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Set 08

Pokémon e Villiers de L’isle-Adam

pokemon-goIl Covile anno XVI n.916 -15 agosto 2016

A cura di Gabriella Rouf

* * *
I Pokémon e il rimbecillimento tecnologico nel 1880.

di Nicolas Bonnal Fonte: www.dedefensa.org, 6 agosto 2016 (con un racconto per ferragosto)

Giorni fa a Madrid, con temperatura di 40 gradi alla Puerta del Sol, «migliaia» (cosí si dice) giovani professionisti e altri studenti promettenti si sono radunati — shorts, TShirt e infradito — per un raduno Pokémon da cui si attendevano molto. Sí, si radunavano per dare la caccia ai Pokémon davanti ai media estasiati che ne davano notizia, rilevando che in fin dei conti i videogiochi non sedentarizzano (perché cercare il pel nell’uovo? Sei un fascista?), che un titolo giapponese (Nintendo) saliva cosí tanto a Wall Street (dove sono tutti comprati, come Hillary, dai robot dell’insaziabile Fed) e soprattutto che se 65 milioni di zombies, come in un romanzo di Phillip K. Dick, fanno nello stesso momento la stessa cosa (cioè la caccia ad un’elettrobestiola), era, è fantastico. Che segno di modernità, trallalà.

Siamo caduti davvero in basso, ma in effetti non facciamo che andare piú a fondo! Perché, in fin dei conti, ricordatevi che al tempo dei nostri avi non è che valessimo molto piú di ora. Disponevamo già di una tecnologia capace di rimbecillirci, noi figli del regno della quantità e della rivolta delle masse. La sola e vera rivoluzione politica francese, è il 1870, e la sola grande rivoluzione tecnologica, è l’elettricità. Ed è solo Villiers de l’Isle-Adam che ha meglio penetrato l’air du temps, che è l’idiozia alimentata, creata e coccolata dalla benemerita tecnologia.

La raccolta dei Racconti crudeli (1) contiene molte perle che invitano alla calma i disgustati dal web: eravamo già allora rincretiniti dall’avvento della luce elettrica e dal resto. Era, per riprendere la buona definizione di Philippe Béchade, l’inintelligenza artificiale in culla. Farò un distinguo tra tecnica e tecnologia: la prima serve e sostiene il corpo, la seconda aggredisce l’anima. La prima vi trasporta, la seconda vi invade.

La forza di Villiers, che interesserà PhG, (2) è legare il fenomeno della tecnologia a quello dello sciovinismo, che ci condurrà a Verdun (3) e altrove. Vedete questo testo che ben ne preannuncia altri (di mali): Intorno a lui, sotto le potenti vibrazioni che scendevano dal campanile, fuori, piú in là, oltre il muro dei suoi occhi, uno scalpiccio di cavalleria, e, a scoppi, fanfare militari, acclamazioni mescolate ai tiri a salve degli Invalidi e ai fieri gridi dei comandi, rimbombo d’acciai, tuono di tamburi a scandire sfilate interminabili di fanteria, gli arrivava un rumore di gloria! (4)

Tutto ciò è assai legato al militaresco festoso e ludico, come la guerra tedesca di là da venire, che affascina il Kaiser o anche il giovanissimo Thomas Mann. Il megafono (per capire riguardate il Grande Dittatore di Chaplin) e la fata elettricità preannunciano i massacri che essi ispirano e celebrano: Il suo udito acutissimo percepiva perfino l’ondeggiare degli stendardi dalle lunghe frange che sfioravano le corazze. Nell’ascolto del vecchio prigioniero dell’oscurità, si evocavano mille lampi di sensazioni, intuite e indistinte! Una divinazione lo rendeva partecipe di ciò che infiammava i cori e i pensieri nella Città. (5)

La guerra fresca e gioiosa è subito una guerra elettrica, dunque una guerra di condizionamento. Macluhan ha ben chiamato in causa la stampa nel caso della rivoluzione puritana in Inghilterra (rivoluzione — oserei dire — del Livre (libro) e della livre (sterlina).

