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Giu 23

Così, in nome della compassione, divorzio, aborto ed eutanasia saranno accettati anche dalla Chiesa

Michel Schooyans

Michel Schooyans

La Nuova Bussola quotidiana 17 giugno 2016

di Michel Schooyans

Pubblichiamo in esclusiva per l’Italia la seconda parte di un breve saggio di monsignor Michel Schooyans (Dalla casuistica alla misericordia – Verso una nuova arte di piacere?), dedicato all’eclissi della morale cattolica perseguita da teologi e pastori della Chiesa. Monsignor Schooyans è professore emerito dell’Università di Louvain-la-Neuve (Belgio), membro della Pontificia Accademia di Scienze Sociali e consulente del Pontificio Consiglio per la Famiglia. È autore di numerosi libri e saggi su bioetica, demografia, politiche globali dell’Onu. Su richiesta personale di Giovanni Paolo II, che lo volle come collaboratore della Santa Sede, ha scritto anche una Via Crucis per le famiglie (2001). 

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IL GOVERNO DELLE COSCIENZE

Con l’arrivo, nella Chiesa, dei governatori delle coscienze, possiamo percepire la prossimità esistente tra la concezione casuistica del governo della Città e la concezione che si trova, per esempio, in Machiavellli, in La Boëtie o in Hobbes. Senza dirlo, o senza rendersene conto, i neocasuisti sono in tutto e per tutto gli eredi di questi maestri dell’arte di governare i servi, arte che si trova nei tre autori citati.

Dio mortale, il Leviatano stabilisce ciò che è giusto e ciò che è buono; egli decide di ciò che gli uomini devono pensare e volere, lui, il Leviatano, che signoreggia la coscienza, il pensiero e l’agire di tutti i suoi sudditi. Non deve render conto ad alcuno. Deve dominare le coscienze dei suoi sudditi e stabilire il “bene” che si deve perseguire il “male” che si deve evitare. Tutta l’autorità politica ha in definitiva la sua sorgente in questo dio mortale che è il governatore delle coscienze. Insieme con i tre autori citati, ecco che i neocasuisti sono arruolati tra i teorici della tirannide e del totalitarismo. L’abc del potere totalitario non consiste, anzitutto, nel soggiogare le coscienze, nell’alienarle? In questo modo, i casuisti offrono un salvacondotto a tutti quelli che vogliono instaurare una religione civile unica e facilmente controllabile, cosicché le leggi discriminano i cittadini

ADATTARE I SACRAMENTI?

Per accontentare tutti, bisogna “adattare” i sacramenti. Prendiamo il caso del sacramento della penitenza. Il disinteresse di cui il sacramento è ora oggetto si comprende dal “rigorismo” di cui i confessori davano prova nei tempi andati. Questo, almeno, è ciò che assicurano i casuisti. Oggi, il confessore deve imparare a fare di questo sacramento un sacramento che piace ai penitenti. Ma edulcorando la severità attribuita a questo sacramento, il casuista discosta il suo penitente dalla grazia che Dio porge. La neocasuistica d’oggidì allontana il peccatore dalla fonte divina della misericordia. Perciò è a quella che bisogna ritornare. 

Le conseguenze provenienti da questa deliberata deviazione sono paradossali e drammatiche. La nuova morale conduce il cristiano a rendere inutile il sacramento della penitenza e, quindi, la Croce di Cristo e la sua risurrezione (cfr 1 Cor 1, 17). Se questo sacramento non è più accolto come una delle manifestazioni maggiori dell’amore misericordioso di Dio per noi, se non è più percepito come necessario alla salvezza, presto non occorrerà più ordinare vescovi o preti per proporre ai peccatori l’assoluzione sacramentale. La scarsità e l’eventuale scomparsa dell’offerta sacramentale del perdono tramite il prete condurrà, e di fatto ha già condotto, ad altri allontanamenti, tra cui quello dal sacerdozio ordinato e dall’Eucaristia. E così via per i sacramenti dell’iniziazione cristiana (battesimo e confermazione), per l’unzione degli infermi, per non parlare della liturgia in generale…

Ad ogni modo, per i neocasuisti di fatto non c’è più rivelazione da accogliere né tradizione da trasmettere. Come si è già fatto rimarcare, «il vero è il nuovo!». Il nuovo è il nuovo contrassegno di verità. Questa nuova casuistica conduce i cristiani a fare tabula rasa del passato. Infine, l’ossessione di compiacere spinge i nuovi casuisti a ritornare alla natura, quella antecedente il peccato originale

