Concilio Vaticano II. Una storia non neutrale

Anzi, decisamente a tesi. Con Giovanni XXIII e Paolo VI l’un contro l’altro schierati. Secondo i canoni della scuola bolognese di Alberigo e, su su, di Dossetti

di Sandro Magister

ROMA – Con questo volume si chiude la “Storia del Concilio Vaticano II” ricostruita dal pool internazionale di studiosi diretto da Giuseppe Alberigo.

Alberigo rimanda a Giuseppe Dossetti, di cui è stato per decenni, a Bologna, stretto collaboratore. E quindi all’azione di riforma della Chiesa che ha avuto in Dossetti la sua guida autorevole.

Questa “Storia del Concilio” non è, infatti, neutrale. Riflette intensamente la visione dossettiana. È costruita su una dose imponente di fonti, che semplicemente elencate riempiono un libro (edito anch’esso in questi giorni dal Mulino: “Il Concilio inedito. Fonti del Vaticano II”, a cura di Massimo Faggioli e Giovanni Turbanti, pagine 168, lire 25.000). E da questo punto di vista è un’opera senza eguali, ricchissima, una pietra miliare per gli studi sulla Chiesa contemporanea.

Ma queste innumerevoli fonti diventano mattoni di una ricostruzione straordinariamente compatta e univocamente orientata. La tesi di fondo di questa “Storia” è che, del Concilio, gli elementi prioritari non sono i testi che esso ha prodotto e promulgato. La priorità è data all’evento in sé. Il vero Concilio è lo “spirito” del Concilio.

Non riducibile, anzi, incommensurabilmente superiore alla “lettera” degli stessi testi conciliari. E lo “spirito” del Concilio è identificato nel sogno di Giovanni XXIII di una “nuova Pentecoste” per la Chiesa e per il mondo. Mentre la “lettera” sarebbe l’imbrigliamento dell’assise attuato da Paolo VI, il papa che ha in effetti promulgato tutti i documenti conciliari.

Tra Giovanni e Paolo lo scarto è dato come incolmabile. Quasi la “lettera” montiniana avesse soffocato e tradito lo “spirito” roncalliano. Un altra tesi di fondo di questa “Storia” è che il Vaticano II ha segnato una cesura sistemica tra la stagione ecclesiastica anteriore, preconciliare, e quella successiva, postconciliare.

Questa tesi non è accolta da tutti gli storici. Hubert Jedin ha contestato che il Vaticano II abbia rotto drasticamente con l’epoca tridentina, perché semmai lo strappo è posteriore: tra il Vaticano II e la burrasca del postconcilio. Ed Émile Poulat ha addirittura sostenuto che il Vaticano II è stato una rivoluzione solo illusoria e apparente. Che non ha neppure scalfito il modello intransigente e controriformista del cattolicesimo contemporaneo.

Sono dunque interpretazioni del Concilio Vaticano II fortemente discordi, quelle che tuttora si contendono il campo tra gli studiosi. Ma a guardare alla loro ricaduta nei libri e nei media, non c’è dubbio che a stravincere è la lettura della scuola di Alberigo e, su su, di Dossetti, anche grazie alla potenza di fuoco della loro imponente ricostruzione storica, edita contemporaneamente in sei lingue. La riprova è nel parallelo trionfo della mitizzazione di Giovanni XXIII.

Discordi, dunque, gli studiosi. Curiosamente, però, sono rare le critiche qualificate che hanno preso come oggetto questa “Storia”. “L’Osservatore Romano” l’ha ripetutamente stroncata, dopo l’uscita di ciascun volume, con recensioni a tutta pagina. Per la penna di un prelato della segreteria di Stato, Agostino Marchetto.

In Italia, una recensione critica molto penetrante, ampia e argomentata, all’impianto della “Storia” diretta da Alberigo, è quella di Marco Vergottini, apparsa nel marzo del 1997 su “Teologia”, la rivista della Facoltà teologica di Milano.

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il libro ”Storia del Concilio Vaticano II”, diretta da Giuseppe Alberigo, Volume 5: “Concilio di transizione. Il quarto periodo e la conclusione del Concilio (1965)”, edizione italiana a cura di Alberto Melloni, il Mulino, Bologna, 2001, pagine 792, lire 95.000.

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