Poi Villiers lancia il grande quesito al quale nessuno mai risponde: i membri del colto pubblico moderno, la gente insomma, sono abbrutiti dalla tecnologia o sono naturalmente imbecilli? Céline era chiaro: per lui il popolo non è vittima, è collaborazionista, e non apprezza altro che il falso e il pretenzioso. Cosa chiede tutta la folla moderna? Domanda di mettersi in ginocchio davanti all’oro e alla merda!… Ha il gusto del fasullo, del bidone, della stupidaggine farcita, come nessuna folla ha mai avuto, anche nelle peggiori epoche antiche. Subito, se ne rimpinza, ne schiatta. E piú nullo, piú insignificante è l’idolo scelto in partenza, piú esso ha probabilità di trionfare nel cuore delle folle… meglio la pubblicità aderisce alla sua nullità, penetra, trascina con sé l’idolatria… (6)

In altri termini la tecnologia rivela la stupidità umana, non la fabbrica; essa la diffonde, non la provoca. Medium is not message. Qualche migliaio di Happy Few ogni giorno per Dedefensa.org, un miliardo per Lady Gaga e il suo Twitter (senza dimenticare il milione di commenti per canzone — guardate YouTube e saprete da quanti zombis siete circondati), che surclassa il papa, Trump, Clinton, tutto «il flusso del liquame mondiale» denunciato dal nostro buon Francis Ponge.(7)

Meno aggressivo, ma misantropo quanto Céline o Léautaud, Villiers aggiunge: Perché il pubblico va matto per, guardate bene, lo Straordinario! Ma, poiché non sa bene in cosa consista in letteratura (passatemi la parola) tale Straordinario per cui va matto, ne consegue che l’apprezzamento di un portinaio deve sembrare preferibile, per un buon giornalismo, a quello di un Dante. (8)

Villiers scrive che nella società dello spettacolo non bisogna far finta di essere ebeti (è troppo difficile): bisogna esserlo. Ma il peggio, è che possa trapelare dal vostro discorso che cercate di dissimulare la vostra intelligenza per non spaventare il lettore! Che diavolo, la gente non gradisce che li si umili! (9)

E poi si è fatto bene a detronizzare questi re che avevano gusti elitari. Preferivano Fedra e il Re Lear a American pie o Taxxi. I re, per quanto fastidiosi siano, approvano ed onorano Shakespeare, Molière, Wagner, Hugo, etc.; le repubbliche mettono al bando Eschilo, proscrivono Dante, decapitano Andrea Chénier. In repubblica, c’è ben altro da fare che avere del genio! Tanti affari da sbrigare, capite… (10)

Certo noi abbiamo la nostra classe media relookée en bobo (11) che adora accorrere in folla alle grandi mostre. Ma dato che non sa far differenza tra Turner e Rothko, tra Memling et Dubuffet, essa non fa che dimostrare quanto detto dal mio amico Paucard sul rincretinimento attraverso la cultura. (12)

Poi il nostro scrittore maudit (morí di fame o quasi, lui discendente di crociati, dopo aver sposato la domestica) enuncia la legge ferrea del sistema plutocratico, democratico e tecnologico moderno (legge che ben denunciarono anche Poe e Thoreau): spendere molto e fabbricare molti effetti speciali per vendere… il niente o quasi. Cianfrusaglie. Si vede da qui questo movimento, questa vita, questa animazione straordinaria che gli interessi finanziari sono i soli capaci di dare, oggi, alle vere città. All’improvviso, potenti getti di magnesio o di luce elettrica, amplificati centomila volte, partono dalla cima di qualche collina fiorita, incanto delle famigliole, da una collina analoga, per esempio, al nostro caro Montmartre; i getti colorati, mantenuti da immensi riflettori versicolori, inviano, bruscamente, verso il fondo del cielo, tra Sirio, Aldebaran, l’Occhio del Toro, se non fino nel mezzo delle Iadi, l’immagine leggiadra di un adolescente che tiene una sciarpa sulla quale leggiamo tutti i giorni, sempre con nuovo piacere, questa bella frase: — Si restituisce il denaro di ogni acquisto che non piaccia piú! (13)

Eh sí, bisogna fare shopping e soprattutto farsi rimborsare se non si è soddisfatti. Notate che Zola scrive la stessa cosa o quasi nel suo Bonheur des dames. Solo che lui lo adora, il sistema. Dice: la donna va dietro al chiasso. Egli affermava che la donna non sa resistere alla pubblicità, finisce fatalmente per andar dietro al chiasso. (14)

