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Set 08

Non ne abbiamo indovinata una

immigratiItalia oggi 17 agosto 2016

Sul fronte dell’immigrazione a go-go. E ora stiamo pagando il conto di un assurdo e pasticcione buonismo

di Domenico Cacopardo

Il catenaccio alle frontiere italiane messo in atto da Francia, Svizzera e Austria è manifestazione di cieca xenofobia, di antitalianità o, semplicemente, dell’insostenibilità dei flussi incontrollati di immigrati che vorrebbero riversarsi in Europa, avendo utilizzato la penisola come comodo (si fa per dire) luogo di sbarco? La decisione dei tre Paesi certifica il fallimento europeo e italiano in materia di immigrazione. Europeo perché ogni idea di disciplinare il fenomeno è risultata illusoria o inattuata. Italiana, perché siamo noi ad avere contribuito grandemente alla sconfitta europea. Mi viene in mente ciò che si diceva nelle capitali europee prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale: che l’Italia, alleandosi con la Germania, l’avrebbe tirata giù nel baratro della sconfitta.

E questa pessima valutazione è stata confermata da questa assurda vicenda. L’Italia, al riguardo, ha adottato in anteprima una politica di accoglienza indiscriminata e lassista, disponendo che le navi della sua Marina militare e della sua Guardia costiera operassero come navi appoggio degli squallidi trafficanti di disperati (in verità quella della disperazione s’è rivelata l’ennesimo luogo comune: la maggior parte di coloro che sbarcano in territorio italiano è provvista di cellulari di ultima o penultima generazione; ha pagato cospicue cifre in dollari ai trafficanti; spesso dispone ancora di risorse proprie che dovrebbero garantire il trasporto in nazioni del Nord-Europa), trasferendo a bordo, non solo coloro che si trovano in natanti a rischio naufragio, ma anche gli altri che si trovano su imbarcazioni che offrono margini di sicurezza.

Perciò non è sempre vero che i comandanti in mare obbediscono a una legge della marineria internazionale che prevede di soccorrere i naufraghi o chi si trova su imbarcazioni a rischio naufragio. Si trasferiscono a bordo, in linea di massima tutti coloro che sono a bordo dei barconi in avvicinamento, siano o non siano a rischio. Questa politica di accoglienza indiscriminata ha un effetto secondario non voluto: quello di incentivare le partenze da tutti i luoghi dell’Africa e del Medio-Oriente in cui ci sono donne e uomini che vorrebbero venire a vivere in Europa, l’Eldorado di ricchezza e di libertà che non hanno mai conosciuto direttamente.

E c’è una terza scelta italiana da condannare. Teoricamente, chi arriva in Italia dovrebbe essere trattenuto in centri idonei a gestire le seguenti operazioni: a) trattenere coloro che si dichiarano profughi, in attesa che le procedure di definizione della loro legale ammissibilità siano esaurite; b) trattenere gli altri, gli illegali che, non avendo diritto a restare, debbono essere rimpatriati, in vista dei rimpatri. Date le maglie generalmente larghe dei centri di accoglienza, l’Unione europea ha stabilito di trasformarli in «Hot spot», campi di concentramento da cui non si può uscire e, se si esce, si dovrebbe commettere un reato.

Questa modalità pone questioni giuridiche di difficile soluzione, giacché incidono sulle libertà costituzionali (italiane) degli essere umani. Il governo italiano, tramite i suoi ministri e i suoi ambasciatori a Bruxelles, avrebbe dovuto opporre l’inapplicabilità legale del sistema, chiedendo di studiarne un altro di pari efficacia, ma realizzabile. Non lo ha fatto. Anzi, sta gestendo gli «Hot spot» come prima gestiva i centri di accoglienza, mantenendo in piedi il sistema di incentivi preesistente: soldo di missione ai militari e un fiume di denari in appalti di gestione a vere o finte onlus e ong.

Il giorno di Ferragosto 2016, il ministro dell’interno Angelino Alfano si è esibito in uno sforzo di rassicurazione del Paese, giungendo ad affermare che «Quanto a sicurezza l’Italia non ha nulla da invidiare alle nazioni più efficienti e organizzate». Ha aggiunto che i reati diminuiscono, dimenticando di segnalare che una serie di reati di rischio sociale sono stati depenalizzati e che una percentuale importante di furti e rapine non vengono denunciate per rassegnazione alle insufficienze (e spesso al disinteresse) delle forze di polizia e per timore di rappresaglie: non sono rari i casi di vittime di rapine, minacciati duramente da «amici» e fiancheggiatori delle bande specializzate che infestano periferie e campagne.

L’Italia, tramite i suoi governi (Renzi è solo l’ultimo) ha deciso di fare la politica poi adottata dalla Merkel. Ma a differenza della Merkel «prendiamo» tutti proprio tutti. A differenza della Germania abbiamo una disoccupazione a due cifre. A differenza della Germania viviamo in una stagnazione da cui non riusciamo ad uscire. E non è questione di allargamento dei cordoni della borsa. È questione di sfiducia. E ora? Diventeremo un grande «Hot spot» con tutto il Paese destinato a contenere tutti gli immigrati che vogliono venire? Trasformeremo (ancora di più, basta farsi un giro alla stazione Centrale di Milano) le nostre città in aree di accoglienza a cielo aperto, nelle quali si può orinare e defecare ovunque si abbia voglia senza nessuna difesa sanitaria dalle malattie endemiche di cui gli immigrati sono portatori?

Certo, se l’andazzo rimarrà questo, gravi nubi si addenseranno ulteriormente sul cielo di questo governo. È, infatti, venuto il momento di dire «Basta». A costo di disporre un blocco navale sulle coste libiche e di pretendere la collaborazione attiva delle flotte degli altri paesi europei. Se l’1% degli immigrati è legato all’Islam radicale e se l’1% dell’uno per cento è legato all’Isis abbiamo già nel nostro territorio alcune migliaia di terroristi in attesa di sferrare il colpo.

Solo Alfano non lo sa o finge di non saperlo. Il suo attivismo orale, purtroppo, mi ricorda l’usurato armamentario comunicativo dei ministri di polizia che, a partire da Liborio Romano, ministro dell’interno di re Francesco II (delle 2 Sicilia) viene messo in atto per illudere i cittadini che qualcosa si sta, comunque, facendo. In questo panorama desolato, un unico segnale –vero e positivo- s’è visto: il viaggio del capo della Polizia, Franco Gabrielli a Ventimiglia e la conseguente decisione di trasferire altrove i disgraziati che s’erano accampati nella sfortunata città ligure.

Come sanno bene gli addetti alle operazioni, quanto è accaduto e sta accadendo a Ventimiglia non avviene per caso. L’ennesima organizzazione di sbandati, in cerca di ragioni di scontro con lo Stato e con gli italiani normali, i No-board ha illuso un certo numero di disperati, suggerendo loro di accamparsi al confine con la Francia in attesa di qualche evento che potesse rappresentare un loro successo. Non c’è un giudice a Berlino o a Roma che se ne occupi

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