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Gen 12

La prostituzione non è un lavoro. Punire i clienti è solo un primo passo

prostituteProspettiva Persona.

Trimestrale di Cultura Etica e Politica

luglio-dicembre 2016

 Intervista all’On. Caterina Bini (Pd), prima firmataria di una proposta di legge che, sull’esempio francese e di altri Paesi europei, vorrebbe introdurre sanzioni per chi compra un corpo umano a fini sessuali 

Giuseppe Brienza

Il 13 luglio 2016 è stata presentata alla Camera dei deputati una proposta di legge per sanzionare chi “compra” un corpo umano per fini sessuali. Prima firmataria è l’On. Caterina Bini (Pd) che, con altri deputati appartenenti a vari schieramenti politici, vorrebbe modificare un articolo della “legge Merlin” sulla prostituzione (l’art. 3), la normativa che negli anni Cinquanta pose fine alle “case chiuse” (n. 75 del 20 febbraio 1958), così da introdurre «sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali di soggetti che esercitano la prostituzione». Assegnata alla Commissione Giustizia ma ancora non discussa, la proposta di legge “C. 3890” (così è rubricata a Palazzo Montecitorio), è stata snobbata dai grandi media ma, soprattutto dagli ambienti cattolici e dell’associazionismo sociale, è vista con grande interesse e, diremmo, speranza.

La proposta di legge dell’On. Bini si ispira al cosiddetto “modello nordico”, ovvero alla legislazione di quei Paesi, come Svezia, Norvegia e Islanda e, più recentemente Francia, che hanno introdotto pesanti sanzioni contro i clienti per scoraggiare il fenomeno della prostituzione. Accanto alla penalizzazione dell’acquisto di sesso a pagamento, la Svezia ha cominciato, già nel 1999, a portare parallelamente avanti anche un preciso percorso prevenzione e culturale della prostituzione, che ha prodotto un vero e proprio cambiamento di mentalità.

Il concetto di base è che la compravendita del sesso è una forma di violenza, svilisce l’essere umano e la famiglia, minando nel profondo il concetto della pari dignità uomo-donna. Le statistiche del fenomeno, ormai, sono divenute davvero da brivido. Chi si prostituisce, nel 65% dei casi, lo fa per strada ed è, per il 37% dei casi, appena una bambina (ha cioè un’età dai 13 ai 17 anni), nel 52% dei casi ha dai 18 ai 30 anni e, solo l’11% delle donne che si prostituiscono, ha più di 30 anni (dati riportati nella relazione di accompagnamento al ddl Bini et al.).

Superfluo ricordare che, a prescindere dalle età, tutte queste donne hanno subìto pesanti violenze sessuali, fisiche o psichiche. Il senso della punibilità dei clienti sta nell’assunto per cui, per sradicare il fenomeno, non basta sottrarre alle leggi del mercato l’offerta, ma bisogna incidere anche sulla “domanda”. Per il Gruppo Abele i clienti, che appartengono in maggioranza al ceto medio alto (56%), si collocano nella fascia d’età compresa tra i 40 e 55 anni (43%) e, in Italia, ammontano allo stato attuale a circa 2,5 milioni.

Oltre al nord Europa, un Paese importante come la Francia ha approvato, nel silenzio della nostra classe culturale e politica, una legge entrata in vigore lo scorso 15 aprile che non si propone di regolamentare solo la prostituzione, ma mira proprio abolirla. I principi su cui si basa la legge francese sono quattro: 1. una società civile non può tollerare la vendita dei corpi umani; 2. l’idea dei «bisogni sessuali incontenibili» dei maschi appartiene a una concezione arcaica e degradante della sessualità che favorisce lo stupro; 3. la prostituzione non può in alcun modo essere considerata un’attività professionale, a motivo dello stato di costrizione che per lo più è all’origine dell’ingresso in essa, della violenza che la caratterizza e dei danni fisici e psicologici che provoca; 4. è fondamentale, da parte delle politiche pubbliche, offrire alternative credibili alla prostituzione, garantire i diritti fondamentali alle persone che si prostituiscono, contrastando decisamente la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento sessuale.

