«

»

Ott 05

Papato, infallibilità, Dubia: cosa dice davvero la Chiesa?

Dal sito Libertà e persona

26 settembre 201

In un suo fedele articolo in ricordo del cardinal Carlo Caffarra, Antonio Socci riportava le frasi dette dal proporato ad un sacerdote, ed in particolare questo passaggio: “Immagina la sofferenza di sant’Atanasio che rimase da solo a difendere la verità per amore di Cristo, degli uomini, della Chiesa”. Nel commento Socci rammenta giustamente l’incredibile isolamento di sant’Atanasio, aggiungendo il fatto che fu “scomunicato dal papa”.

La scomunica ad Atanasio

Queste considerazioni hanno destato molto interesse, perchè da una parte sottolineano come nella Chiesa sia accaduto che un pensiero eretico, quello ariano, sia divenuto per un certo tempo maggioritario (lo dirà anche Paolo VI, riguardo ai suoi tempi, alludendo “la fumo di Satana nel tempio di Dio”), dall’altra sollevano, oggi come in passato, discussioni sulla cosiddetta “infallibilità” del papa.

Alcuni commentatori hanno preferito dribblare ogni problema sollevato dalla scomunica di Liberio ad Atanasio, in questo modo: facendo appello a quegli storici che negano che Liberio abbia mai scomunicato Atanasio, oppure affermando che, sì, la scomunica vi è stata, ma dietro costrizione dell’imperatore.

Come stanno allora le cose?

La prima notazione da fare è che molti storici della Chiesa e molti teologi hanno sempre dato credito alla versione della cosiddetta “caduta di Liberio”. Cito soltanto il Bousset e il Fleury, o, per fare un nome più noto, sempre in Francia, Blaise Pascal, il quale giustificava la sua opposizione non al papato, ma a certe scelte di un pontefice coevo, proprio rifacendosi ai cedimenti di Liberio, dati nella cultura del tempo come acclarati. E ricordava che i pontefici stessi hanno un dovere di comunione con il Vangelo e la Tradizione che li precede.

Nel suo Una storia della Chiesa, Angela Pellicciari scrive che sia san Girolamo che sant’Atanasio sostennero la “caduta” di Liberio.

Benedetto XVI, in un ritratto pubblico di sant’Atanasio del 20 giugno 2007, si limita a ricordare i cinque esili da lui subiti per rimanere fedele, ma non va oltre.

Andrebbe qui ricordato che il cardinal Joseph Ratzinger era al fianco di Giovanni Paolo II nel 2000, quando la Chiesa chiese perdono per le colpe del suo passato, suscitando anche una certa preoccupazione in molti, cardinal Giacomo Biffi in primis, non per l’esistenza di colpe in sé, ma per la genericità e l’inopportunità delle accuse.

Sebbene in quell’occasione il cardinal Ratzinger abbia cercato di limitare e contestualizzare la richiesta di scuse, per evitare di rinfocolare tante polemiche fasulle e pretestuose, tante letture storiche evidentemente ideologiche, egli non si dissociò dall’ammettere che gli uomini di Chiesa, papi compresi, possano sbagliare, e anche gravemente. Allora ci si riferì, storicamente parlando, al papa Andriano VI, che all’epoca della riforma protestante aveva rimproverato uomini di chiesa perchè le loro colpe avevano favorito il diffondersi della perniciosa eresia luterana. Adriano non risparmiò critiche neppure ad un altro papa, Leone X.

Ma torniamo a Liberio. Se hanno ragione gli storici che negano la sua defezione, nulla questio, in questo singolo caso. Ma se hanno ragione coloro che la affermano, si possono fare almeno due considerazioni. La prima: il fatto che Liberio abbia scomunicato Atanasio dietro minacce o lusinghe dell’imperatore, toglie legittimità giuridica alla scomunica stessa, ma non cancella affatto la responsabilità morale di Liberio, che rimane intatta (per quanto diminuita).

La scomunica non è atto infallibile

La seconda considerazione è la seguente: non solo Liberio sbagliò a scomunicare sant’Atanasio, ma è certo che la scomunica papale non rientra tra i provvedimenti dotati di infallibilità. Per stare ai tempi nostri, la scomunica ai cosidetti lefebvriani inflitta da Giovanni Paolo II non solo suscitò moltissime perplessità già all’epoca (abbondarono le tesi di laurea nelle facoltà pointificie in cui il provvedimento veniva criticato, e vari cardinali non furono per nulla concordi), ma è stata tolta da Benedetto XVI, senza che i successori di Lefebvre abbiano cambiato alcunchè, a dimostrazione che due papi, anche amici, possono avere idee diverse riguardo ad una medesima vicenda (si può aggiungere che nella storia della Chiesa abbiamo persino un antipapa Ippolito di Roma, santo come il suo avversario, papa Callisto, da lui accusato, tra le altre cose, di ammettere alla comunione anche persone da non ammettervi a causa di gravi peccati!).

