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Set 13

Pubblica Amministrazione: sì, ma quale riforma?

La Croce quotidiano 5 settembre 2017

 Non ci sono teoremi generali, ma le sacche di spreco sono evidenti: intervenire si può

di Andrea Artegiani

Il punto “M come manutenzione e opere pubbliche” del programma politico del Popolo della Famiglia reca la seguente dichiarazione: «La pubblica amministrazione, a qualsiasi livello – nazionale, regionale, comunale -, quale strumento dello Stato, ha come finalità quella di servire i cittadini. Posto al servizio dei cittadini, lo Stato è il gestore del bene del popolo, che deve amministrare in vista del bene comune. Contrasta con questa prospettiva l’eccesso di burocratizzazione, che si verifica quando le Istituzioni, diventando complesse nell’organizzazione e pretendendo di gestire ogni spazio disponibile, finiscono per essere rovinate dal funzionalismo impersonale, dall’esagerata normazione, dagli ingiusti interessi privati, dal disimpegno facile e generalizzato. Il ruolo di chi lavora nella pubblica amministrazione non va concepito come qualcosa di impersonale e di burocratico, bensì come un aiuto premuroso per i cittadini, esercitato con spirito di servizio».

La lettura di questo punto mi ha suggerito una disamina della questione che, credo, non possa prescindere da una definizione di cosa intendiamo per “Pubblica Amministrazione” (PA).

È facile rintracciare definizioni tutte riconducibili alla funzione pubblica che la PA dovrebbe avere e, dunque, rifacendoci alla Dottrina Sociale della Chiesa (DSC) la definiamo come quel complesso di funzioni prestatrici di beni e servizi che organi statali e “parastatali” esercitano «in vista del bene comune» (Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1998, n. 5) e nell’interesse del cittadino per favorire la migliore qualità della vita nonché il dispiegarsi delle sue qualità e possibilità psico-fisiche.

In base alla definizione data appare evidente il cortocircuito! Gli apparati della PA, tranne alcune lodevoli eccezioni, si sono infatti sviluppati in gran parte come “corporazioni” tese a coltivare i propri interessi particolari e dove l’erogazione del servizio al cittadino non è la ragione d’essere della loro esistenza quanto piuttosto la ragione per continuare ad autogestirsi nella coltivazione degli interessi di parte («ingiusti interessi privati» come li ha definiti Giovanni Paolo II nell’Esortazione apostolica “Christifideles laici”, del 1989, al n. 41).

Esempi di quanto sopra sono sotto gli occhi di tutti:

  • definire il trasporto pubblico offerto da molte municipalizzate “al servizio del cittadino” è assai arduo, per usare un eufemismo (ricordiamo che l’ATAC, azienda del trasporto pubblico locale di Roma, è di gran lunga la municipalizzata più “scassata” d’Italia);

  • la scuola statale è chiaramente più al servizio di chi ci lavora che degli studenti che la frequentano e basta aver frequentato una scuola “privata” per rendersi conto della differenza, in termini di utilizzo efficiente delle risorse, che le caratterizza;
  • il funzionamento e gli orari di molti uffici pubblici è spesso bizantino ed assolutamente poco efficiente ed “al servizio del pubblico”.

Dunque occorre capire cosa sia possibile proporre per mutare questa situazione rovinosa da parte di chi, come il PdF, si propone di arginare non solo la deriva morale del paese ma anche quella materiale.

Allora vediamo anzitutto di collegare i due ambiti, morale e materiale, e di mostrare come sono assolutamente correlati. Per far questo citiamo l’opera di un politico del passato che forse non molti conoscono, Giuseppe Togni (1903-1981), il quale, tra i fondatori della Democrazia Cristiana, ebbe a dichiarare in un suo discorso del 1944: «al materialismo noi contrapponiamo la nostra concezione spirituale della vita; alla dichiarata prevalenza dei problemi economici, noi contrapponiamo l’assoluta prevalenza dei problemi di ordine morale e spirituale; infine, alla concezione e valorizzazione della massa, noi contrapponiamo la concezione e valorizzazione dell’uomo concepito come entità a se stante e cioè nella sua piena individualità».

Poiché il Togni fu uomo eminentemente pratico alla cui diretta azione politica, come Ministro dei Lavori Pubblici e Partecipazioni Statali dei primi governi della Repubblica Italiana, va ascritta la responsabilità del conseguimento di buona parte degli incredibili successi realizzativi di quella stagione della ricostruzione italiana post bellica, è facile notare come un forte afflato morale sia un potente motore della pratica capacità realizzativa.

Ecco dunque che ci si presenta l’ideale trait-d’union fra la difesa di valori etici e morali, nostro attuale terreno di battaglia politica, e la realizzazione pratica di idee e programmi d’azione senza i quali l’azione politica è sterile e, a lungo andare, dannosa.

Se è vero che viviamo tempi straordinariamente complessi, è altrettanto vero che un passato ricchissimo di esperienze documentate al quale attingere ci fornisce esempi di efficienza provata.

L’esempio di Giuseppe Togni ci aiuta in questo: il suo essere convinto liberista che riconosceva nella concorrenza un insostituibile motore di efficienza ma, allo stesso tempo, un convinto sostenitore dell’insostituibile ruolo dello Stato come organizzatore del quadro concorrenziale nel quale poi soggetti pubblici e privati debbono muoversi, costituisce un faro di coerenza pratica da utilizzare per sanare molte delle situazioni di “inefficacia” (a volerle benevolmente così definire) della nostra Pubblica Amministrazione

Poiché la semplice lamentela dei problemi è di per sé poco utile nonché sport nazionale, vogliamo proporre semplici proposte di principio per evidenziare possibili vie d’uscita da queste situazioni.

