«

»

Mar 16

Papa Francesco. Un quadriennio di contributi alla DSC

dottrina socialeLa Croce quotidiano 14 marzo 2017

Oggi pomeriggio va in onda “Temi di Dottrina sociale della Chiesa”, la trasmissione di formazione/informazione cattolica in onda su Radio Mater. Si può agevolmente parlare Dottrina sociale della Chiesa a partire dal magistero di Papa Francesco, che ha appena compiuto quattro anni di vita. Il magistero sociale non è tuttavia un fungo, che si sarebbe sviluppato solo negli ultimi decenni o secoli. Diventa utilissimo quindi conoscere le fondamenta della materia

di Giuseppe Brienza

13 marzo 2013-13 marzo 2017: sono passati quattro anni dall’elezione al soglio pontificio di Papa Francesco, un pontefice a mio avviso frainteso, misconosciuto e contestato molto più dei suoi – almeno – quattro ultimi predecessori, cioè da Giovanni Paolo I a Benedetto XVI (perché forse solo Paolo VI ha dovuto patire di più). La nostra fede, tanto più in una ricorrenza come questa, ci ricorda con quella luminosa formula di sant’Ambrogio che “ubi Petrus ibi Ecclesia”, cioè “con Pietro là è la Chiesa di Cristo”.

In un certo senso, in questa affermazione possiamo cogliere il centro di tutto il cristianesimo. Iniziando a trattare il tema della “natura” della DSC, non a caso dobbiamo richiamare ancora una volta una grande figura di Pontefice. San Giovanni Paolo II, infatti, è l’uomo cui occorre riconoscere il merito del rilancio e approfondimento della Dottrina sociale della Chiesa nel XX secolo, dopo un parziale “accantonamento” durante il c.d. post-Concilio Vaticano II.

Ha ricordato al riguardo del Pontefice polacco da lui canonizzato lo stesso Papa Francesco: occorre «attingere anche dal ricco magistero di dottrina sociale che san Giovanni Paolo II ci ha lasciato, e che si dimostra quanto mai attuale. Basta pensare a una delle parole-chiave di questo suo magistero che è “solidarietà”. Una parola che qualcuno ha forse pensato dovesse tramontare, ma che in realtà conserva oggi tutta la sua forza profetica» (Discorso tenuto ai membri della fondazione “Giovanni Paolo II”, Città del Vaticano 25 aprile 2015).

Anche uno dei Pastori italiani maggiormente preparati e attenti alla DSC come Mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio Internazionale “Card. Van Thuân”, ha recentemente riconosciuto a proposito del Magistero di Wojtyla: «Tutto il pontificato di questo grande Papa è stato improntato al convinto rilancio della Dottrina sociale della Chiesa». Non è quindi un caso che, nelle Encicliche sociali di Karol Wojtyla, è per la prima volta presente una definizione dello “statuto” disciplinare di questa importante branca che appartiene, come ci ha insegnato appunto Papa Wojtyla, alla teologia morale.

Senza poter essere naturalmente esaustivi in un intervento come il presente, cercheremo di offrire qualche contenuto essenziale sulla “natura”, nell’insegnamento della Chiesa, della Dottrina sociale cattolica.

1. L’equilibrio fra diritto naturale e giustizia sociale

dottrina_socialeDiciamo subito che la riflessione sulla “natura” della DSC è ancora oggi attualissima dato lo scarso rispetto, in molti ambienti politici ed accademici cattolici, dell’obbligatorietà morale dello studio di questa disciplina. Tanto più che la stessa “sistematizzazione” di una “Dottrina” sociale nasce dall’esigenza di trovare, a livello di Magistero, un “equilibrio” tra legittime esigenze economiche, che nascono dal riconoscimento della proprietà privata come un diritto naturale, e l’assoluta dignità, individuale e sociale, della persona e della famiglia. Già nell’enciclica Rerum Novarum del 1891 Leone XIII insegnava che, la proprietà dei beni, deve essere considerata come una conseguenza del lavoro, compreso quello domestico (e quanto siamo ancora lontani da quest’ultima indicazione!).