Del resto, come la scomunica non è infallibile, a maggior ragione non lo sono provvedimenti disciplinari meno pesanti, ma purtuttavia molto gravi, come quelli con cui i papi hanno sovente punito, o per tuziorismo o del tutto ingiustamente, persino dei santi (l’ultimo dei quali è san Pio da Pietralcina).

A quanto si è detto sino a qui, si potrebbe aggiungere molto altro: per esempio il caso di papa Onorio I, che fu formalmente anatematizzato da Papa Leone II (682-683) per il suo parziale cedimento all’eresia monotelita; oppure il caso di papa Giovanni XXII, che il 3 dicembre 1334, sul letto di morte, ritrattò un’ eresia da lui sostenuta, come teologo privato, in numerosi sermoni, riguardo alla visione beatifica (aveva affermato che le anime dei santi in cielo non vedono Dio faccia a faccia prima del giudizio universale).

Ma, vista la complessità del tema, vorrei ricorrere a due autorità indiscusse: il cardinal J. Henry Newman, beatificato nel 2010, e Benedetto XVI.

Impegnato nella ricezione e nella non facile comprensione del dogma dell’infallibilità pontificia, Newman scriveva nella sua Lettera al duca di Norfolk: “Con tutto ciò sono lontano dall’affermare che i Papi non abbiano mai torto; che non si debba mai opporre a loro, oppure che le scomuniche abbiano sempre effetto. Non sono tenuto a difendere la politica e gli atti dei singoli papi...”.

E ancora: “Indubbiamente ci sono azioni di papi alle quali nessuno amerebbe aver avuto parte”; “Cosa hanno a che fare la scomunica e l’interdetto con l’infallibilità?… Fu forse Pietro infallibile, quando ad Antiochia Paolo gli si oppose a viso aperto? O fu infallibile san Vittore allorchè separò dalla sua comunione le chiese dell’Asia, o Liberio quando, egualmente, scomunicò sant’Atanasio? E per venire all’epoca moderna, lo fu Gregorio XIII quando fece coniare una medaglia per ricordare la notte di san Bartolomeo?… Nessun cattolico ha mai preteso che tali papi fossero infallibili agendo in quella maniera”.

Argomentando in questo modo, Newman ricordava di non dire nulla di nuovo, e citava illustri teologi come il cardinal Juan de Torquemada o san Roberto Bellarmino.

Quanto al primo: “se il papa ordinasse qualcosa contro la Sacra Scrittura, gli articoli di fede, la verità dei sacramenti, i comandamenti della legge naturale o divina, egli non deve essere obbedito e non bisogna curarsi dei suoi ordini“;

Quanto al secondo, san Roberto Bellarmino: “per resistere e per difendere se stessi non è richiesta alcuna autorità… quindi come è lecito resistere al papa se assale una persona, è altrettanto lecito resistergli se assale le anime… e tanto più se tenta di distruggere la Chiesa. E’ lecito resistergli, affermo, col non fare quello che comanda e impedendo l’esecuzione dei suoi progetti” (cit. in J. H. Newman, Lettera al duca di Norfolk).

Si badi bene, che qui un santo teologo, super ortodosso, ipotizza perisno che un papa possa arrivare a voler distruggere la Chiesa! E si ricordi che Dante Alighieri che mette dei papi all’inferno (spesso sbagliando, ma qui non importa), esprime un concetto accettato da tutto il mondo cattolico: il papa non è affatto impeccabile, può addirittura dannarsi!

Newman, spiegando che questa sua visione della coscienza non ha nulla a che vedere, nonostante le apparenze, con il protestantesimo, aggiungeva: “Sembra dunque che vi siano casi estremi nei quali la coscienza può entrare in conflitto con la parola del Papa e che, nonostante questa parola, debba essere seguita“; e concludeva con parole sue: ” se il Papa o la Regina esigessero da me una ‘obbedienza assoluta’, lui o lei trasgredirebbero le leggi della società umana: a nessuno di loro io devo una obbedienza assoluta!“. Sì, perchè come un sovrano è sottomesso alle leggi di Dio, o in uno stato moderno, alla Costituzione, anche il papa è sottomesso al Vangelo, e deriva la sua autorità non da sè, ma da Dio.