L’idea di base da mutare per ottenere una PA più efficiente è che lo Stato dovrebbe avere, verso l’esterno, una funzione essenziale di tutela dell’interesse nazionale e, verso l’interno, una funzione regolatrice ed eventualmente finanziatrice nell’erogazione di beni e servizi, più che direttamente “interventista”. Dovrebbe quindi occuparsi, e bene, di realizzare un quadro normativo e funzionale tale da consentire poi una sana e virtuosa ‘competizione’ fra soggetti diversi, pubblici e privati, in grado di erogare i beni e servizi all’utente finale/cittadino. Senza trascurare, come troppo spesso non viene fatto, di verificare ex post i risultati dell’azione di governo per modificare quanto si riveli inefficiente nel processo in questione.

Vogliamo dunque proporre, senza alcuno stravolgimento giacché il “cambiare tutto per non cambiare niente” è una gattopardesca abitudine italiana, semplicemente di migliorare quei meccanismi che regolano la compresenza sui mercati dell’erogazione di beni servizi di competenza statale (sanità, istruzione, trasporti, giustizia ecc.).

Tale sistema è già attivo in ambiti che tutti ben conosciamo:

  • nella sanità in primis, dove a case di cura, ambulatori e laboratori di analisi pubblici si affiancano quelli privati, in parte finanziati da contributi statali a prestazione che favoriscono l’efficienza della struttura privata senza gravare sui costi per il cittadino. Ciascuno è libero di scegliere a chi rivolgersi in base alle proprie esigenze ed il sistema della competizione dovrebbe favorire le organizzazioni migliori;
  • negli ultimi anni abbiamo assistito all’ingresso dei privati nel trasporto su rotaia con ITALO, la compagnia privata che offre trasporto passeggieri veloce fra alcune delle maggiori città italiane

In questi due esempi i vantaggi per i cittadini sono evidenti e tangibili:

  • nella sanità molte strutture private offrono servizi di qualità senza costi aggiuntivi per il cittadino ed il fatto che la loro efficienza gli permette, espletato il servizio agli stessi costi del pubblico, anche di generare utili dimostra che, sotto forma di tassazione e reimpiego di questi utili, la collettività ne guadagna;
  • nel trasporto su rotaia l’ingresso di ITALO ha decisamente spostato l’asticella del livello del servizio di cui usufruisce la popolazione che utilizza treni a percorrenza veloce. Senza che questo, inoltre, facesse diminuire gli introiti realizzati dall’operatore pubblico in quanto il migliorato servizio generale a determinato un esponenziale aumento della domanda del servizio.

Cosa dunque ci dicono questi esempi (certamente essi stessi non perfetti e suscettibili certo di utili miglioramenti)? Che tale sistema Pubblico/Privato potrebbe ben essere esteso ad altri ambiti di esercizio della Pubblica Amministrazione.

Pensiamo ad esempio all’ambito scolastico. Perché non pensare a finanziare pubblicamente gli istituti privati parificati con un contributo per studente iscritto pari al costo che lo Stato sostiene per fornire al medesimo studente la formazione nella scuola pubblica? I vantaggi per lo Stato sarebbero evidenti nella mancanza della necessità di sostenere tutte le spese per la manutenzione degli edifici scolastici e per le famiglie ci sarebbe il vantaggio di essere liberi di scegliere la formazione che più aggrada per i propri figli in modo più indipendente dalle proprie possibilità economiche.

Nell’ambito dei trasporti pubblici locali non si vede quali possano essere gli impedimenti ad appaltare ai privati un serio servizio ben disciplinato e finanziato opportunamente per garantirne l’accesso a tutti. Di certo costerebbe molto meno alle casse pubbliche rispetto agli esorbitanti costi delle municipalizzate inefficienti e quanto alla qualità del servizio erogato sarebbe ben difficile fare peggio di quanto sopportano oggi i cittadini di Roma e Napoli (tanto per fare i nomi di due delle città ‘vittime’ delle proprie municipalizzate del TPL). Ovviamente questo non esclude la possibilità di continuare con le aziende municipalizzate serie e ben gestite come la ATM milanese che addirittura partecipa e vince gare per il TPL in paesi esteri.

Il discrimine di scelta fra intervento pubblico diretto nell’offerta di beni e servizi e offerta privata dovrebbe ovviamente essere la convenienza per la cittadinanza. Tutta! Mentre invece, troppo frequentemente, vediamo una totale assenza di verifiche ex post sulla bontà ed economicità dei servizi resi dall’intervento pubblico diretto.

Un disciplinare del servizio in questione ben fatto garantirebbe chiare gare di assegnazione e verifiche annuali e pluriennali effettivamente svolte un rinnovo del contratto di fornitura piuttosto che una sua nuova assegnazione ad altri.

Per quanto detto non serve altro che una determinata volontà politica ispirata da retti principi morali e ci soccorre qui, nuovamente, la figura di Giuseppe Togni e come ebbe a definirlo Aldo Moro scrivendo una nota di suo pugno: «Togni non è né di destra né di sinistra, è un dinamico realizzatore con una forte carica sociale».

 

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