Secondo Papa Pecci, infatti, «Come l’effetto appartiene alla causa, così il frutto del lavoro deve appartenere a chi lavora» (n. 8). Per questo motivo l’Enciclica pone un richiamo essenziale a tutti coloro che detengono il potere politico o economico (o lo rappresentano), all’esigenza di conformare la loro attività al bene comune e alla collaborazione fra le diverse categorie sociali. Il tutto cercando di procurare ai lavoratori una giusta retribuzione, atta a far fronte alle loro esigenze fondamentali e a quelle delle rispettive famiglie. Del pari, la DSC richiede agli stessi lavoratori di attendere in modo adeguato e responsabile ai loro doveri professionali.

Se la proprietà privata è quindi riconosciuta come diritto naturale e diretta conseguenza del lavoro svolto occorre chiarire, nell’ambito della DSC, il rapporto tra questa e il bene comune. In questo ci aiuta la riflessione sul ruolo dello Stato presente nell’Enciclica di Pio XI Quadragesimo Anno (1931). Papa Ratti, in quest’importante documento sociale, espone insegnamenti magisteriali sull’intero ordine politico, chiarendo provvidenzialmente quel principio fondamentale della “funzione sociale della proprietà privata” che dovrebbe essere posto a base del bene comune della collettività. Infatti, laddove le scelte economiche si svincolano dal riferimento alla dignità della persona, non possono che prodursi le premesse di drammi e sciagure sociali. Rimanendo nel periodo delle due guerre mondiali del tutto inascoltata la voce del Pontefice, i problemi, le crisi e i totalitarismi sono puntualmente arrivati, producendo tutte le loro catastrofiche conseguenze.

2. Uomo, economia, morale: la “Gaudium et Spes”

dottrina socialeLa Costituzione pastorale “Gaudium et Spes” (1965) è uno dei documenti più interessanti del Concilio Vaticano II, nel quale si affrontano anche molteplici tematiche legate alla vita economica ed alla missione della Dottrina sociale della Chiesa. In conformità con la nuova dottrina conciliare sul laicato, tale Costituzione precisa anzitutto che i laici non sono tenuti ad aspettarsi dai propri Pastori l’assolvimento di compiti che sono loro propri, e men che meno «la soluzione concreta di tutte le questioni».

Il punto di partenza è che l’uomo, «autore, centro e fine di tutta la vita economico-sociale», ha il diritto ed il dovere a uno sviluppo economico-sociale che sia al servizio «dell’uomo integralmente considerato», e non punti principalmente, insegna sempre l’ultimo Concilio, all’aumento della produzione e del profitto. Sappiamo infatti che il “mondo” dell’uomo, nella sua integralità, non si può ridurre né all’individualità né alla comunità nella quale vive. Da ciò si deduce che la Dottrina sociale della Chiesa non può essere identificata né con una teoria di tipo individualista né con una di tipo collettivista. Come minimo, infatti, fra individuo e Stato vi è la famiglia e la comunità locale. Sopra la società politica nazionale, invece, come minimo, c’è la Chiesa e la comunità internazionale.

La DSC, inoltre, non è solo una teoria sociologica perché, nella sua integralità, l’uomo è anche anima e ha esigenze e relazionalità di tipo spirituale. Non si tratta pertanto di una “ricetta” solo umana, perché trae origine ed alimento dalla Sacra Scrittura. Non è, come spesso è stato detto, una “terza via” tra le teorie liberali e quelle social-comuniste. Ma cos’è allora la Dottrina sociale della Chiesa?

Giovanni Paolo II, cui dobbiamo i definitivi approfondimenti sulla natura della DSC, nell’enciclica Sollicitudo rei socialis (1987), la colloca pienamente «dentro la missione della Chiesa» perché, scrive sempre Mons. Crepaldi, la stessa è «incentrata in Cristo, radicata nella tradizione e collocata, in quanto disciplina, nella teologia morale, senza dimenticare che essa è anche però una “categoria a sé”».

3. La “natura” teologica della DSC

dottrina_socialeIl contenuto essenziale della DSC, pertanto, ha natura pienamente teologica. Non è un caso che, dal 2001, anche la Chiesa ortodossa russa si è dotata di un proprio documento, una sorta di “Compendio di Dottrina sociale della Chiesa”, più sintetico di quello cattolico, ma decisamente in linea con questa interpretazione della “natura” della DSC.

Nel Discorso di Puebla del 13 febbraio 1979, nel quale “rilancia” nel modo più solenne la DSC, San Giovanni Paolo II ha insegnato che la Dottrina sociale costituisce «un ricco e complesso patrimonio», che «nasce alla luce della parola di Dio e del magistero autentico», ed orienta «la presenza dei cristiani in seno alle mutevoli situazioni del mondo, a contatto con le sfide che da esse provengono. Tale dottrina sociale comporta pertanto principi di riflessione, ma anche norme di giudizio e direttive d’azione» (n. 19).

