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Lug 11

Navarro Valls, il narratore di Wojtyla e Ratzinger

Navarro VallsLa Croce quotidiano 7 luglio 2017

È morto dopo grave malattia, nella sua residenza romana, il comunicatore di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Era stato psichiatra e giornalista

di Giuseppe Brienza

«È il miglior posto per vivere e il miglior posto per morire: l’Opus Dei!». Così rispose alla mamma che lo aveva interpellato in merito San Josemaría Escrivá (1902-1975), fondatore dell’Opera e canonizzato da Giovanni Paolo II nel 2002. Una frase che amano ripetere tutti quelli che appartengono o frequentano i mezzi di formazione dell’Opus Dei. Fra questi il dott. Joaquin Navarro Valls, l’indimenticabile portavoce di Papa Wojtyla ma, fino al 2006, anche di Benedetto XVI, che è morto lunedì sera per un tumore al pancreas nella sua residenza romana, accompagnato dall’affetto e dalla cura dei fedeli della prelatura dell’Opera con cui viveva.

Era infatti un “numerario”, cioè un laico che aveva risposto alla vocazione del celibato come dono di Dio e per motivi apostolici, esercitando la professione di medico psichiatra prima e, poi, giornalista e portavoce di due Pontefici.

Navarro-Valls era nato a Cartagena 80 anni fa, a Cartagena, in Castiglia, da Joaquin Navarro, avvocato di successo, e da Conchita Valls, madre di altri quattro figli. Studiò alla scuola “Deutsche Schule” nella sua città natale, per poi passare Medicina alle università di Granada e di Barcellona. Volò in America con una borsa di studio dall’università americana di Harvard dove si laureò “summa cum laude” in Medicina e chirurgia nel 1961, continuando gli studi per un dottorato in Psichiatria. In questo stesso periodo insegnò come assistente alla Facoltà di medicina. Poi nel 1968 conseguì la laurea in Giornalismo alla facoltà di Scienze della comunicazione all’università di Navarra a Pamplona e, nel 1980, si laureò nel medesimo ateneo in Scienze della comunicazione.

La sua salma è esposta da ieri pomeriggio nella sacrestia della basilica di Sant’Eugenio in viale delle Belle Arti 10, a Roma, mentre il funerale sarà officiato questa mattina da mons. Mariano Fazio, vicario generale della prelatura dell’Opus Dei, a partire dalle ore 11, sempre nella stessa basilica romana.

Sempre sorridente, calmo, Navarro era poliglotta, appassionato di sport, elegante e, per molti versi “carismatico”. Da reporter è stato corrispondente per “Nuestro Tiempo”, poi inviato per il quotidiano di Madrid “ABC”, dapprima in Egitto, poi in Grecia, Israele, Algeria, Turchia, nei paesi dell’Africa Equatoriale, in Giappone e nelle Filippine, fino alla Polonia comunista, per poi “stabilizzarsi” a Roma, dove la stima dei colleghi lo condusse all’incarico di presidente della Stampa estera in Italia.

Da qui fu chiamato nel 1984 da Karol Wojtyła a dirigere la comunicazione della Santa Sede, un impegno senza eguali che, comunque, non gli ha impedito di servire altre importanti istituzioni come la Pontificia Università della Santa Croce, nella quale è stato visiting professor nella facoltà di Comunicazione dal 1996, e il Campus Bio-Medico di Roma, del cui Advisory Board dell’Università è stato presidente a partire dal 2007.

La fiducia di Giovanni Paolo II nei confronti di Navarro è pressoché totale e ne è prova il fatto che egli è chiamato a far parte della delegazione della Santa Sede alle conferenze internazionali che hanno sferrato il maggiore attacco da parte delle Nazioni Unite in favore dei falsi miti del Progresso, e cioè Cairo (1994), Copenaghen (1995), Pechino (1995) e Istanbul (1996).

Da molti anni Navarro stava combattendo con la grave forma di tumore che alla fine l’ha portato alla morte. Fedele al suo carattere generoso e riservato, non aveva però parlato della malattia a nessuno quasi, e men che meno aveva comunicato la notizia in pubblico. In una recente intervista ci ha lasciato delle illuminanti parole che rimangono impresse in tutti noi: «La malattia – che, paradossalmente, è l’esperienza umana più universale – è una provocazione che si presenta sempre con quelle due domande inevitabili: perché questa malattia? E perché a me? In un modo o nell’altro coinvolge non soltanto il malato ma tutta la sua famiglia. E spetta tutti noi, quelli non coinvolti direttamente nel mondo della sofferenza, di penetrare in quel mondo della malattia altrui per aiutare, condividere ansietà e dolori, per far sì che alla malattia degli altri non si aggiunga la tremenda sciagura della solitudine. Non possiamo voler ignorare i bisogni degli altri soltanto perché, per adesso, io sono sano. Nessuno merita la salute, così come nessuno merita la malattia».

Entrato da giovane nella prelatura dell’Opus Dei, fin dagli anni 1970 Navarro si trasferì a nella sede romana di viale Bruno Buozzi con l’allora Monsignor Escrivá che, come tutti gli altri membri dell’Opera, chiamava “il Padre”. Qui si legò molto anche a don Álvaro del Portillo (1914-1994), che è stato il più stretto collaboratore e primo successore di Escrivá de Balaguer alla guida dell’Opus Dei.

Del sacerdote e ingegnere spagnolo, che è stato beatificato il 27 settembre 2014 davanti a 300 mila persone a Madrid, Navarro ha lasciato scritto: «Era una persona con due caratteristiche speciali: un gran buon umore e un carattere ottimista e positivo. Ha rappresentato la continuità più fedele al fondatore dell’Opus Dei. Dietro di sé ha lasciato una traccia incancellabile, tipica degli uomini di Dio che compiono silenziosamente una missione per il bene delle anime» (“Mundo Cristiano”, aprile 1994, numero speciale “In morte di monsignor Álvaro del Portillo”).

Per questo penso che le parole che su Navarro sono state spese in questi giorni subito dopo la sua morte sono quelle dell’attuale direttore della Sala stampa vaticana, l’americano Greg Burke, che ne ha sottolineato proprio il sorriso e il buon umore, “importati” proprio dai due sacerdoti spagnoli dai quali più ha imparato. «Ricordo di aver osservato da vicino Navarro durante la Conferenza delle Nazioni Unite al Cairo – ha inoltre scritto Burke –, uno dei migliori esempi di ciò che papa Francesco definisce colonizzazione ideologica. Era affascinante vedere qualcuno che stava difendendo la fede, ma non era in difesa. Stava guidando la lotta».

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