Infine, ben prima del culto hollywoodiano (in effetti non tanto prima, perché ha scritto anche su Edison), Villiers descrive un’amena macchina per la gloria — perché tutti vogliono essere famosi, come Andy Warhol, Woody Allen o gli ayatollah. Il prodotto della sua macchina, è la GLORIA! Essa produce gloria come un rosaio le rose! L’apparecchio dell’eminente fisico fabbrica la Gloria. Esso la fornisce. La fa nascere. In una maniera organica e inevitabile. Vi copre di Gloria! E se uno non la volesse: si può fuggire, ma quella vi corre dietro. (15)

E se il pubblico, per troppo torpore non risponde abbastanza alla svelta, gli si dia un bel calcio nel sedere, come nelle trasmissioni cosí dette d’intrattenimento! Deve applaudire la celebrità. Qui, la Macchina insensibilmente si complica, e la sua concezione diventa sempre piú profonda: i tubi di gas illuminante sono alternati ad altri tubi, quelli dei gas esilarante e dacriforo. Gli sportelli sono attrezzati, all’interno: contengono invisibili pugni in metallo destinati a risvegliare, al bisogno, il Pubblico e dotati di mazzi di fiori e corone. (16)

Tutto questo per dire che il Pokémon non è poi cosa tanto grave!

Lasciamo che Villiers ci diverta un’ultima volta, e ahimè piú di un Alphonse Allais: Testimone il delizioso Apparecchio del professor Schneitzoëffer (junior), di Norimberga (Baviera), per l’Analisi chimica dell’ultimo respiro. Prezzo: due talleri (7,95 franchi con la scatola), un regalo!.. Affrancare. Succursali a Parigi, a Roma e in tutte le capitali. Spese di recapito in piú. Evitare contraffazioni. Grazie a questo apparecchio, i figli potranno, d’ora in avanti, rimpiangere i loro genitori senza dolore. C’è da chiedersi, in una parola, se non si sta tornando all’Età dell’oro. (17)

Perché l’Età dell’oro ha vita dura!

Nicolas Bonnal

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«… le Pokémon n’est pas si grave»?

Tra le letture estive di classici, Auguste de Villiers de L’Isle-Adam è conciso e rinfrescante. Mentre tanta fantascienza — Ballard compreso, perché troppo esplicito nella ricerca dell’orrido — appare ormai ingenua e ampiamente superata dalla realtà, i testi di Villers contengono un deposito di sdegno profetico che trova nell’oggi i nuovi scenari. Lo squallido spettacolo della caccia al Pokémon ha la sua anticipazione nel rincretinimento di massa evocato nei Racconti crudeli, dove tecnologia e scienza sono da subito serve del profitto, la folla ottusamente cerca e idolatra il volgare, l’idiota, il fasullo, mentre i media propagandano il prodotto e sono garanti del livellamento all’ignoranza. Eludendo l’ironico appello di Bonnal, chiamiamo in causa i testi di Spitzer (18) e Desmurget (19) per notare nel Pokémon-boom l’esito dello spappolamento mentale televisivo e informatico sulle ultime generazioni.

Se oggi «Medium is not message», è perché l’omologazione è avvenuta precocemente, per condizionamento, con riduzione secca degli apparati concettuali, linguistici e relazionali. Il riferimento agli scenari fantascientifici orwelliani e dickiani è quindi fin troppo lusinghiero. Quella del transumano è oggi un’ideologia che copre e nobilita una realtà assai piú squallida e oscura: masse dipendenti e manipolabili, espropriate politicamente, frastornate tra orrore quotidiano e consumismo miserabile.

Del resto già provvedono istituzioni varie a dare dignità sociologica alle nuove tappe dell’abbrutimento, mentre le amministrazioni locali, patrocinanti notti bianche e simili eventi-spazzatura, si disputeranno i rifugi-Pokémon. Per parte nostra, con un occhio a vezzi piú elitari del ceto medio «relookè en bobo», offriamo ai nostri lettori — sempre dai Contes cruels — la novella «Le Plus Beau Dîner du monde», in una nuova traduzione. (G. R.)

* * *

Il piú bel pranzo del mondo.

Di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, trad. Gabriella Rouf.