La DSC si configura pertanto come una branca della teologia morale, che riguarda la formazione della coscienza politica e sociale. Dei cattolici e di tutti gli “uomini di buona volontà”.

4. Che ruolo ha la DSC nella Teologia Morale?

La Teologia Morale definisce i principi morali universalmente condivisi alla luce dei contenuti della Rivelazione (accettati per fede). Come disciplina, si classifica nelle seguenti due categorie:

Teologia Morale fondamentale, che studia il fine (la felicità) dell’uomo nei confronti di Dio, cioè la “beatitudine” o “comunione eterna” con Dio, ed i mezzi, cioè le virtù, necessarie per realizzarla, sia quelle naturali (umani) sia quelle soprannaturali (fede speranza e carità);

Teologia Morale speciale, che enuclea i contenuti dei dieci comandamenti, integrati dalle virtù che si richiedono per viverli.

L’esigenza di una nuova branca, la Dottrina sociale della Chiesa appunto, nell’ambito della Teologia morale speciale, ha dimostrato come la bipartizione tradizionale era ormai insufficiente a rispondere ai nuovi problemi etici e morali determinati dal progresso economico-sociale. La DSC, pertanto, si configura come una forma alternativa di Teologia morale applicata, da affiancare alle due precedentemente elaborate.

dottrina_socialeNel ribadire che la DSC non è una terza via tra capitalismo e collettivismo, e neppure una possibile alternativa per altre soluzioni meno radicalmente contrapposte, Papa Wojtyla l’ha definita «una categoria a sé» (Sollicitudo rei socialis, n.41), ovvero non solamente una parte della Teologia morale speciale ma, come detto, un ulteriore complemento alla Teologia morale tradizionale, pur condividendone la natura. Ma ora che nelle Università pontificie esiste la DSC come disciplina autonoma, ci si è resi conto che per comprenderla appieno occorrerebbe essere competenti in discipline propedeutiche, dalla storia della Chiesa alla sociologia cristiana, dall’economia alla bioetica, ecc.

Per questa sua natura la DSC risulta molto dettagliata e approfondita perché, oltre alle tre dimensioni tematiche che fa proprie (famiglia, lavoro e politica), deve occuparsi anche di altri temi come la globalizzazione, natura e compiti della Comunità Internazionale, principi della cooperazione allo sviluppo, salvaguardia dell’ambiente, promozione della pace e dei diritti umani, ruolo dei laici nella Chiesa e nella politica etc.

Infatti, come scrive Giovanni Paolo II, «La dottrina sociale […] ha un’importante dimensione interdisciplinare. Per incarnare meglio in contesti sociali, economici e politici diversi e continuamente cangianti l’unica verità sull’uomo, tale dottrina entra in dialogo con le varie discipline che si occupano dell’uomo, ne integra in sé gli apporti e le aiuta ad aprirsi verso un orizzonte più ampio, al servizio della singola persona conosciuta e amata nella pienezza della sua vocazione» [Enciclica Centesimus annus (1991), n. 59].

Per la sua natura, la DSC ha come scopo quello di rammentare unicamente principi generali, evitando di dare soluzioni particolari ai problemi del nostro tempo (la morale non è una scienza esatta). Come noto la coscienza ci dice ciò che non dobbiamo mai fare, se vogliamo essere felici, non ci dice però con certezza ciò che ora e adesso dobbiamo fare, in ordine alla felicità. Cioè come scegliere tra bene e meglio. Un’azione politica ispirata alla DSC può offrire garanzie e spunti preziosi ma, specie nei casi complessi, non può dare la sicurezza a priori che le soluzioni proposte siano le migliori possibili.

5. Quale differenza tra DSC e “Pensiero sociale cristiano

compendio_dottrina_socialeAppare ora utile spiegare la differenza tra Pensiero sociale cristiano e DSC, attingendo all’insegnamento del Concilio Vaticano II sul ruolo dei laici e la chiamata universale alla santità.

Per dare una risposta in prima battuta, occorrerebbe ricordare un’espressione molto significativa di Sant’Agostino: «unità nelle cose necessarie, libertà in quelle dubbie, carità in tutte» («in necessariis, unitas; in dubiis, libertas; in omnibus charitas»). Detto altrimenti, ogni fedele deve condannare gli errori, ma mai le persone (gli “erranti”). Per questo all’azione di tutti, compresa quella politica ed economica, si esige la carità, che non manca di affermare chiaramente se e dove c’è il male sociale e dove l’errore, ma ricorda che «cercare soltanto la carità senza incarnarla nella carità può essere pericoloso» (Mons. Cosmo Francesco Ruppi, Incarnare la verità nella carità nel terzo millennio, in “Cristianità”, n. 189, gennaio 1989, p. 20). Si tratta, del resto, di un concetto insuperabilmente espresso nella Bibbia: «Veritatem facientes in caritate» («Affermare la verità con carità», Lettera agli Efesini 4,15).

La distinzione tra chierici e laici risiede dunque in questo: al clero, che costituisce la gerarchia, spetta insegnare le cose necessarie (in necessariis) alla salvezza (morale e fede). I laici, invece, hanno per ambito proprio la santificazione delle realtà opinabili (in dubiis), ovvero le realtà temporali, i cui problemi non esigono una sola soluzione, per essere risolti, ma varie possibili alternative (libertas).

Alla Chiesa gerarchica spetta pertanto ricordare i principi dottrinali eterni della Rivelazione (fede) e della morale, da richiamare di fronte ai problemi temporali di rilevante attualità, cogliendone il nesso e suggerendo stimoli e innovazioni. In quanto maestra di morale, poi, la Chiesa non fa altro che “purificare” la ragione, evidenziando il valore del diritto naturale, comune ad ogni uomo, perché dotato di coscienza, anche se questa esige formazione e riflessione.

Ai laici spetta poi coniare soluzioni, derivate da quei principi universali, ma che attengono a realtà temporali: dunque, soluzioni opinabili, non uniche, non universalmente certe. Esse implicano il rischio della libertà (e dell’errore); da cui la conseguente responsabilità. L’assunzione del rischio è tipica del laico.

dottrina socialeIl Pensiero sociale cristiano è dato dall’insieme delle molteplici, diverse, opinabili e, talora, contrastanti teorie elaborate dai laici cristiani, o da uomini di buona volontà sensibili ai documenti del Magistero. A partire dai principi comuni espressi nella DSC, essi si sforzano di risolvere i problemi sociali ed economici loro contemporanei. Pertanto, nessun “programma sociale cristianamente ispirato” può rivendicare di essere la “soluzione cattolica” o “ecclesiale” ad un problema del tempo. Il Pensiero sociale cristiano, che è necessario elaborare e conoscere da parte di ogni fedele, è però solo una soluzione proposta da uno o più cristiani che, per essere accettata, dovrà naturalmente presentarsi coerente e convincente dal punto di vista razionale.

Conclusione

È difficile trovare considerazioni inattuali nei pronunciamenti della Dottrina Sociale della Chiesa ma, certamente, l’aspetto teso alla valorizzazione dell’uomo in quanto tale all’interno dei sistemi economici e sociali, appare un’urgenza del mondo contemporaneo e dell’Italia di oggi. Urgenza ineludibile anche visti i flussi migratori inarrestabili che costringono popolazioni intere a spostarsi geograficamente e “culturalmente”, e le tensioni sociali che ne conseguono. Queste possono ulteriormente a breve esplodere se non ben comprese o lasciate senza un “governo” razionale e non demagogico.

Il tema della “carità sociale”, impegnativo senza dubbio, alla luce di quanto finora esposto, si presenta però come una chiave di riforma indispensabile della società in cui viviamo. Soprattutto nel Magistero di Paolo VI e Benedetto XVI, sono presenti alcuni insegnamenti sulla necessità di imprenditori ed operatori economici che contribuiscano allo “sviluppo integrale” della persona, cercando di dare attuazione al principio della “carità sociale”. Lo sviluppo integrale dell’uomo è, infatti, la tematica al centro sia della Populorum progressio sia della Caritas in veritate.

Diversamente facendo, le deviazioni dell’impresa a favore degli interessi personali e le degenerazioni dell’attività economico-finanziaria non potranno che, definitivamente, “strutturare” l’iniquità sociale. È quanto, in particolare, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, pubblicato durante il Pontificato di Ratzinger ma preparato durante quello di Wojtyla (è stato pubblicato nel 2004) definisce il «peccato sociale».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: