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Mag 26

L’eterno radicalismo

PannellaIl Covile anno XVI n. 904

del 22 Maggio 201

A cura di Andrea G. Sciffo

ANTOLOGIA QUADRELLIANA

Testi inediti o poco noti

di Rodolfo Q quadrelli

l radicalismo è una mentalità prima che una filosofia, un programma o un partito, e proprio in questa essenza latente e difficilmente definibile dimora una parte non trascurabile della sua forza. Ciò si presta a considerazioni preliminari della piú grande importanza, che servono a distinguere i radicali da tutti gli altri partiti storici della sinistra.

Mentre questi hanno avuto e hanno bisogno di una organizzazione il piú possibile completa e estesa per realizzare la loro idea, scandalosa rispetto al liberalismo moderno, che ieri era la lotta di classe e oggi è l’egemonia, i radicali non hanno mai avuto bisogno, in cosí grande misura, di tale apparato, perché la loro idea era già implicita nello stesso movimento della storia moderna.

I radicali sono, storicamente, illuministi e repubblicani intransigenti il cui fine è organizzare politicamente e socialmente la società secondo le leggi della ragione. (La definizione di Leon Burgeois del 1908 mi sembra sempre valida). E il movimento nasce non a caso nel ’700, in Inghilterra e in Francia. I radicali, diversamente dai socialisti, subordinano i problemi sociali alle riforme istituzionali, fondate sulla assoluta autonomia dell’individuo e sull’ideale di libertà concepito come fine. Il loro avversario maggiore, come è noto, è la Chiesa cattolica, e si può dire che la loro lezione sia sempre polemica, o polemica in questo senso.

INTEGRATI NELLA SOCIETÀ

I radicali costituiscono un movimento piuttosto che un partito perché la società moderna, e ancor piú quella contemporanea, tendono ad essere, o sono già, società radicali. Nulla si capisce del radicalismo se non si riesce a vedere i radicali come integrati e se ci si ostina a ritenerli soltanto dei sovversivi o dei ribelli. Un esempio recente di tale integrazione è la vittoria nel referendum sul divorzio, giustamente definito da Pasolini «una vittoria dei rotocalchi».

Portando alle estreme conseguenze il principio liberale della libertà di coscienza, accettato dalla cultura moderna, essi agiscono e sanno di agire su tendenze a tal punto implicite nella vita civile contemporanea che la società non sa e non può reagire se non debolmente alla loro provocazione. Ma si dovrebbe parlare di fascino e non solo di provocazione: perché l’essere integrati, e integrati, ripeto, attraverso il principio di libertà di coscienza, consente loro una coerenza che la maggior parte degli uomini rifiuta e che i politici professionisti non possono accettare.

Nella società liberale il principio religioso del sacro riesce a convivere, se pur malamente, con il principio di libertà di coscienza. Molti uomini infatti riescono a recuperare in pratica ciò che hanno dovuto negare in teoria, e sono negazioni ben note: che la verità non esiste, che niente è sacro se non la libertà stessa, che la religione è un inganno dei preti e dei potenti onde mantenere l’uomo in sudditanza, che non esistono obblighi morali ma soltanto i valori del piacere privato e dell’utilità collettiva.

I radicali, esasperando queste proposizioni che affiorano già potentemente nelle società liberali, impediscono il riformarsi di quegli equilibri spontanei, e appunto pratici, che bene o male rifluiscono dopo periodi di violenta rottura ideologica. L’uomo contemporaneo intuisce confusamente, troppo confusamente, di contro alle filosofie vincenti del razionalismo e dell’empirismo moderni, che l’uomo è un essere debole, fallibile, imperfetto e che può riscattarsi da tale condizione di peccato e di morte soltanto riconoscendosi, attraverso il libero arbitrio, in una verità oggettiva che lo supera e che lo obbliga al sacrificio e alla rinuncia, consentendogli però la felicità e la gioia.

Capisce inoltre che in tale condizione finita non si dà società senza Stato e che non si dà Stato senza leggi e senza istituzioni, perché non si dà libertà senza autorità, e infine che la prospettiva di una società dell’Amore senza leggi e senza Stato è completamente fantastica. Ma, e qui è il punto, queste confuse evidenze sono visibili soprattutto sul piano pratico, nel senso che l’uomo di cui parlavamo tende o può tendere a vivere come se esse fossero vere, e dunque riconoscendosi dei limiti e degli obblighi.