Un colpo da Commendatore!
Un colpo alla Jarnac!
(Vecchio modo di dire) (20)

Xanto, maestro di Esopo, dichiarò, dietro suggerimento del favolista, che, se anche aveva scommesso che avrebbe bevuto il mare, non aveva affatto scommesso di bere i fiumi che vi «entrano dentro», per dirlo nel garbato francese dei nostri traduttori universitari. Certo, una simile scappatoia era assai abile; ma, con l’aiuto dello Spirito del progresso, non sapremmo trovarne, oggi, di equivalenti? di altrettanto ingegnose? — Ad esempio: «Togliete via, preliminarmente, i pesci, che non sono affatto compresi nella scommessa; filtrate! — Tolti quelli, la cosa andrà da sé».

O, meglio ancora: «Ho scommesso che berrò il mare! Bene; ma non tutto d’un fiato! Il saggio non deve mai precipitare le sue azioni: io bevo lentamente. Vale a dire, praticamente, una goccia, diciamo, all’anno».

In breve, pochi sono gli impegni che non possono essere mantenuti in un modo o nell’altro… e questo modo potrebbe essere qualificato come filosofico.

— «Il piú bel pranzo del mondo!»

Queste furono le espressioni di cui si serví, formalmente, il signor Percenoix, l’angelo dell’Enfiteusi, per definire al positivo il pasto che si proponeva di offrire ai notabili della cittadina di D***, dove il suo studio prosperava da trent’anni e piú. Sí. Fu al circolo, — dorso al camino, falde della giacca sotto le braccia, mani in tasca, spalle tese e raccolte, occhi al cielo, sopracciglia alzate, occhiali d’oro sulla piega della fronte, cappello all’indietro, gamba destra accavallata sulla sinistra e punta della scarpa di vernice che appena toccava terra — che pronunciò queste parole.

Esse furono scrupolosamente inscritte nella memoria dal suo vecchio rivale, il signor Lecastelier, l’angelo dei Parafernali, il quale, seduto di fronte al signor Percenoix, lo considerava con occhio velenoso, al riparo di un ampio paralume verde. Tra questi due colleghi, c’era una sorda guerra dai tempi dei tempi! Il banchetto diventava il campo di battaglia escogitato dal signor Percenoix e da lui proposto per finirla una volta per tutte. Sicché il signor Lecastelier, forzando al sorriso l’opaco acciaio della sua faccia a lama di pugnale, non rispose nulla sul momento. Si sentiva sotto attacco. Era il piú anziano: lasciava che Percenoix, che era piú giovane, parlasse e si impegnasse con folle leggerezza. Sicuro di sé (ma prudente!), voleva, prima di accettare la lotta, rendersi conto meticolosamente delle posizioni e delle forze del nemico.

A partire dal giorno dopo, tutta la cittadina di D*** fu in subbuglio. Ci si domandava quale sarebbe stato il menu del pranzo.

Evocando salse cadute in oblio, l’esattore si perdeva in congetture. Il sottoprefetto calcolava e profetizzava suprêmes di fenice servite sulle loro stesse ceneri, fenicotteri mai visti volteggiavano nei suoi sogni. Citava Apicio. Il consiglio comunale rileggeva Petronio, lo chiosava. I notabili dicevano: «Bisogna attendere», e tenevano un po’ a freno l’effervescenza generale. Tutti gli invitati, su avvertenza del sottoprefetto, assunsero amari digestivi da otto giorni prima.

Finalmente, il gran giorno arrivò.

La casa del signor Percenoix era situata nei pressi della Passeggiata, a un tiro di schioppo da quella del suo rivale. Dalle quattro del pomeriggio, una specie di siepe si era formata davanti alla porta, su due file, per veder arrivare i commensali. Allo scoccare delle sei, ne fu segnalato l’arrivo. Si erano incontrati sulla Passeggiata, come per caso, e arrivavano insieme. C’era, davanti a tutti, il sottoprefetto, che dava il braccio alla signora Lecastelier; poi l’esattore e il direttore dell’ufficio postale; poi tre persone molto influenti; poi il dottore, a braccetto con il banchiere; poi una celebrità, l’Introduttore della fillossera in Francia; poi il preside del liceo, e qualche proprietario terriero. Il signor Lecastelier chiudeva la schiera, fiutando via via una presa di tabacco, con aria meditabonda.

I signori erano in abito nero, cravatta bianca, ed esibivano un fiore all’occhiello: la signora Lecastelier, magra, aveva un vestito di seta colore can che scappa, un po’ accollato. Giunti davanti al portone, alla vista delle insegne notarili che brillavano ai fulgori del tramonto, i convitati si voltarono verso il magico orizzonte: gli alberi lontani si illuminavano; gli uccelli andavano quietandosi nei frutteti vicini.