Va ricordato che il beato Newman non era certo contrario al dogma dell’infallibilità, ma riteneva che una definizione chiara fosse assai ardua e che molti cattolici non la avrebbero compresa, allargandone a dismisura i confini. Nelle sue lettere troviamo scritto che “l’infallibilità non è un modo di essere del papa, né uno stato mentale”; che “di certo il papa non è infallibile oltre il deposito della fede data in origine”; che “un papa non è ispirato; non ha un insito dono di divina conoscenza, ma quando parla ex cathedra, che dica poco o molto, è semplicemente protetto da dire il falso” (Roderick Strange, John Henry Newman. Una biografia spirituale, Lindau, Torino, 2010).

Quanto a Benedetto XVI noterei due cose. Il catechismo Youcat che egli fece distribuire ai giovani per la Giornata mondiale della Gioventù di Madrid, affronta così l’infallibilità pontificia: “L’infallibilità del papa non ha nulla a che vedere con la sua integrità morale o con la sua intelligenza. Infallibile nel senso proprio è la Chiesa, dal momento che Gesù le ha promesso lo Spirito Santo… Quando una verità di fede viene negata o fraintesa la Chiesa deve avere una voce definitiva che affermi in maniera normativa che cosa è vero e cosa è falso: questa è la voce del papa. Come successore di Pietro e primo tra i vescovi, egli ha il potere di formulare in accordo alla Tradizione la verità di fede della chiesa messa in discussione… Per questo si dice: “il papa proclama un dogma”Tale dogma non può contenere niente di “nuovo”; la proclamazione di un dogma è un fatto molto raro, e l’ultima risale al 1950”.

Si noti come l’infallibilità viene definita e limitata, agganciandola alla Tradizione e alla proclamazione solenne di un dogma, di cui si dice che è evento molto molto raro*.

Ma il papa non è eletto dallo Spirito Santo?

La seconda affermazione di Benedetto è la risposta ad una domanda (“È lo Spirito Santo il responsabile dell’elezione del Papa?”) riportata dal vaticanista Luigi Acattoli e pubblicata da Avvenire proprio il 13 marzo 2013, cioè proprio nel giorno dell’elezione di Francesco: “Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito Santo non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto“.

A tal riguardo ci vengono in aiuto sia la storia sia la tradizione. La storia ci dice che vi sono stati non solo molti cardinali, ma anche papi imposti dalle famiglie nobiliari romane o da gruppi di potere ben poco inclini all’ascolto dello Spirito santo, e che è esistito il diritto di veto da parte dell’Impero asburgico riguardo all’elezione papale. Ciò significa che purtroppo spesso gli uomini hanno eletto papi con poco rispetto dello Spirito Santo: di cui si potrà allora dire che assiste senz’altro la Chiesa, ma senza che questo significhi che assicura la santità di ogni particolare elezione. Tanto più che la teologia in generale ci assicura di questo: lo Spirito Santo è sempre e solo “suggeritore” (con maggiore o minor forza), perchè Dio rispetta sempre la libertà umana, compresa quella dei cardinali.

Quanto alla Tradizione, si è spesso citata, e mai contraddetta, una frase di san Vincenzo da Lerino: “Dio alcuni papi li dona, altri li tollera, altri ancora li infligge”.

La possibilità dell’apostasia

Si capisce, alla luce di quanto si è detto, che la questione dell’infallibilità non è propriamente semplicissima né semplicistica, perchè deve conciliare la promessa di Cristo alla sua Chiesa, con la libertà e l’umanità di ogni pontefice, e perchè è evidente che l’autorità papale è al servizio del Vangelo e della Tradizione, non essendo il pontefice padrone della Verità, ma chiamato a “tramandarla” e a “confermare i fratelli nella fede”.

Del resto sono le stesse Scritture a mostrarci un Pietro che viene certamente scelto come capo degli apostoli, ma anche che ne sbaglia parecchie (taglia l’orecchio di Malco; viene apostrofato con un terribile “Vade retro Satana”; rinnega Gesù tre volte; viene corretto da Paolo…), ed è la storia ad averci insegnato che possono esistere papi per nulla buoni e retti; è infine sempre la Scrittura, precisamente san Paolo, nella II lettera ai Tessalonicesi, a profetizzare l’apostasia, con frasi di difficile comprensione, che però contengono l’idea secondo cui “l’apostata” arriverà a “sedere nel tempio di Dio”.