LA QUESTIONE DEL “RISPOSARSI”

L’insegnamento dei neocasuisti ci fa ricordare la condiscendenza di cui hanno dato prova niente male i vescovi inglesi nei confronti di Enrico VIII. La questione si ripropone oggi, anche se variano le modalità di condiscendenza. Chi sono questi chierici di ogni ordine che cercano di compiacere i potenti di questo mondo? Leali o ribelli? Quanti sono i pastori di ogni rango che vogliono stringere alleanza con i potenti di questo mondo, anche se ciò oggi avviene in modo felpato e senza dover giurare pubblicamente fedeltà ai “valori” del mondo odierno? Spingendo per facilitare il “risposarsi” i neocasuisti forniscono il loro lasciapassare a tutti gli attori politici che minano il rispetto della vita e della famiglia. Con loro, le dichiarazioni di nullità saranno facili come lo saranno i “matrimoni” a ripetizione o a geometria variabile.

I neocasuisti attribuiscono grande interesse ai casi dei divorziati “risposati”. Come per altri casi, le tappe del loro modo di procedere offrono una bella esemplificazione della tattica del salame (Matyas Rákosi, 1947). Secondo questa tattica, si accorda fetta dopo fetta ciò che non si concederebbe mai in blocco. Osserviamo dunque il procedimento. Prima fetta: al punto di partenza si trovano, beninteso, dei richiami all’insegnamento delle Scritture sul matrimonio e la dottrina della Chiesa sulla questione.  Seconda fetta: si insiste sulla difficoltà ad “accogliere” questo insegnamento. Terza tappa, sotto forma di interrogativo: i divorziati “risposati” sono in stato di peccato grave?

La quarta fetta vede l’entrata in scena del direttore di coscienza, che aiuterà i divorziati “risposati” a “discernere”, cioè a scegliere ciò che conviene loro nella loro situazione. Questo direttore di coscienza dovrà mostrarsi comprensivo e indulgente. Dovrà dar prova di compassione, ma di quale compassione? Per il casuista, infatti, quando si procede alla qualificazione morale di un atto, la sollecitudine per la compassione deve avere la meglio sulle azioni oggettivamente cattive: dovrà essere clemente, adattarsi alle circostanze. Alla quinta fetta di salame, ognuno potrà discernere, personalmente e in tutta libertà di pensiero, ciò che meglio gli conviene. In effetti, durante il cammino, la parola discernimento è diventata equivoca, ambigua. Non è da prendersi nel senso paolino richiamato nei passi delle Scritture di cui sopra. Non si tratta più di cercare la volontà di Dio, ma di discernere la scelta più conveniente, quella che massimizzerà il « solletico delle orecchie » evocato da San Paolo (2 Tim 4, 3).

L’OMICIDIO

L’omicidio presenta un altro caso che merita la nostra attenzione. Ci soffermeremo qui su un caso di deviazione dell’intenzione. Già nella casuistica classica del XVII secolo, l’omicidio potrebbe procedere dal desiderio di vendetta, che è un crimine. Per evitare questa qualificazione criminale, bisognava deviare questa intenzione criminale (l’intenzione di vendicarsi) e assegnare all’omicidio un’altra intenzione moralmente ammissibile. Invece di invocare la vendetta come motivazione, si invocava, per esempio, il desiderio di difendere il proprio onore, il che è stato considerato come moralmente ammissibile.

Vediamo come questa deviazione di intenzione si applica ad un altro caso, contemporaneo. Si argomenta nel modo segue: l’aborto è un crimine. La signora X vuole abortire il figlio che aspettava; questo bambino è indesiderato. Ma l’aborto è un crimine moralmente inammissibile. Si devia allora l’intenzione in modo che l’intenzione iniziale sia cancellata. Non ha l’intenzione di liberarsi di un bambino ingombrante! In luogo e in vece di questa intenzione iniziale, si argomenterà che in tale caso l’aborto è moralmente ammissibile perché ha per esempio lo scopo di salvare la vita dei soggetti malati, procurandosi medicine con parti anatomiche in buono stato e a tariffa. L’intenzione determina la qualità morale del dono. Così che si può piacere a un ventaglio allargato di beneficiari di cui i casuisti non mancano di decantare la “generosità” e la “libertà di spirito”.