«Che sublime spettacolo!», esclamò l’Introduttore della fillossera, abbracciando, con lo sguardo, l’Occidente. Tale opinione fu condivisa dai convitati, che assorbirono, per un istante, le bellezze della Natura, come per indorarne la cena. Si entrò. Ciascuno trattenne il passo nel vestibolo, per dignità. Finalmente, i battenti della sala da pranzo si spalancarono. Percenoix, che era vedovo, era là, solo, in piedi, affabile. Con un’aria ad un tempo modesta e trionfante, fece il gesto circolare di prendere posto. Bigliettini con il nome degli invitati erano sistemati, come pennacchi sui tovaglioli piegati a forma di mitra. Madame Lecastelier contò con lo sguardo i commensali, sperando che si fosse in tredici a tavola: erano in diciassette.

— Esauriti questi preliminari, la cena cominciò, all’inizio silenziosa; si intuiva che i convitati si raccoglievano in sé stessi, come per prendere meglio la rincorsa. La sala era alta, gradevole, ben illuminata; tutto era ben servito. Il pranzo era semplice: due potages, tre antipasti, tre arrosti, tre tramessi, vini impeccabili, una mezza dozzina di piatti diversi, poi il dessert.

Ma tutto era squisito!

Per cui, a pensarci bene, il pranzo, tenuto conto degli invitati e della loro natura, era per loro precisamente «il piú bel pranzo del mondo!». Altra cosa sarebbe stata la fantasia, l’ostentazione: avrebbe disturbato. Un pranzo diverso sarebbe stato preso forse per un’atellana, avrebbe destato idee di sconvenienza, di orgia… e la signora Lecastelier se ne sarebbe andata. Il piú bel pranzo del mondo non è quello che corrisponde pienamente al gusto degli invitati?

Percenoix era trionfante. Ognuno si felicitava calorosamente con lui. D’improvviso, dopo aver preso il caffè, il signor Lecastelier, che tutti guardavano e compiangevano sinceramente, si alzò freddo, austero, e, con lentezza, pronunciò queste parole, in mezzo a un silenzio di morte: — Ne darò uno piú bello l’anno prossimo. Poi, salutando, uscí con sua moglie.

Il signor Percenoix si era alzato. Calmò, con la sua aria dignitosa, l’inesprimibile agitazione dei commensali e il brusio che si era prodotto dopo l’uscita dei Lecastelier.

Da ogni parte le domande si incrociavano:
— Come farebbe a darne uno piú bello l’anno prossimo, dato che QUELLO del signor Percenoix era il piú bel pranzo del mondo?
— Progetto assurdo!
— Equivoco!
— Inqualificabile!
— Inconsistente…
— Ridicolo!!!
— Puerile…
— Indegno di un uomo sensato!
— L’ha trascinato la passione… — l’età, forse!

Si rise molto. L’Introduttore della fillossera, che, durante il banchetto, aveva fatto un po’ di galanterie alla signora Lecastelier, non la finiva con i suoi epigrammi:
— Ah! ah! In verità!… Uno piú bello!
— E come? — Già, come? La cosa era delle piú buffe! Era inesauribile. Il signor Percenoix rideva a crepapelle.

L’incidente diede un finale allegro al banchetto. Portando alle stelle l’anfitrione, i convitati, a braccetto, si lanciarono un po’ disordinatamente fuori dalla casa, preceduti dalle lanterne dei loro domestici. Non ne potevano piú dal ridere all’idea strampalata, e anche presuntuosa, da non mettersi nemmeno in discussione, di voler dare «un pranzo piú bello del piú bel pranzo del mondo». Sfilarono cosi, svagati ed ilari, tra la siepe di gente che li aveva attesi alla porta per avere notizie. Poi ciascuno tornò a casa sua.

Il signor Lecastelier ebbe un’indigestione spaventosa. Si temette per la sua vita. E Percenoix, che non «voleva la morte del peccatore» e che, d’altronde, sperava di ancora godersi, l’anno seguente, il fiasco che avrebbe necessariamente fatto il suo collega, mandava ogni giorno a prendere il bollettino della salute del degno notaio. Tale bollettino fu inserito nel giornale dipartimentale, giacché tutti si interessavano all’imprudente scommessa: non si parlava d’altro che del pranzo. I convitati s’incontravano tra di loro solo scambiandosi parole a voce bassa. Era grave, molto grave: era in gioco l’onore del paese.