Ma esse si incrociano e si scontrano con altre evidenze, eminentemente teoriche ma già realizzate, secondo le quali ognuno può pensare ciò che vuole, può fare ciò che vuole del proprio corpo e della propria anima Alla vittoria pratica di questi principi teorici, già impliciti nel principio liberale della libertà di coscienza, ha contribuito in somma misura la scienza, con la sua necessaria appendice ideologica, lo scientismo, essendo fine riconoscibile delle scienze moderne quello di rendere l’uomo, secondo le parole di Cartesio, «maître et possesseur de la nature», e dunque di espellere il dolore e favorire il benessere.

Esiste una necessaria alleanza del radicalismo con lo scientismo, nel senso che entrambi esprimono il rifiuto piú spinto, piú radicale appunto, della mortalità dell’uomo, e dunque della sua finitezza, con il conseguente anzi fatale, rifiuto della necessità, che l’uomo avverte, di riconoscersi in simboli e verità in qualche modo sacri perché altri da lui. Il principio soggettivo della libertà di coscienza, unito alla oggettiva dominazione sopra la natura, produce l’utopia di un uomo completamente liberato, senza piú male sociale o fisico, senza dolore e senza morte.

La religione è il grande avversario di questa utopia, perché ne denuncia il carattere di irrealizzabilità e dunque di bestemmia. Ma mentre il sentimento religioso puramente individuale e privato è facilmente sconfitto dalla forza utopica, e dunque è tollerato dai radicali, le Chiese storiche, e soprattutto la piú forte di tutte, possono influenzare la società, e dunque sono semplicemente l’avversario.

Nella società contemporanea è avvenuto un fatto nuovo: la secolarizzazione di massa, cioè la diminuita influenza dei principi e dei comandamenti religiosi non solo sopra gli intellettuali ma sopra il popolo, a tal punto che la società in cui viviamo ci appare per certi aspetti ancora cristiana, ma per altri, e piú vistosi, ormai radicale. Perché dunque l’accanimento dei radicali contro la Chiesa cattolica, visto che la sua influenza sopra la società è incredibilmente diminuita?

Nell’atteggiamento radicale verso la Chiesa emergono come non mai le matrici illuministiche, e dunque l’obbedienza a una astratta Raison. Completamente incapaci di capire che una religione è anche o soprattutto cultura inconsapevole e orale che dà senso alla vita civile creandone il tessuto: completamente incapaci di capire (il loro Pasolini però l’aveva capito) che la lacerazione di questo tessuto spiega troppo bene la dissoluzione sociale oggi in atto, dalla delinquenza alla perversione dalla droga alla volgarità, essi si accaniscono nell’aggredire i superstiti e vacillanti poteri istituzionali, come se fossero le loro bieche trame a spiegare tutto il male.

Guardano in alto, mentre dovrebbero guardare in basso, a che cosa miserabile è diventata la cultura popolare da quando un principio religioso quale che sia non la informa piú; e ciò ben al di là del Concordato e delle leggi clerico-fasciste! Se nulla è piú obbligante o sacro, che meraviglia c’è che scoppi la violenza? Vero è che i radicali si atteggiano subito a non violenti, come se la violenza fosse qualcosa che si vuole e non invece qualcosa a cui si arriva, e come se non recuperassero loro stessi sul piano della violenza verbale, intesa a squalificare e annullare l’avversario, quel che rifiutano come gesto fisico o rivoluzionario.

I radicali, per bocca di Pannella, proclamano oggi la propria «irragionevolezza»: ma che cos’è dunque avvenuto del culto della Dea Ragione, che pure essi continuano a mantenere?

È avvenuto per loro lo stesso rovesciamento della Raison che avviene in Sade, tanto che li si potrebbe definire dei sadisti che si arrestano un attimo prima della crudeltà, giacché essa pretende il consenso difficile o impossibile dell’altro e lo stesso Pannella respinge l’eutanasia perché coinvolge un simile precario consenso, ma ammette il suicidio perché «gestire in assoluta libertà e responsabilità il proprio corpo è destino indeclinabile della persona» tanto che non sappiamo nemmeno se abbiamo il diritto di soccorrere un disgraziato che tenta di uccidersi, e aggiunge distinguendo il povero suicidio dei poveri dalla «morte serena e dolce» che il ricco può darsi. (Come se un suicidio potesse mai essere sereno e dolce).

A tale misura di sragionevolezza conduce l’assoluto rigore del principio di assoluta libertà; e a leggere le pagine dei radicali non si finirebbe piú di citare. La loro Raison è cosí astratta, cosí ignorante della religione diventata cultura inconsapevole e organica di ognuno, che essi finiscono per combattere sempre nel mondo puramente geometrico dei diritti individuali.

REALTÀ E RAGIONE.

Il «fascismo eterno», espressione paradossale che essi sempre ripetono, è una categoria necessaria per loro perché eterno è l’oltraggio alla ragione: non solo le istituzioni ma, senza che essi lo sappiano, la realtà stessa è eternamente nemica della ragione. E ciò bene spiega il loro accanimento contro lo Stato cosí com’è, di cui non vedono l’atroce indebolimento, cosí come contro una Chiesa non meno indebolita: perché essi attribuiscono alle manovre oscure e inconfessabili di queste superstiti potenze la resistenza che la realtà stessa oppone loro.

La realtà resiste, malgrado tutto, all’utopia piú di quanto non facciano le istituzioni: all’utopia del regno dell’amore e della gioia che è puro inferno di odio e infelicità. Ma è troppo chiaro che il punto di resistenza della realtà è costituito da un residuo culturale inconsapevole che si andrà esaurendo. È necessario che la risposta al radicalismo sia nuovamente e consapevolmente culturale. I successi del radicalismo si basano sulla pochezza degli avversari, i quali non sono l’uomo comune e confuso di cui parlavo prima, bensí i politici, in certo senso tutti i politici.

Questi, infatti, condividono, anzi devono condividere obbligatoriamente gli immortali principi dell’89, ma li correggono, come è noto, col realismo: partono dall’evidenza dell’imperfezione umana per evincerne che tutto è frutto di compromesso e di accomodamento, anziché far propria la giusta idea metafisica e morale, opposta tanto al radicalismo quanto al realismo, secondo la quale il male ineliminabile va combattuto anche se non si ha speranza di vincerlo.

Né a molto giovano i clericali, con la loro letterale, edificante, sentimentale nozione di fede, e nemmeno gli umanisti, con il loro fragile culto della letteratura. Occorrono piuttosto uomini che abbiano serbato memoria di una tradizione consapevole o inconsapevole, capaci di far capire che la realtà è piú imprevedibile e dunque piú perfetta di tutte le utopie: filosofi dilettanti capaci di illuminare, anche col sorriso, l’eternamente contraddittoria e tragica condizione umana, ma anche di ammonire che non si può semplificare, per immaturità, questa tragedia, né si può giocare con essa per cinismo.

NOTA BENE

Con il titolo redazionale di «L’eterno radicalismo», questo scritto quadrelliano usciva sulla terzapagina del quotidiano romano Il Tempo, il 28 ottobre 1979 (la data segna una combinazione singolarissima!). Alla fine del medesimo anno, venne pubblicato in volume, col nuovo titolo di «I radicali», nella raccolta Capitoli morali edita in forma samizdat da Daverio & Calí, a Milano.

Giustamente, l’autore sapeva di aver compendiato un queste osservazioni, una volta per tutte, la risposta dell’uomo integro a qualunque corrosione causata dai sofismi della mentalità radicale: noi, oggi, constatiamo la fine ingloriosa di un mito politico proprio mentre accertiamo il decesso di un leader storico di un partito.

Fantasmi di fantasmi. Da un ventennio, infatti, complice anche la figura di una commissaria europea dell’area politica di cui qui di tratta, la politica in Europa ha un che di spettrale.

Per questo, la riflessione di Quadrelli vale doppio: a suo tempo, fu una inascoltata profezia disprezzata persino da quanti se ne sarebbero giovati; adesso, è una pagina aurea di idee che attendono un altro eone per poter essere comprese cioè amate cioè incarnate in atti. Cioè, nessun uomo libero può sottrarsi alla vibrante verità che innerva queste conclusioni scritte trentasette anni fa.

Se la cultura italiana fosse intelligente, cioè libera, ripubblicherebbe subito questo articolo sui settimanali dei grandi quotidiani, sulle pagine culturali e politiche, sui siti deputati: se ciò non dovesse avvenire, sarebbe il segno che si è autocondannata all’insignificanza.

(Andrea G. Sciffo)

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