“Il Giorno del ricordo”

esuli_giulianiMissione Salute n. 2/201

La struggente rievocazione di chi ha vissuto in prima persona e sulla propria pelle il drammatico esodo di trecentomila persone che dall’lstria. Fiume, Zara, Dalmazia e Alto Isonzo hanno abbandonato per sempre le proprie città, case, lavoro, amicizie e affetti. Unica scelta possibile per mantenere la propria identità nazionale e la libertà di pensiero, parola e religione.

di Eneo Baborsky

Il 10 febbraio 1947, a Parigi, gli Alleati vincitori della II Guerra Mondiale imposero all’Italia sconfitta di cedere alla Jugoslavia di Tito l’Istria, Fiume, Zara, la Dalmazia, il Carso triestino e goriziano e l’alta valle dell’Isonzo, oltre a forti risarcimenti monetari per danni di guerra. A nulla valse il fermo e dignitoso discorso di De Gasperi che volle separare la responsabilità del popolo italiano da quella del regime fascista, chiedendo una pace giusta, non punitiva, fondata sui valori della libertà democratica in nome della nuova Italia repubblicana.

Una clausola del trattato concedeva alle persone di quelle terre la facoltà di optare per la cittadinanza italiana entro un anno dall’entrata in vigore (il trattato fu ratificato il 15/9/1947), con l’obbligo tuttavia agli optanti di trasferirsi in Italia entro un anno dalla dataci esercizio dell’opzione. È dunque nel 1948 il picco dell’esodo giuliano-dalmata, nel quale si posiziona anche quello della mia famiglia da Fiume.

L’esodo Giuliano-dalmata

partigiani_TitoII lettore può essere indotto a pensare che l’esodo fu conseguenza di un democratico diritto di opzione. In realtà moltissimi se ne andarono prima oppure dopo, quando le frontiere erano chiuse, a rischio della vita, fuggendo con ogni mezzo, in barca di notte o attraversando a piedi le frontiere in punti boscosi o di montagna poco presidiati, per sottrarsi al pesante clima intimidatorio dei titini nei confronti degli italiani. Quanto poi alle domande di opzione del 1947-48, va precisato che vennero gestite con arbitrarietà ed aperte violazioni, come ad esempio il licenziamento immediato o addirittura retroattivo dal lavoro che toccò a mio padre.

Chi se ne andava non poteva peraltro portare con sé né denaro né beni mobili, e gli immobili erano requisiti, nazionalizzati e considerati parte delle riparazioni di guerra che l’Italia doveva alla Jugoslavia. Fu nel suo complesso un drammatico esodo di massa, trascinatosi addirittura fino al 1960, con punte del 90% della popolazione e la conseguente disintegrazione di un’intera struttura sociale.

Trecentomila persone lasciarono le loro città senza un ritorno, abbandonando le case, il lavoro, le amicizie, gli affetti, le relazioni, sradicate per sempre, unica scelta possibile per mantenere la propria identità nazionale e la libertà di pensiero, parola, stampa, religione: esuli verso tutti i continenti del globo ma la maggior pane verso l’Italia e qui considerati stranieri in patria, diventati all’improvviso nullatenenti, costretti a ripartire letteralmente da zero, con la loro tristissima storia di alienazione nei disagiati campi profughi sparsi in tutta la penisola e il difficile inserimento nella vita normale, con un elevato contributo alla rinascita dell’Italia del dopoguerra.

Il dramma delle foibe

Nel quadro del progetto politico preordinato di epurazione preventiva messo in atto dagli slavi, si colloca inoltre il fenomeno degli infoibamenti di italiani e oppositori nelle voragini carsiche, perpetrati con efferata violenza in più ondate, le più importanti dopo l’8 settembre ’43 e in tempo di pace dopo il maggio ’45. A tardivo riconoscimento delle vittime delle foibe e delle sofferenze patite dagli esuli, il Parlamento italiano, dopo quasi 60 anni di silenzio, ha proclamato nel 2004 la data del 10 febbraio come Giorno del Ricordo, iniziando a commemorarlo nel 2005.

In occasione della speciale ricorrenza del 2017 in cui cade anche il 70° triste anniversario del trattato di pace, pur tralasciando per ragioni di spazio un auspicabile approfondimento storico, desidero fornire un mio contribuito con due brevi testimonianze personali.

Due vecchie cartelle di scuola

FoibeMi sono finalmente deciso ad aprirla: una vecchia cartella, riposta in un angolo ma mai dimenticata, un po’ ammuffita, piena di ricordi dei miei genitori e di documenti dolorosi. È stato per me un percorso difficile, in cui continuava a venirmi la tentazione di non proseguire, per non far riemergere ferite lontane; ma è stato doveroso arrivare fino in fondo, e capire un frammento della sofferenza sopportata, e riscoprire anche una parte di me stesso.

Il simbolo di tutto ciò è un documento che ho ritrovato, duro, tristissimo. E’ redatto in croato dal Comitato Popolare Cittadino di Rijeka, ormai non più Fiume, con annessa traduzione autenticata in italiano, indirizzato a mio padre, datato domenica 25 aprile 1948 (nessuna festività religiosa veniva rispettata dal regime comunista titino): «In base alle disposizioni di cui agli articoli 91 e 88 della Legge per gli impiegati statali, constatato che con il giorno 1/4/1948 non avete acquisito la cittadinanza della Repubblica Popolare Federativa Iugoslava, Vi si informa che dallo stesso giorno cessa il Vostro rapporto di servizio quale funzionario statale. In relazione a ciò, con il 30/4/1948 siete svincolato dai successivi doveri. Morte al Fascismo! Libertà ai Popoli!».

Tutti i documenti di quel periodo avevano questa chiusura perentoria: «Smrt Fasismu! Sloboda Naroduf». Letta asetticamente da chi non ha vissuto l’esodo, non ha alcuna connotazione negativa in quanto proclama la liberazione dal fascismo, ma per noi profughi giuliano-dalmati è legata al dramma dell’esilio, una sigla dolorosa che ci portiamo dentro. Morte al fascismo sì ma di libertà neppure l’ombra…

Cacciati da Fiume

Mio padre, impiegato presso il Municipio di Fiume, aveva esercitato il diritto di opzione per l’Italia il 30 marzo del 1948. Tre settimane dopo, il 25 aprile (giorno in cui, per ironia della sorte, ricorre in Italia l’anniversario di una ben diversa liberazione), riceveva la lettera sopra riportata, che lo licenziava retroattivamente dal 1° di aprile, e lo lasciava di fatto senza lavoro nel giro di cinque giorni: il tutto a norma di legge, una legge varata da Tìto in nome della Libertà dei Popoli…

Il 30 luglio di quell’anno iniziava l’esodo della mia famiglia. I ricordi si intrecciano in modo imprevedibile e misterioso. Mi torna infatti alla mente un’altra cartella, una misera cartella di cartone. Con essa andavo orgogliosamente a scuola in prima elementare, che avevo iniziato a frequentare a Lecco nel settembre del ’48. Dopo una breve permanenza nel Campo Profughi della Villa Reale di Monza, eravamo ospiti di mia zia materna a Pescarenico, non lontano dal manzoniano convento di Fra Cristoforo.

In un minuscolo appartamento con due stanze e cucina, gli zii, sia pace eterna a loro per tutto il bene che hanno fatto, si erano ristretti in una sola stanza in quattro, e ci avevano lasciato a disposizione l’altra piccola camera: spazio inesistente, due letti per stanza, e i figli di ognuna delle due famiglie a dormire in due in un letto, con i piedi di uno sulla faccia dell’altro. Sempre meglio comunque che stare in un Campo Profughi!

Cassa xe quele baie?

Avevo appena compiuto sei anni, e avevo ricevuto uno splendido regalo di compleanno: una tavoletta di cioccolato ICAM (è il nome della fabbrica lecchese tuttora in attività), ben quattro minuscoli blocchetti… Mi raccontava spesso mia madre che, passando per la prima volta di fronte alla bancarella di un fruttivendolo, indicando le arance le chiesi (sapevo parlare solo il dialetto fiumano): «Cassa xe quele baie?». A sei anni vedevo per la prima volta in vita mia un’arancia!

Con l’esodo avevamo perso tutto, solo a Natale ci si poteva permettere qualche mandarino, e forse un dolce. Ora è Natale tutto l’anno, ma è solo per noi che l’odore dei mandarini evoca ancora il Natale, profumo di agrumi freschi e di bucce abbrustolite sui cerchi roventi della stufa. Nella mia cartella di scuola sistemavo con ordine una penna, una matita, i libri e i quaderni, quei severi quaderni neri che mi incutevano timore, con le pagine colorate di rosso sul lato dello spessore.

Ma la cartella aveva il torto di essere di cartone, e l’ottusa maestra, ritenendola non all’altezza, mi umiliò un giorno dicendomi che non era questo il modo di venire a scuola. Toccò a mio padre, lo seppi solo molti anni dopo. andare a parlare con l’insegnante. Posso solo immaginare l’amarezza di quel colloquio: profugo da Fiume, ex impiegato comunale, mio padre era disoccupato, e lo rimase per ben 10 mesi, con la famiglia da mantenere, sulla soglia della disperazione. Non so che cosa si dissero, ma mio padre, con la grande Dignità che lo ha sempre accompagnato (e la scrivo con l’iniziale maiuscola), fu certo molto convincente, perché la maestra non osò più sollevare l’argomento. Se penso ai “remigini” di oggi, per i quali è un dramma non avere una cartella griffata, non posso fare a meno di commuovermi.

Magazzino 18

A Trieste, nel Magazzino 18 del Porto Vecchio in disuso, sono raccolte le masserizie degli esuli, onirico deposito di oggetti mai ritirati da proprietari finiti chissà dove, magari oltreoceano. E’ struggente passarvi accanto, perché è vivo in quegli oggetti lo spirito dei nostri cari. Il cantautore Simone Cristicchi ne ha rievocato con grande commozione il fascino e la sofferenza in un suo recente lavoro teatrale con titolo omonimo, un musical di impegno civile di grande successo.

Ognuno di noi esuli ha in casa un suo Magazzino 18 personale, e anch’io ho il mio. Il pezzo più importante è una grattugia di legno con cui mia madre preparava le mele per fare lo strudel e che adoperavo spesso anch’io da bambino per aiutarla. Quando vedo questa “reliquia”, oltre a rivivere la straordinaria bontà del dolce che ne usciva, mi commuovo ripensando a quanto hanno sofferto i miei genitori per il totale sradicamento e le terribili decisioni che dovettero prendere, e sono loro riconoscente per la lungimiranza, ringraziandoli nel profondo del cuore per il coraggio che hanno avuto e per il futuro che mi hanno regalato.

Ogni ritorno a Fiume, mia città natale, porta con sé un dolore, so benissimo ritrovare la mia casa e quella dei nonni, ma sono ora occupate da estranei e provo un grande disagio ad avvicinarmi. Forse mi si addicono le parole della toccante canzone 1947 di Sergio Endrigo. esule in quell’anno da Pola: «È troppo tardi per ritornare ormai, nessuno più mi riconoscerà. Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà».

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