Giuseppe Dossetti, il monaco – principe

Giuseppe_DossettiStudi cattolici n. 584 ottobre 2009

di Gianfranco Morra

Sono le idee che fanno la politica. Chi ne dubitasse, non ha che da leggere il recentissimo (e postumo) libro di Gianni Baget Bozzo (insieme con Pier Paolo Saleri) dedicato al «monaco Principe», che sapeva unire un sicuro fiuto politico con un misticismo intransigente e profetico: Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica (Edizioni Ares, Milano 2009, pp. 272, curo 16). Scritto a due mani da avversari di Dossetti: dopo una cotta giovanile per lui, Baget Bozzo ne divenne l’antitesi: e Saleri, democristiano, capì il disastro del compromesso storico e reagì alla «scelta socialista» delle Acli appoggiando gli scissionisti del Movimento Cristiano dei Lavoratori


«Un ottimo comunista»

È possibile dividere (con approssimazione, certo, ma anche con fondamento) la storia della Repubblica italiana in quattro momenti. Nei quali il politico monaco attuò, con rigore e totale disinteresse, il medesimo progetto: staccare la Dc da ogni compromesso col liberalismo moderno, al limite favorirne l’eutanasia, per sposarla con il mondo ancora «puro» dei comunisti e portare così al governo un cattolico non democristiano (Romano Prodi, reggiano come lui).

Un progetto doppiamente riuscito: nella sua valenza negativa, celebrò il funerale della Dc: e in quella positiva, Prodi vinse due volte. Nel primo periodo (1945-1956). Dossetti rappresentò la spina nel fianco di De Gasperi. Se questi mirava a un’alleanza con i partiti laici di centro, Dossetti era convinto che solo il comunismo potesse rinnovare la nazione. C’erano, per lui, due soli movimenti animati da una «visione integrale della vita»; i cattolici e i comunisti; il mondo borghese-liberale era corrono e irredimibile.

Aveva capito bene tutto Togliatti, quando, lui presente, disse a De Gasperi: «Se non avesse quella fede, sarebbe un ottimo comunista». Una visione integralistica, che identificava fede e politica, predicando il modello, fortunatamente sepolto, dello Stato cristiano, nel quale i cattolici avrebbero dato i valori e i comunisti avrebbero giocato i! ruolo di «braccio secolare» per estirpare l’eresia borghese. Proprio quella fede e quella politica, che i «laici» Sturzo e De Gasperi avevano volute distinte.

E Dossetti perse: prima nella De e più tardi, quando sì presentò come candidato sindaco, senza convincere i comunisti-borghesi di «Bologna la Grassa». Nel 1956 abbandonò la politica e si fece monaco, naturalmente in una comunità nuova, tutta sua, da lui stesso fondata.

Il monaco politico

Sconfitto come politico-monaco, vinse come monaco-politico nel secondo periodo (1957-1978). Che fu quello del Concilio Vaticano II e del compromesso storico. Il mago che riesumò Dossetti fu il card. Lercaro, ormai passato, a Bologna, dall’integralismo più intransigente all’attenzione per i comunisti (nel momento in cui erano ancora ultrastalinisti).

Dossetti partecipò al Concilio come «esperto» e cercò di far prevalere, contro la tesi del primato romano, quella del «conciliatorismo», ossia di un governo collegiale della Chiesa. Egli aveva capito che il suo disegno politico poteva cercare appoggio nell’apparente «buonismo» di Giovanni XXIII e nelle presunte indecisioni di Paolo VI (che invece incanalò il Concilio nella tradizionale ortodossia).

Sono gli anni in cui cresce il progetto del «compromesso storico», rafforzato dall’esplosione terroristica: essa era di matrice comunista, eppure si riteneva che senza i comunisti non sarebbe stato possibile vincerla. Ma nel 1978 Moro fu assassinato e il 6 agosto morì Paolo Vi. Per Dossetti una nuova sconfitta.