La tratta e sfruttamento anche di bambini e adolescenti si conferma un fenomeno persistente e feroce che colpisce soprattutto i minori migranti. Dal 2012 ad oggi, ha evidenziato il Dossier 2015 “Piccoli schiavi invisibili – Le giovani vittime di tratta e sfruttamento” redatto dall’ong “Save the Children”, sono 1.679 le vittime accertate di tratta in Italia, delle quali una quota significativa è costituita da minori. «Le giovani vittime – rileva sempre il rapporto – sono forzate soprattutto a prostituirsi e sfruttate sessualmente ma si rilevano anche altre forme di tratta e sfruttamento, quale quello in attività illegali, in particolare fra le adolescenti di origine rom e rumena, in associazione, spesso, a matrimoni precoci, e lo sfruttamento lavorativo fra i minori migranti, specie egiziani. Tra i piccoli a rischio anche i minori afgani ed eritrei in transito nel nostro paese» (1).

Di tutti questi ed altri temi scottanti abbiamo parlato con la prima firmataria della proposta di legge dal quale siamo partiti all’inizio, l’On. Caterina Bini.

D. La normativa da Lei recentemente proposta prevede sanzioni per chi si avvale di prestazioni sessuali da parte di prostitute, perché spostare tutto il problema solo sull’aspetto della “domanda”?

R. Perché la prima legge dell’economia è che se diminuisce la domanda, ne consegue una diminuzione dell’offerta. La nostra proposta di legge mira proprio a questo, partendo dal presupposto che le donne che sono sulle strade, spesso minorenni, sono vittime. Donne sfruttate, oggetto di tratta, con organizzazioni criminali alle spalle che ne sfruttano il corpo per fini economici. Si punisce il cliente perché questo mercato si riduca e di conseguenza gli sfruttatori e i criminali non trovino più un terreno fertile.

D. Cosa ne pensa di chi propone di riaprire le “case chiuse” o di creare zone a luci rosse nelle più grandi città?

R. Sono assolutamente contraria. Dove questo è stato fatto, penso in particolare all’Olanda e alla Germania, gli effetti sperati non sono arrivati. Obiettivo di quelle legislazioni era regolarizzare il mercato, eliminare lo sfruttamento. In realtà, come dichiarano lo stesso sindaco di Amsterdam ed il governo tedesco, questi modelli non hanno funzionato. Le case chiuse sono gestite da organizzazioni criminali, lo sfruttamento arriva ai massimi livelli in questi paesi, le ragazze che stanno nelle “vetrine” o nelle case sono delle vittime e spesso comunque l’evasione mantiene livelli elevati perché le ragazze non hanno piacere a dichiarare che fanno questo mestiere.

D. Alcuni parlamentari, anche nelle scorse legislature, hanno sostenuto che la prostituzione sia un lavoro come gli altri (usando, come spesso accade, apparentemente innocue parole inglesi: “sex workers”). Così, dicono, le prostitute potranno essere soggetto al pagamento delle tasse, ma ci converrebbe davvero arrivare a un tale sconvolgente trapasso di cultura e civiltà?

R. Molti partono dal presupposto che si debba salvaguardare la libertà delle donne che scelgono di fare questo “mestiere”. Intanto bisognerebbe capire quante sono davvero libere. I dati ci dicono che nella stragrande maggioranza dei casi le ragazze sono sfruttate, straniere, arrivano in Italia con la promessa di un lavoro e vengono picchiate e messe sulla strada. La libertà di queste ragazze conta meno di quelle, poche, che lo fanno liberamente? E poi, anche chi sceglie di farlo spesso lo fa perché in condizioni di povertà o perché ha subito violenze nell’infanzia. Dovremmo approfondire il concetto di libertà che non è fare ciò che si vuole, ma scegliere nel rispetto di sé stessi e degli altri.