Ciò che insegna la Chiesa sull’aborto è ben noto. Dal momento che si constata la presenza dell’essere umano, la Chiesa insegna che la vita e la dignità di questo essere devono essere rispettate, fino alla morte naturale. La dottrina della Chiesa su questo tema è costante ed è attestata lungo tutta la tradizione. Questa situazione infastidisce alcuni neocasuisti. Essi hanno quindi coniato un nuovo termine: l’umanizzazione dell’embrione. Non vi è – dicono – umanizzazione dell’embrione se non là dove una comunità vuole ben accogliere questo embrione. È la società che umanizza l’embrione.

Se la società rifiuta questa umanizzazione, potrà legalizzare l’eliminazione dell’embrione. In assenza di questa umanizzazione da parte della società, l’embrione è qualcosa per cui nessun diritto potrà essere invocato, e nemmeno dunque alcuna protezione giuridica. Se la società si rifiuta di umanizzare l’embrione, non ci può essere un omicidio, dal momento che la realtà umana di questo embrione non viene riconosciuta. Perché ci sia omicidio sarebbe necessario che la concessione di umanizzazione fosse resa possibile da una legge positiva. Senza la quale non c’è né morte né omicidio!

Negli esempi che qui citiamo, la tattica del salame viene in aiuto dei neocasuisti. In un primo tempo, l’aborto è illegale, poi è presentato come eccezionale, poi diventa raro, poi facilitato, poi legalizzato, poi si integra nei costumi. Coloro che si oppongono a questi aborti sono denigrati, minacciati, ostracizzati, condannati. Questo è il modo in cui si districano le istituzioni politiche e il diritto. Si noti che, grazie ai casuisti, l’aborto è facilitato prima nella Chiesa e poi nello Stato! Il diritto positivo assume il ruolo della nuova morale! È ciò che si è potuto osservare, in Francia, all’epoca il dibattito sulla legalizzazione dell’aborto. Questo è uno scenario che potrebbe diffondersi in tutto il mondo. Grazie all’impulso dei neocasuisti, l’aborto potrebbe essere dichiarato un nuovo “diritto dell’uomo” su scala universale.

L’EUTANASIA

Anche la questione dell’eutanasia merita d’essere evocata. Questa pratica si estende sempre più nei Paesi occidentali, tradizionalmente cristiani. I demografi regolarmente mettono in evidenza l’invecchiamento della popolazione di queste regioni del mondo. L’aspettativa di vita alla nascita è aumentata quasi ovunque. In linea di principio, l’invecchiamento è di per sé una buona notizia. Nel corso dei secoli, in tutto il mondo, gli uomini hanno lottato contro la morte precoce. Nei primi anni del XIX secolo, l’aspettativa di vita alla nascita era spesso dell’ordine dei trent’anni. Oggi, la stessa aspettativa di vita è dell’ordine degli ottant’anni.

Questa situazione, tuttavia, genera problemi di ogni sorta. Menzioniamone uno: chi pagherà le pensioni? Eutanasizzare i vecchi ingombranti e costosi permetterebbe certamente di ottenere risparmi significativi. Si dirà quindi che dobbiamo aiutare il vecchio costoso a «morire con dignità». Dal momento che è politicamente difficile ritardare l’età in cui si raggiunge il pensionamento, si abbasserà l’aspettativa di vita. Il processo è già in atto in alcune parti d’Europa. Donde risparmi significativi: riduzione dei costi sanitari, dei prodotti farmaceutici e soprattutto riduzione della massa delle pensioni da corrispondere. Siccome ai benpensanti politicamente corretti ripugnerà un piano così austero, è necessario modificare l’intenzione per giungere a far passare una legge che legalizzi l’eutanasia.

Come si procede? Sviluppando un discorso pietoso sulla compassione. Si deve risultare graditi a tutte le categorie di persone interessate da questo programma. Queste persone, bisogna condurle ad aderire a un programma avente per oggetto di donare la morte «in buone condizioni» e «con dignità». La morte donata con dignità sarà l’apice della qualità della vita! Invece di auspicare trattamenti palliativi e di circondare d’affetto il malato, si abuserà della sua fragilità, lo si ingannerà sul trattamento mortale che si va a infliggergli. I neocasuisti vigilanti rimarranno lì per verificare la conformità dell’atto omicida alla legge positiva che «autorizza» il dono della morte. La collaborazione di cappellani particolarmente gioviali sarà notevolmente apprezzata per autenticare la compassione significata dalla morte data in regalo. (2. continua)

traduzione di Alessandro Martinetti

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