Durante tutto l’anno, il signor Lecastelier eluse le domande. Otto giorni prima dell’anniversario, i suoi inviti furono recapitati. Due ore dopo il giro mattutino del postino, si creò uno scompiglio straordinario in città. Il sottoprefetto credette suo dovere rinnovare la passata degli amari, per spirito di equità.

Quando giunse la sera del gran giorno, i cuori battevano. Come l’anno precedente, gli invitati s’incontrarono sulla Passeggiata, come per caso. L’avanguardia fu segnalata all’orizzonte dalle grida dell’assiepamento entusiasta. E lo stesso cielo imporporava, a Occidente, la linea degli alti alberi, che erano magnifici faggi, appartenenti per lascito in quota disponibile al signor Percenoix.

Gli invitati ammirarono di nuovo tutto ciò. Poi entrarono in casa del signore e della signora Lecastelier, e fecero ingresso nella sala da pranzo. Una volta seduti, dopo i convenevoli, i commensali, percorrendo il menu con occhio severo, si accorsero, con sdegnato stupore, che era lo STESSO pranzo!

Erano stati presi in giro? A questo pensiero, il sottoprefetto aggrottò le sopracciglia e fece, tra sé e sé, le sue riserve.

Ognuno abbassò gli occhi, non volendo (per quel senso di cortesia, di perfetto tatto che distingue le persone di provincia) lasciar provare all’anfitrione e a sua moglie l’impressione del profondo biasimo che si sentiva per loro. Percenoix non cercava neppure di dissimulare la gioia di un trionfo che credette ormai assicurato. E si spiegarono i tovaglioli. O sorpresa! Ciascuno trovava sul suo piatto — cosa?… — quello che si chiama gettone di presenza, — una moneta da venti franchi.

Istantaneamente, come se una buona fata avesse dato un colpo di bacchetta magica, avvenne una sorta di passa-mano generale e tutte le «jaunets» sparirono nel prodigio di una rapidità mai vista.

Solo, l’Introduttore della fillossera, tutto preso in una galanteria, non vide il napoleone del suo piatto che un po’ dopo gli altri. Ci fu cosí un ritardo. Allora, con aria impacciata, imbarazzato, e con un sorriso infantile, mormorò rivolto alla sua vicina alcune vaghe parole che suonarono come una piccola serenata: — Che distratto! Che sbadataggine! Per poco non mi e caduta… maledetta tasca!.. Sebbene, sia quella che ha introdotto in Francia… Capita spesso di perdere, se non si sta attenti… si mette il denaro in un taschino, per disattenzione, e poi, al minimo movimento falso — per esempio aprendo il tovagliolo — paffete! zac! bang! e buonasera! La signora Lecastelier sorrise come chi la sa lunga.

— Distrazione dei grandi intelletti!…, disse.
— Non saranno gli occhi belli a provocarla?, rispose galantemente il celebre scienziato, rimettendo nel taschino dell’orologio, con calcolata noncuranza, la bella moneta d’oro che aveva rischiato di perdere.

Le donne comprendono tutto quello che è delicatezza, — e, tenendo conto dell’intenzione che aveva avuta l’Introduttore della fillossera, Madame Lecastelier gli usò la cortesia di arrossire due o tre volte durante la cena, allorché lo scienziato, chinandosi verso di lei, le parlava a bassa voce.

— Pace, signor Redoubté! — mormorava.

Percenoix, vera testa di gallina, non si era accorto di nulla e non aveva trovato nulla; chiacchierava come una gazza guercia e si ascoltava da solo, gli occhi volti al soffitto.

La cena fu brillante, molto brillante. La politica dei governi d’Europa vi fu analizzata: il sotto-prefetto dovette perfino guardare silenziosamente, piú di una volta, le tre persone in- fluenti, e costoro, per cui la Diplomazia da tempo non aveva piú segreti, menarono il can per l’aia con una raffica di calembours che fecero l’effetto di petardi. E la gioia dei commensali giunse al culmine quando fu servito il mandorlato, che riproduceva, come l’anno precedente, la cittadina di D*** stessa.