La Magistratura, braccio secolare

Ma i profeti non disarmano. Nel Iungo periodo (1979-1992), dominato dalla figura di Bettino Craxi, il nuovo Papa polacco taglia il cordone preferenziale con la De e distingue nella eredità del concilio, fatta propria anche nei suoi due nomi, Giovanni e Paolo, ciò che è insegnamento valido dalle molte superfetazioni e strumentalizzazioni del postconcilio.

Dossetti sente che l’aria è cambiala e contrattacca. Occorreva mettere i bastoni fra le ruote di Wojtyla. alleandosi con il card. Carlo Maria Martini, anche lui mistico e politico, uomo di straordinaria capacità di mantenersi nell’ortodossia aprendosi talvolta al suo contrario (lo fa ancora con Benedetto XVI). Il nemico di Dossetti e Martini era a Milano: quel Craxi che, per la prima volta, aveva riscattato i socialisti dal colonialismo del Pci e aveva scelto senza ambiguità la via del riformismo socialdemocratico, rompendo così la convivenza segreta tra Dc e Pci.

Questo nemico dei comunisti di Berlinguer e dei democristiani di De Mita andava fatto fuori. Ci pensarono i magistrali nel quarto periodo (a partire dal 1992). Che Craxi avesse le sue colpe, è fuori dubbio. Che le inchieste giudiziarie di «tangentopoli». cominciate contro un uomo di Craxi, Mario Chiesa, nel 1992. avessero anche una marcata finalità politica, non è più un’ipotesi.

La magistratura, non eletta dal popolo, cessava di essere un potere «nelle istituzioni», e lo diveniva «sulle istituzioni», Dossetti aveva capito, dopo la crisi del muro di Berlino, che occorreva liberare il parlamento dei partiti «borghesi» e riproporre un compromesso storico «catto-postcomunista»; «Dossetti raggiunse così i risultati che s’era prefisso: l’eliminazione della Dc e del Psi e la fine dell’unità dei cattolici attorno alla Dc» (p. 47), Ma questo revival aveva bisogno di una ideologia. E lui, che giovanissimo era stato costituente, l’aveva già pronta e affilata: la difesa della Costituzione nata dall’antifascismo e dalla resistenza.

L’invenzione di Prodi

Ora il nuovo nemico «borghese» è Berlusconi. Il «grande vecchio» scese da Monteveglio e si gettò nella mischia. Gli ultimi anni di Dossetti sono tutti di polemica spietata contro Berlusconi e la sua «demagogia populista», in nome della nuova Bibbia del popolo italiano: la Costituzione. Nella lettera del 15 aprile 1994 al sindaco comunista di Bologna, Walter Vitali, parlò di «autentico colpo di Stato». In ciò fu aiutato da un altro costituente, un tempo schierato a destra, Oscar Luigi Scalfaro.

Fu per Dossetti l’ultima vittoria: a seguito dell’avviso della Magistratura, Berlusconi lasciò il governo dopo pochi mesi. E l’idolatria della Costituzione, tratto comune a due presidenti della Repubblica, Scalfaro e Ciampi, comminò la scomunica a chi volesse in qualche modo toccarla. Anche a quel comunista eretico di D’Alema, che aveva accettato la presidenza di una Commissione parlamentare bicamerale per le riforme istituzionali. Cosa assurda: cambiare la Costituzione sarebbe in qualche modo come negare la divinità di Cristo.

Ecco il vecchio Dossetti che diviene nuovamente «partigiano», questa volta della Costituzione. Egli crea un dualismo tra i credenti nella Carta costituzionale e gli atei che la vorrebbero cambiare, primo fra tutti Berlusconi. E la sua azione, non di rado terroristica, nei confronti del Cavaliere ebbe successo nel 1996, egli riuscì a trovare un uomo di modesta levatura, largamente sconosciuto, la cui carriera, universitaria e politica, era stata opera dell’alleanza Andreatta-De Mita: il cattolico «adulto», non democristiano, Romano Prodi, che ebbe successo alle elezioni con buon margine.