D. Da donna ed esponente politico che rappresenta la maggioranza di governo, cosa dire e proporre a proposito del macroscopico fenomeno dello sfruttamento di migliaia di ragazze sulle nostre strade, vendute e acquistate e alla fine gettate come se fossero prodotti “usa e getta”?

R. La legislazione italiana punisce correttamente lo sfruttamento, l’adescamento, la tratta, la prostituzione minorile. Questi sarebbero i fenomeni da colpire. Nei fatti la nostra legislazione non ha funzionato. Credo non sia più possibile chiudere gli occhi e porsi solo il problema del pubblico decoro. È come mettere la polvere sotto il tappeto. Il problema è molto più serio. Io e molti altri colleghi non siamo più disponibili a fare finta di niente. Grazie alla Comunità “Papa Giovanni XXIII” che ci ha messo di fronte alle storie di queste ragazze ed agli scout dell’Agesci della provincia di Pistoia abbiamo fatto un percorso per conoscere davvero il fenomeno e ora non intendiamo fermarci. Sono felice che quest’estate il Santo Padre abbia scelto di fare visita a queste giovani donne. Spero che questo possa risvegliare le coscienze di molti.

D. Per l’attuale dinamica della prostituzione, in Italia e nel mondo, è corretto parlare di “riduzione in schiavitù” di migliaia di persone, specie immigrate?

R. Assolutamente sì. Una giovane donna di cui non dico il nome, ci ha raccontato la sua storia. È arrivata in Italia con la promessa di un lavoro da badante, è stata picchiata, violentata, le sono state tagliate le orecchie, ha delle lesioni profonde sulla pancia dove le saltavano con i tacchi a spillo. Sanguinante e fasciata è stata mandata in strada, i clienti hanno consumato quella sera come sempre rapporti sessuali con lei. Come lei molte altre, sempre la stessa storia. Nel mondo il secondo mercato per profitti della criminalità organizzata, dopo il commercio di droga è lo sfruttamento sessuale. Non possiamo più attendere a trovare una soluzione al problema.

D. Abbiamo accennato ai Paesi europei che si sono avviati già da anni sulla strada della punibilità della prostituzione. Secondo recenti dati forniti dalla polizia svedese, il provvedimento che punisce i clienti in questo Paese avrebbe contribuito anche a ridurre il numero di persone che si prostituiscono e avrebbe esercitato un notevole effetto deterrente sulla tratta a fini di sfruttamento sessuale. Un tale risultato si avrebbe anche in Italia se introducessimo una normativa sanzionatoria del fenomeno?

R. La speranza è esattamente questa. Anche il parlamento europeo recentemente ha approvato una risoluzione per indirizzare gli stati membri ad adottare questo modello, partendo proprio dai dati, dalla difesa della dignità della donna, dalla lotta allo sfruttamento. Ad oggi la punibilità del cliente pare l’unico modello in grado di garantire questi obiettivi. Se poi ce ne sono altri, ben venga chi ha idee, certo non possono essere quelle ascoltate fino ad oggi che hanno fallito da ogni punto di vista.

D. Cosa ne pensa degli obiettivi e delle modalità della recente legge francese?

R. Penso che sia una buona legge e giudico importante che la Francia abbia agito con coraggio in questa direzione. Speriamo che questo aiuti anche il dibattito italiano. Da parte mia sono contenta che colleghi di diversi schieramenti politici abbiano sottoscritto la proposta, così come considero importante che si sia aperto un dibattito. Molte critiche sono arrivate, ma anche molti apprezzamenti ed alcuni contatti importanti, tra cui una rete di Ong a livello internazionale che da sempre si battono su questi temi. Ho ricevuto molte mail da altri Paesi che mi invitano ad andare avanti. Sono determinata in questa direzione e spero che la società civile dia un sostegno in tal senso.

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1) Cit. in Tratta: dal 2012 al 2015 quasi 1.700 vittime, tra cui minori e ragazze nigeriane, in “Zenit.org”, 21 agosto 2015.

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