Verso le nove di sera, ogni invitato, agitando discretamente lo zucchero nella propria tazza di caffè, si girò verso il vicino. Tutte le sopracciglia erano alzate e gli occhi avevano l’espressione atona tipica di chi, dopo un banchetto, stia per esprimere un’opinione.

— È lo proprio stesso pranzo?
— Sí, lo stesso.
Poi, dopo un sospiro, un silenzio e una smorfia meditativa:
— Lo stesso, assolutamente.
— Eppure, non c’era qualcosa?
— Sí, sí, c’era qualcosa!
— Insomma, — ecco — è piú bello!
— Sí, è strano. È lo stesso… eppure, è piú bello!
— Ah! Ecco la cosa singolare! Ma in che cosa era piú bello? Ciascuno si lambiccava invano il cervello.

Sembrava, ad un tratto, di aver messo il dito sul punto preciso che giustificasse quell’inafferrabile impressione di differenza che ciascuno provava — ma l’idea, ribelle, fuggiva via come una Galatea che non volesse essere vista. Poi ci si separò, per maturare piú liberamente il giudizio. E, da allora, l’intera cittadina di D*** e in preda alla piú deprecabile incertezza. È come una fatalità!… Nessuno può chiarire il mistero che grava ancor oggi sul festino vittorioso del signor Lecastelier.

Il signor Percenoix, qualche giorno dopo, stando immerso in questa ossessione, scivolò per le scale di casa sua e fece una caduta che ne causò la morte. Lecastelier lo pianse molto amaramente. Oggi, nelle lunghe serate d’inverno, sia alla sottoprefettura, sia all’esattoria, si parla, si chiacchiera, si analizza, ci si interroga, si fantastica, e il tema eterno è rimesso sul tappeto. Poi ci si rinuncia!… Si arriva proprio a un capello di distanza, come usando un 168° decimale, poi la X dell’equazione si dilegua indefinitamente, tra queste due enunciazioni tali da confondere lo Spirito umano, — ma che costituiscono il Simbolo delle indiscutibili preferenze della coscienza pubblica, sotto la volta del cielo:

LO STESSO… EPPURE, PIÚ BELLO!

Auguste de Villiers de L’Isle-Adam

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1) Auguste Villiers de l’Isle-Adam (1838-1889) Contes cruels ed. Calmann-Lévy 1883. Esistono varie edizioni in italiano.
2) PhG, contrazione per Philippe Grasset, direttore di Dedefensa.
3) Nelle sue riflessioni PhG torna spesso sulla terribile battaglia di Verdun.
4) A. Villiers Contes cruels, racconto «Vox populi».
5) Ibidem.
6) Louis-Ferdinand Céline (1894–1961), Bagatelles pour un massacre.
7) Francis Ponge (1899-1988) dalla poesia «La Radio» (Pieces 1962). Il verso è: «Tout le flot de purin de la mélodie mondiale». Le purin è il liquame che si produce nell’allevamento di bestiame.
8) A. Villiers, op.cit., racconto «Deux augures».
9) Ibidem.
10) Ibidem.
11) Bobo, boboisme deriva dalla contrazione di bourgeoisbohème, ed è definito un socio-stile. Nella sua ambiguità, il termine è peggiorativo-ironico, ma nello stesso tempo individua un ceto privilegiato e imitato.
12) Alain Paucard, La Crétinisation par la culture, L’Âge d’Homme, 1998.
13) A. Villiers, op.cit., racconto «L’affichage céleste».
14) Émile Zola (1840-1902), Au bonheur des dames, cap. IX.
15) A. Villiers, op.cit., racconto «La machine à gloire».
16) Ibidem.
17) A. Villiers, op.cit., racconto «L’appareil pour l’analyse chimique du dernier soupir».
18) Manfred Spitzer, Demenza digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi, ed. Corbaccio 2013. Per fortuna il libro del neuropsichiatra tedesco è stato tempestivamente pubblicato in italiano.
19) Michel Desmurget, TV lobotomie, ed. Max Milo 2011. Purtroppo non è stato invece tradotto il testo che espone, con ampia e impressionante documentazione, «la verità scientifica sugli effetti della televisione» in particolare sulla prima infanzia.
20) Il modo di dire deriva dal duello (1547) tra Guy Chabot, barone di Jarnac, e François de Vivonne, signore de La Châtaigneraie, nel quale il primo, ben allenato da un maestro italiano, uccise il secondo con un fulmineo colpo di spada (N.d. T.).

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