Queste frasi hanno fatto parlare i Padri della Chiesa della possibilità che ci sia, un giorno, un tradimento nella Chiesa di immani proporzioni: come conciliare allora, ancora una volta, la promessa di Gesù sulle porte degli inferi che non prevarranno, con la profezia di un tradimento di molti Giuda, o, come scriveva sant’Agostino, di “malvagi e falsi cristiani” che “sono usciti da noi, ma non erano dei nostri”?

E ancora: come conciliare l’infallibilità del papa con l’ipotesi del “papa eretico”, ipotesi non certo peregrina se essa trova spazio sia nel Medioevo, sia in testi cinquecenteschi come Iulius exclusus e coelis di Erasmo da Rotterdam, sia nel vecchio e nel nuovo codice di diritto canonico, allorchè si spiega che il pontefice romano cessa il suo ufficio “o per morte naturale accertata, o per rinuncia, o per eresia notoria” (vedi vecchio Codice di diritto canonico, canone 188; nuovo codice, canone 194; Enciclopedia del diritto, voce Pontefice, n.13; Ius canonicum, del generale dei Gesuiti Francisco Wernz, Roma 1928, al capitolo De suprema potestate)?

I Dubia

Tornando, in conclusione, al defunto cardinal Carlo Caffarra, i Dubia da lui firmati insieme a vari confratelli (e condivisi da migliaia di sacerdoti e fedeli) chiedono appunto a Bergoglio di pronunciarsi in modo chiaro, non in una nota (per usare l’espressione di mons. Georg Gaenswein), ma con una dichiarazione pubblica, solenne, formale, che impegni il suo ruolo di pontefice.

Finchè questo non avviene, la questione rimane, appunto, dubbia, aperta.

Recita così il celebre Manuale di teologia dogmatica, pre conciliare, di Ludovico Ott: “Quando il papa parla come teologo privato o come vescovo della sua diocesi non è infallibile”, perchè per l’infallibilità occorre che “abbia intenzione di decidere definitivamente una dottrina di fede o di morale in modo che questa sia ricevuta da tutti i fedeli. Senza questa intenzione, che deve chiaramente risultare dalla formulazione o dalle circostanze, non vi è definizione ex cathedra. Gli insegnamenti delle encicliche per la massima parte non sono definizioni ex cathedra”.

Poichè tutto fa pensare che Bergoglio non risponderà ai Dubia; poiché egli stesso ha dichiarato, di aver avuto dei dubbi (e di aver interrogato a tal proposito il cardinal Christoph Schönborn, il quale a sua volta ha cambiato idea rispetto al passato, e potrebbe cambiarla nel futuro); poiché le conferenze episcopali danno interpretazioni diverse dello stesso documento, senza che Francesco “abbia intenzione di decidere definitivamente una dottrina di fede o di morale in modo che questa sia ricevuta da tutti i fedeli”; poiché la Congregazione della Fede ha espresso molte perplessità su vari punti del documento… si può immaginare che sarà un futuro pontefice a decidere di sciogliere l’enigma.

Se desse una certa lettura, contraria ai Dubia, si troverebbe a dover smentire la Tradizione, rendendo ancora più difficile comprendere cosa sia questa infallibilità che porta dei pontefici ad insegnare qualcosa per secoli, ed altri a smentire questo insegnamento. Se invece dovesse rispondere come Caffarra pensava, cioè proclamando che le note ambigue di Amoris laetitia vanno risolte alla luce dei documenti precedenti, i teologi e gli storici ricorderanno che la Chiesa è stata nel dubbio, ma che non si è mai smentita in senso proprio, poichè Bergoglio non ha mai impegnato la sua infallibilità, non ha mai definito chiaramente, esplicitamente e solennemente una nuova dottrina e una nuova disciplina sul matrimonio, universalmente valida, come sarebbe richiesto se volesse impegnare l’infallibilità pontificia.

*Un brano ulteriore di Bendetto XVI: “Al contrario, sarà possibile e necessaria una critica a pronunciamenti papali, nella misura in cui manca a essi la copertura nella Scrittura e nel Credo, nella fede della Chiesa universale.

Dove non esiste né l’unanimità della Chiesa universale né una chiara testimonianza delle fonti, là non è possibile una decisione impegnante e vincolante; se essa avvenisse formalmente, le mancherebbero le condizioni indispensabili e si dovrebbe perciò sollevare il problema circa la sua legittimità». (Joseph Ratzinger, Fede, ragione, verità e amore, Lindau, 2009, p. 400)

** Pleonastico notare che le dichiarazioni di un pontefice in campo politico, ad esempio gli elogi di Pannella, Bonino ecc. o le dichiarazioni su immigrazione e politiche varie, non godono di alcuna infallibilità e non esigono nessun assenso da parte del fedele.

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: