unitamente alla sua primaria vocazione di genitrice.

Sono 500, si diceva. Ma «sarebbero molte di più senza le restrizioni di movimento imposte dagli Stati europei e dalla Turchia». Gli autori hanno studiato una sessantina di casi, cioè un numero sufficiente per poter tracciare identikit complessivo e profilo psicologico. E premettono: «La sottomissione di una giovane donna a una norma eretta in un sistema totalitario che esige il sacrificio non può essere compresa senza mettere in relazione elementi psichici e sociali».

La radicalizzazione si alimenta nelle teste ma è anche il frutto di una società senza più «cemento sociale», senza utopie, che offre ai giovani soltanto un’adolescenza senza fine.

Le donne jihadiste appartengono alla piccola e media borghesia, prima della fuga abitavano nei centri delle città e non in periferia (al contrario degli uomini). Per un terzo di loro si tratta di convertite all’Islam visto che provengono da famiglie cristiane, buddiste, agnostiche, atee, anche ebree (pochi esempi). Le minorenni sono maggioritarie rispetto ai loro coetanei maschi. Sono spinte al viaggio in Medioriente dalla volontà di sposarsi in fretta con un marito «virile, serio e sincero» (i tre aggettivi che più ricorrono nella ricerca), che restituisca loro «l’immagine della mascolinità», in contrasto con gli amici ordinari del quotidiano giudicati immaturi e incapaci di votarsi a una causa.

Questo sposo ideale è l’antidoto all’instabilità e alla precarietà che caratterizzano le coppie moderne. Spesso queste donne hanno subito il divorzio dei genitori e cercano nella «famiglia islamica neo-tradizionale» delle sicurezze, dal loro punto di vista più importanti della parità di status. Desiderano inoltre procreare in fretta, anticipare le tappe biologiche rispetto alla vague occidentale dove ormai si diventa madri dopo i 30 anni. Il loro bisogno di autorità a ogni costo le porta ardentemente a cercare il potere con le forme più repressive. Più il potere è repressivo, più è attraente, perché è la risposta alla società di provenienza, iper-secolarizzata e senza alcun senso del sacro. Internet è il luogo virtuale dove trovano un universo che a loro sembra terribilmente ideale.

Attraverso una raffinata propaganda, le “sorelle” che le hanno precedute offrono loro la possibilità di diventare adulte grazie a un’unione eterna con un combattente della fede capace di regalare loro un legame romanticamente indistruttibile. Così possono fuggire dall’impurità delle relazioni peccaminose e «facili» dell’Occidente corrotto.

Una sola è la risposta che offrono alla domanda sul perché sono così sedotte dal mito dei miliziani fondamentalisti: il fatto che affrontano la morte. Naturalmente la scomparsa del marito è contemplata come parte di quei valori assoluti di cui sono alla ricerca. Diventeranno, infatti, “le vedove del martire”, a lui legate per un tempo che non è solo quello terreno. La violenza è parte integrante della necessità di una vita senza compromessi.

Accettano di subirla. Anche di imporla a loro volta su quelle donne percepite come “eretiche”. Non sono rari i casi di donne occidentali alla guida di “bordelli islamici”, dove yazide o assire sono ridotte in schiavitù per soddisfare gli appetiti sessuali dei soldati: si dichiarano fiere di gestire la sessualità degli uomini. Lo Stato Islamico, chiosano gli autori, sembra proporre loro «una nuova politica del corpo e dell’anima».

Solo dopo il matrimonio, solitamente con un partner che non conoscevano nemmeno, possono fare l’amore. Al contrario della tradizione musulmana, i parenti sono esclusi sia dalla scelta sia dalla cerimonia. È lo Stato Islamico il garante dell’unione, e sostituisce i genitori. Quell’amore assoluto a cui tanto aspiravano si consuma nel breve spazio di pochi giorni perché l’uomo- il superuomo, nella loro visione – è chiamato a difendere su un fronte il modello di società.

La jihadista, impossibilitata a uscire da sola, vive in comunità di sole donne e conosce la sorellanza con chi condivide la stessa sorte. La morte in battaglia del marito le eleva al rango di umm o di mater dolorosa. Ma al contrario della Vergine Maria, osservano Benslama e Khosrokhavar, la perdita nutre l’odio, il desiderio di vendetta nei confronti dei miscredenti. E spesso spinge le vedove verso una radicalizzazione ancora più piena che si sublima talvolta nel martirio, più spesso nella crescita dei figli come futuri combattenti in nome di Allah.

Prima dell’Isis nessuna formazione della “jihadosfera”, compresa al Qaeda, aveva puntato sulle donne. Anzi, le donne nell’organizzazione erano esplicitamente vietate. Il califfo Abu Bakr al-Baghdadi ha imposto una concezione inedita del jihadismo delle donne. Se il reclutamento ha avuto successo è perché è stata offerta alle giovani d’Europa una chance alternativa alla loro esistenza senza certezze.

Quanto fosse oscena, quella chance, alcune di loro l’hanno capito. Non tutte.

 

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