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Mag 19

La persecuzione dei cattolici durante la Rivoluzione culturale

rivoluzione_culturaleAsianews. It 17 maggio 2016

La documentazione di quel violento periodo è stata bruciata o è sepolta negli archivi. Solo alcuni sopravvissuti ne parlano. I persecutori tacciono nella paura. I roghi degli oggetti religiosi e arredi nell’Hebei. Vescovi umiliati e arrestati nell’Henan; suore battute e uccise con bastoni, o sepolte vive. La persecuzione “non è ancora finita”; oggi è forse solo più sottile.

Sergio Ticozzi

Hong Kong (AsiaNews) – Gli anni della Rivoluzione culturale sono stati giudicati ufficialmente dalle autorità cinesi “dieci anni di catastrofi”. Per le religioni e per la Chiesa cattolica sono stati gli anni della più violenta persecuzione e della soppressione sistematica della loro presenza. Ma quanto e cosa hanno sofferto i cattolici cinesi durante la Rivoluzione culturale non è molto documentato. Vi sono molti più resoconti sulla persecuzione nel periodo degli anni ‘50. Il motivo è che i documenti di quella “catastrofe” sono stati bruciati o rimangono sepolti negli archivi. E di recente solo poche vittime hanno osato parlarne.

Con la Circolare del 16 Maggio 1966, Mao Zedong lanciava la lotta politica contro i suoi nemici che chiamava ‘mostri e demoni’, cioè tutti coloro che si opponevano al controllo del Partito e all’ideologia comunista: intellettuali, ricchi, padroni di terre, contro-rivoluzionari e seguaci delle varie religioni.  Dopo l’editoriale del Quotidiano del Popolo del primo giugno, “Spazzar via tutti i mostri e i demoni”, le Guardie Rosse lanciano una campagna violenta arrestando e perseguitando tutti i membri di queste categorie.

Segue poi la campagna per sradicare le ‘Quattro Cose Vecchie’, vecchie tradizioni, costumi, cultura e modi di pensare, direttiva reiterata nella grande dimostrazione di Guardie Rosse del 18 agosto nella Piazza Tiananmen, celebrata con il pieno appoggio di Mao Zedong. Da allora, le Guardie Rosse aumentano i loro attacchi: i seguaci delle religioni diventano uno dei loro principali bersagli.

I cristiani, in particolare, sono considerati subito “nemici del popolo” e i  cattolici continuano ad essere sospettati di attività contro-rivoluzionarie. La persecuzione si scaglia sia sui credenti che sugli edifici religiosi. Le chiese sono spogliate di tutto, danneggiate e usate come ripostigli, fabbriche o abitazioni, se non demolite. Statue, paramenti, articoli e libri religiosi sono bruciati.

I semplici fedeli sono scacciati da casa, costretti a girare nelle strade del villaggio e delle città con in testa alti cappelli cilindrici su cui sono scritti i loro ‘crimini’; sono poi mandati ad abitare in miseri locali o in capanne, mentre i persecutori rubano tutto quello che vogliono e distruggono o bruciano il resto dell’arredamento.

Molti soffrono una morte miserevole. Vescovi, sacerdoti e suore, anche i ‘patriottici’ che ancora operano ufficialmente, sono arrestati, insultati e condannati ai campi forzati o in prigione.  A Baoding (Hebei), Guardie Rosse della scuola media si sono rovesciati nella cattedrale: raccolgono tutti gli articoli religiosi sul piazzale e accendono il fuoco. Radunano poi clero e suore con maniere violente attorno al rogo. Siamo “patriottici”, dichiara P. Antonio Li Daoning. “Ti picchiamo come patriottico” gli rispondono. Sotto la violenza il prete sviene ed è buttato sul rogo. Un’altra vittima è Sr. Zhang Ergu, che è picchiata a morte con bastoni perché si è rifiutata di calpestare un’immagine della Madonna. In un altro caso simile in una chiesa del nord Henan, un sacerdote è spinto così vicino al rogo che gli si bruciano i piedi; portato a casa, dopo due giorni muore.

Nel giugno 1966, Mons. Xi Minyuan è arrestato e imprigionato accusato di attività anti-rivoluzionarie e di rapporti con gli stranieri: muore in carcere. A Kaifeng, Sr. Wang Qian, è legata, portava via dalle Guardie Rosse e sepolta viva.

Il sinologo Anthony Clark riporta che durante una visita alla chiesa del Salvatore (la Beitang) a Beijing, ha notato il giardiniere che dava un’attenzione speciale a un luogo presso un albero del piazzale. Alla sua richiesta, ha confidato che nell’estate 1966 un gruppo di Guardie Rosse hanno attaccato un anziano prete, l’hanno legato e costretto a inginocchiarsi e dichiarare che rinunciava alla sua fede. Dato però il suo rifiuto, l’hanno picchiato a morte e sepolto proprio in quel luogo.

A Taiyuan, P. Wang Shiwei è arrestato, picchiato e messo in prigione; qui è legato e incatenato in modo che non può neppure sdraiarsi. Dopo torture, il 15 febbraio 1970, è condotto fuori della cella e fucilato.

Il 24 agosto 1966, le ultime sette suore straniere che con altre suore cinesi amministravano la Scuola cattolica del Sacro Cuore per i bambini del corpo diplomatico a Beijing, sono attaccate e picchiate dalle Guardie Rosse. Una di essa è frustata sul viso con tanta violenza da strapparle quasi gli occhi. Il giorno dopo sono sottoposte a processo, le straniere espulse, le cinesi condannate a 20 anni di carcere. Il viaggio da Beijing a Hong Kong è estenuante. Sr. Molly O’Sullivan, giunta a Lowu, è così spossata dalla febbre che sviene. Le guardie la gettano su un carrello che le consorelle spingono attraverso il ponte. In Hong Kong è subito portata in ospedale ma il giorno dopo muore e ritorna al Padre celeste.

Per i cattolici che già erano in prigione o in campi di lavoro forzato dagli anni ‘50, il periodo della Rivoluzione culturale si è trasformato in un incubo terribile, perché sottoposti a continui interrogatori, attacchi in processi pubblici, insulti, battiture e violenze. Alcuni sopravvissuti hanno pubblicato le loro memorie, come Mons. Domenico Deng Yiming, P. Francesco Tan Tiande, P. Giovanni Huang Yongmu,  P. Li Chang, Margherita Chu, Giuseppe Ho, Giovanni Liao e Teresa Mo, ecc.

Esistono ancora tante tragedie e sacrifici che i Cattolici cinesi hanno sofferto durante la Rivoluzione culturale, ma che rimangono nascosti nel cuore delle vittime e dei persecutori. Di questi ultimi, pochi hanno avuto il coraggio di confessare e di chiedere perdono; la maggioranza non ne sente il bisogno o vuole dimenticare. Molte vittime e loro conoscenti non osano parlare per paura. Perché?

Un sacerdote che ho invitato a raccogliere documentazione su questo periodo, confessa: “Parlando dal cuore, non posso esprimere quello che provo quando ricordo questo tempo di grandi sofferenze, dal momento che nelle condizioni presenti della Chiesa tale situazione non è ancora finita. Forse la minaccia alla fede è fatta in modo più sottile, ma più profondo rispetto alle generazioni passate. Dobbiamo pregare il Signore che ci rafforzi e ci dia il coraggio di continuare a testimoniare la fede nel nostro Salvatore”.

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