«Senza il tocco monastico», conclude Baget Bozzo, «il dossettismo pieno e vero, cioè il prodismo. non sarebbe mai nato» (p. 65). La «scuola dì Bologna» (Dossetti, Alberigo, il vescovo Bettazzi. autore della strisciante lettera a Berlinguer. Andreatta e Prodi) aveva finalmente vinto. Ancora una volta gli italiani avevano creduto al mito di cui da anni erano infarciti: la sacralità della Costituzione come difesa della libertà e della solidarietà.

Verso la fine di un’utopia

Per l’83enne monaco politico era ormai giunto il momento di chiudere i conti con il mondano: morì il 15 dicembre 1996. Il card. Biffi officiò l’estremo saluto («prefiche» furono Scalfaro e Prodi). Lui lo conosceva bene e ne aveva capito il difetto: per il Dossetti, arte­fice dell’art. 7 della Costituzione insieme con Togliatti, contavano solo lo Stato e la Chiesa, non la società, né il popolo, né la famiglia, né gli enti intermedi: in una parola, «non c’è traccia del principio di sussidiarietà: questa assenza di un punto qualificante della dottrina sociale cattolica è uno dei limiti più vistosi del dossettismo politico e dei movimenti che poi vi si ispirano» (G. Biffi. Memorie e digressioni di un italiano cardinale, Cantagalli. Siena 2007, p. 139).

Non poteva esserci sussidiarietà in Dossetti. perché (ci dice Bagct Bozzo) non c’era diritto naturale. Da giovane, alla «Cattolica» aveva bevuto statalismo dal suo maestro, il padre Agostino Gemelli, a lungo tenero con lo statalismo fascista. Un ancor più marcato statalismo aveva trovato in Togliatti e nella Costituzione dell’Urss, alla quale, insieme con Giorgio La Pira, guardava come a un modello per quella italiana.

Lo aveva poi elaborato in proprio, con la sua idolatria della Costituzione, legge scritta che contiene in sé tutti i diritti. Tre diversi totalitarismi, come chiarisce Baget Bozzo: «II dossettismo appare soprattutto come una connessione, nel mondo cattolico, tra la concezione fascista e quella comunista, nella forma che essa prese in Italia, un Paese che doveva rimanere occidentale e in cui il comunismo non poteva prendere il potere in forma rivoluzionaria» (p. 52).

Dossetti morì negli anni del successo. Solo dai padiglioni celesti avrà visto crollare tutto il suo progetto. Con la vittoria di Berlusconi nel 2001, con il disastroso effimero revival di Prodi nel 2006 e con la netta vittoria del Popolo della Libertà nel 2008.

E il disastro delle sue idee cattocomuniste trova ulteriori prove in una duplice dissoluzione, dì due chiese senza più fede, una secolarizzata, l’altra decomunistizzata. Da un lato «la fine della Dc ha distrutto quel cattolicesimo politico che Dossetti voleva portare a sinistra» (p. 14); dall’altro la morte dell’ideale comunista ha trasformato l’ex-Pci in un partito radicale di massa.

Oggi chi si allea con i postcomunisti, anziché dirigerli verso i valori cristiani, esercita solo una funzione di utile compagno di strada verso il nichilismo. Questo libro postumo di don Gianni, nato in parte notevole da ricordi diretti, è egualmente lontano dall’elogio e dall’improperio. È, in fondo, il riconoscimento della grandezza di un uomo, che ha saputo condizionare mezzo secolo di storia italiana.

Con indubbia fede religiosa, passione politica, senso del sacrificio, mancanza di ogni meschino interesse, sicuro carisma, capacità di sembrare tanto più distaccato dalla politica quanto più ne faceva. Purtroppo ha condizionato la politica in maniera del tutto sbagliata, perché retriva e clericale, antidemocratica e antieuropea.

E, a guardare bene, anche in contrasto con quella che non può non essere la linea portante del Papato del XXI secolo, cosi bene enunciata da Benedetto XVI: distinzione della religione dalla politica e servizio indiretto alla società non attraverso il condizionamento dei partiti, ma per mezzo dell’insegnamento antropologico e morale. I partiti muoiono, le idee restano.

Gianni Badget Bozzo- Pier Paolo Saleri Giuseppe Dossetti. La Costituzione come ideologia politica Ed Ares

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