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Dic 01

Il romanzo, principio di amore e di battaglia

demari_coverIl Corriere del Sud anno XXIV – 31 ottobre 2016

La letteratura “fantasy” serve a uscire dalla fragilità del post-moderno

di Silvana De Mari

È cominciata nel 2015 e continua con Hania la strega muta (Giunti editore, Firenze 2016, pp. 256, € 12,50), la seconda saga di questa “mia” creatura letteraria, una bambina nata dall’oscurità, muta, sarcastica, acidamente realistica, bellissima, che nutre all’inizio della sua vita una carica forte di astio e di odio per il mondo e per sua madre. Era nata precisamente il 9 settembre 2015 con la Ballata della bambina strega la storia di Hania, creatura fatta di tenebra. Beffardamente sarcastica, acidamente realistica, bellissima, con un coraggio da leone, è la protagonista della mia seconda saga.

Entrambe hanno avuto al centro della storia un bambino: Yorsh, l’Ultimo elfo nato con il compito di salvare il mondo e, ora, Hania nata con il compito di “dannarlo”. Entrambi sono dotati di quel libero arbitrio che, oggi, qualcuno pretende di negare all’uomo. Entrambi si umanizzano. Yorsh ama e quindi combatte. Ce l’ha spiegato il grande romanziere, pittore, poeta, saggista, drammaturgo e giornalista inglese Gilbert K. Chesterton (1874-1936): perché una storia funzioni, perché di notte restiamo svegli per arrivare fino a pagina successiva, perché entri nei nostri sogni, devono essere tre i personaggi: la principessa, San Giorgio, il Drago.

Ogni romanzo deve conoscere il principio dell’amore e della battaglia: deve esserci una principessa, l’oggetto da amare e per il quale battersi, deve esserci il drago che la tiene in ostaggio, e deve esserci lui, San Giorgio, cioè chi ama e combatte. La principessa può anche essere il mondo o la terra di mezzo, ma il punto fondamentale è che San Giorgio, o chi per lui, ama e combatte. Ed ha ragione Chesterton quando afferma che è uno dei più tragici errori della cinica filosofia moderna il fatto che l’amare e il battersi siano stati messi in due campi diversi anzi opposti. Non è possibile amare qualcuno senza essere disposto a combattere. Non è possibile combattere se non si ama: coloro che combattono guerre atroci semplicemente amano il male.

Yorsh ama e quindi combatte. Sacrifica la sua angelicità, entra nel mondo, si sporca di fango e di sangue. Quando l’unica possibilità che ha per salvare colei che ama dall’ingiustizia e dalla morte è uccidere, macchia la sua innocenza. Come ogni vero eroe, come San Giorgio, come San Michele Arcangelo, è dotato di una spada. Yorsh rinuncia alla sua angelicità e alla sua stessa immortalità per amore, uccide e uccide l’immortalità del suo corpo. Uccide una patella, e la mangia, per poter conquistare la mortalità senza la quale resterebbe insulsamente vivo e giovane, per poter accompagnare verso la vecchiaia e la morte chi ama.

Hania nasce chiusa in un silenzio totale e nell’odio per il mondo che ha il compito di annientare. Ha una conoscenza totale della realtà e del linguaggio, ma le mancano le parole “amore”, “amicizia”, “allegria” e “compassione” che per lei sono solo suoni. La compassione materna di sua madre salva la sua vita e la potenza virile delle narrazioni del Cavaliere di Luce salva la sua anima, perché lei ha un’anima, all’inizio minuscola, che poi cresce e si fortifica e dà rami e frutti, come un albero di melograno nato da un unico seme seminato nel deserto. Hania ama e combatte, ed è così che guadagna la sua immortalità, quella della sua anima.

Mentre Yorsh è dolce, attento, compassionevole, Hania è aspra, caustica, sarcastica. Ambedue rinchiusi in una disperata solitudine, quella di Yorsh annegata di parole, quella di Hania priva di qualsiasi suono, ne escono per la forza dall’amore, dell’amicizia, della compassione.

Ambedue amano, quindi combattono. E diventano creature umane, dotate di libertà, di libero arbitrio.

Quando l’angelo compare davanti ad Adamo ed Eva che hanno mangiato il frutto proibito dice una parola ebraica, “timshel”. Il “frutto proibito” che non è la mela, giuro. È il frutto proibito. Non è specificato quale e così deve essere. Diventa la “mela” nel medioevo per l’assonanza tra la parola “mela” e “male” in latino, “malus”. Se non ci credete andate a controllare e già che ci siete rileggetevi l’attacco della Genesi che è di una bellezza sconvolgente.

Nel principio Dio creò i Cieli e la terra. La terra era informe e vuota e le tenebre coprivano la faccia dell’abisso; e lo Spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque. Poi Dio disse “Sia la luce”. E la parola timshel? Vuol dire “tu puoi”. Tu puoi fare. Tu puoi non fare. È la libertà il dono più terribile e più grande.

Yorsh e Hania scelgono, diventano creature umane, creature, di luce e di tenebra che però hanno dentro un anelito eterno verso la felicità e verso il bene.

Yorsh e Hania faticosamente conquistano la libertà. E la libertà serve per fare il bene.

Qeesta particolarissima creatura è stata generata da uno stupro commesso da un oscuro demone, nei confronti della principessa Haxen, erede dell’unico regno che resiste al male. L’Oscuro Signore sta conquistando tutto il mondo all’oscurità, forte del fatto che nessuno creda in lui. La saga quindi è incentrata sul tema del male, anzi del Male, e di come sia facile per esso infiltrare il mondo degli uomini quando la follia di questi ultimi ne nega o ignora la natura. La corruzione e la crudeltà dilagano, resiste solo il piccolo Regno delle Sette Cime, ancora fedele alle regole dell’onore, della lealtà, del coraggio e, soprattutto, della cavalleria: si combatte solo per difendere la giustizia e lealmente e, soprattutto, mai un cavaliere può toccare un disarmato, mai può fare del male a un bambino etc.

Ma il piano dell’Oscuro non lascia apparentemente scampo: la bambina è demoniaca e dotata di poteri strani, oltre che odiosa e insopportabile: se vivesse dannerebbe il mondo con la sua malvagità. Haxen non potrà che uccidere la neonata, e così dannerà la sua anima e quello che resta dell’anima del mondo. Ma la principessa conosce le regole della cavalleria, vi appartiene e, quindi, sa che un cavaliere non può uccidere un bambino. Sceglie quindi di portare la creatura a vivere nel deserto, dove non potrà nuocere a nessuno e, nel viaggio, nasce la tenerezza per la piccola strega, che odia la ninna nanna, detesta le fiabe, ma ama i racconti di cavalleria, la saga del Cavaliere di Luce ed altri percorsi epici.

Attraverso queste narrazioni la madre riesce a creare nella bambina la capacità di scegliere il bene, anche contro la propria originaria natura, cioè il libero arbitrio. La madre quindi riesce a costruire un’etica nella bambina con il suo esempio e la sua dedizione personale. Rischia persino innumerevoli volte la sua vita per proteggerla e, con le storie della saga del Cavaliere di Luce, Hania impara il concetto di giustizia e di onore e, così, la piccola lentamente si umanizza

Tutta la storia è vista da due punti di vista, la principessa Haxen e la sua bambina, intelligentissima, scorbutica, cattivissima, irrimediabilmente muta, ma anche profondamente disperata e bisognosa di redenzione. Hania è aspra, caustica, sarcastica, priva di qualsiasi parola, dispersa e rinchiusa, nella solitudine più assoluta da cui riesce ad uscire solo per la forza dall’amore, dell’amicizia, della compassione. Diventa così una creatura umana, dotata di libertà, di libero arbitrio, fatta quindi di luce e di tenebra, che ha dentro un invincibile anelito verso la felicità e il bene.

In un certo senso, pur non nominandolo mai, “Hania la strega muta” è un libro contro l’aborto. È infatti dedicato ai folletti e, in tutta la storia d’Europa, i folletti sono metaforicamente gli spiriti dei bimbi uccisi negli infanticidi ed in quei delitti che, il pensiero politicamente corretto di oggi, chiama ipocritamente “interruzioni volontarie di gravidanza”.

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Silvana De Mari, chi è 

a cura di Giuseppe Brienza

de_mariSilvana De Mari, nata nel 1953 in provincia di Caserta, da molti anni vive e lavora a Torino. Specializzata in chirurgia generale e in psicologia cognitiva, ha praticato la professione di chirurgo in Italia e in Africa e, attualmente, si occupa di psicoterapia. Come scrittrice ha trattato temi complessi e intrisi da varie dinamiche psicologiche, che le sono serviti per parlare di relazioni umane, ingiustizie, persecuzioni, discriminazioni, ribellioni in forma di favola e, infine, per sottolineare l’importanza di valori come la lealtà, il coraggio e la fedeltà ai principi nella vita e nella lotta costante tra bene e male.

Ha scritto una quindicina di romanzi che vanno dalla letteratura per ragazzi al genere fantasy, tradotti in una ventina di lingue, che hanno riscosso un grande successo internazionale. Fra le sue opere ricordiamo La saga dell’Ultimo elfo pubblicata da Salani e Fanucci nella quale, nascosto nel linguaggio metaforico e fiabesco, tratta il tema del genocidio, quindi la Saga di Hania, pubblicata da Giunti, in cui il tema principale è quello del Male e del libero arbitrio e, infine, Il gatto dagli occhi d’oro, edito sempre da Giunti, incentrato sul difficile tema del multiculturalismo e della dignità della donna (in particolare la tragedia delle mutilazioni sessuali femminili).

I libri della De Mari hanno ricevuto importanti riconoscimenti a livello internazionale come il Premio Andersen in Italia, Le Prix Imaginaire e Le prix Sorcière in Francia, il premio ALA-American Library Association negli Stati Uniti. Il 19 ottobre è uscito il suo ultimo lavoro, Hania la strega muta (Giunti, Firenze 2016, pp. 256, € 12,50).

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