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Apr 14

Islam e immigrazione

Tradizione, Famiglia, Proprietà, n.68 marzo 2016

 Estratto dallo speciale pubblicato dalla rivista TFP

immigrati

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I LIMITI ALLA TOLLERANZA

Mi sono sempre meravigliato che la sinistra laicista, portata a strillare al minimo accenno di influenza cattolica sulla vita pubblica dei nostri paesi, favorisca invece l’immigrazione musulmana, proprio nel momento in cui l’islam sta vivendo un periodo di grande esaltazione religiosa. Ne è esempio la Spagna di Zapatero: mentre si cercava di restringere fino quasi a eliminarla l’ora di religione cattolica nelle scuole, si stabiliva invece l’ora di religione musulmana.

Questa sinistra non è, dunque, laica né laicista. E anticattolica. Prova per la civiltà cristiana europea quell'”odio patologico” denunciato da Benedetto XVI. Vuole distruggerla e, pur di raggiungere lo scopo, è disposta a suicidarsi portando in Europa il credo islamista.

Questo odio patologico è condiviso anche da una certa sinistra cattolica che, sbandierando l”‘accoglienza”, è disposta a inondare il nostro continente di masse eterogenee che rischiano di deturparne la fisionomia e distruggerne le radici. Senza curarsi che ciò potrebbe significare la scomparsa della Santa Chiesa cattolica, come sta succedendo nel Medio Oriente.

E’ ovvio che vi sono alcuni immigranti legittimi, bisognosi di accoglienza. Ma è altrettanto ovvio che un certo islam sta approfittando delle porte aperte per penetrare l’Europa.

La stragrande maggioranza degli europei, ottimisti e spensierati, guardava questo processo con gli occhi assonnati di chi non vuole grane: purché io possa godermi ancora un po’ questa bella vita… Nemmeno l’afflusso sproporzionato di rifugiati mediorientali durante l’estate 2015 era riuscito a svegliarli dallo splendido sonno.

Tutto ciò si è frantumato la notte di Capodanno, quando migliaia di giovani di origine musulmana hanno sistematicamente molestato ragazze in diverse città tedesche, con atteggiamenti arroganti di chi sa di poter contare sull’impunità. Di colpo, l’immigrazione ha mostrato il suo volto peggiore.

Rivelando profondissime crepe nell’anima europea, che pochi pensavano potessero esistere, ciò ha innescato un ripensamento a tutto campo: mentre le sfere politiche si interrogano sul futuro del Trattato di Schengen e parlano di alzare muri ai confini, in campo cattolico ci si comincia a interrogare sui limiti della tolleranza e dell’accoglienza. È come se, di colpo, ce ne fossimo accorti che il pericolo non è più alle porte ma nel cortile di casa

Nel 1683 i turchi dovettero arrivare fino alle mura di Vienna, capitale dell’Impero e porta d’ingresso all’Europa occidentale, perché gli europei si decidessero finalmente a reagire. Fin dove dovrà arrivare oggi la minaccia islamista perché l’Europa si desti? (JL)

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immigratiDOBBIAMO ACCETTARE O RIFIUTARE L’IMMIGRAZIONE?

Qualche utile riflessione di S. Tommaso d’Aquino

La morale cattolica ci obbliga di accogliere, sempre e comunque, gli immigranti? Oppure, ci sono casi in cui esiste l’obbligo morale di respingerli? L’autore ci riporta una voce autorevole, vecchia di otto secoli, eppure perfettamente attuale

di John Horvat II

Il problema dell’immigrazione non è nuovo. Se n’era già occupato nel secolo XIII S. Tommaso d’Aquino nella sua celebre Summa Theologica (I-II, Q. 105, Art. 3). Ispirandosi agli insegnamenti delle Sacre Scritture, relativi al popolo ebreo, il Dottor Angelico stabilisce con chiarezza quali siano i limiti dell’accoglienza agli stranieri. Forse possiamo trarne qualche lezione.

S. Tommaso: “Con gli stranieri ci possono essere due tipi di rapporti: l’uno di pace, l’altro di guerra. E rispetto all’uno e all’altro la legge contiene giusti precetti “.

S.Tommaso afferma, dunque, che non tutti gli immigrati sono uguali, perché i rapporti con gli stranieri non sono tutti uguagli: alcuni sono pacifici, altri conflittuali. Ogni nazione ha il diritto di decidere quale tipo di immigrazione può essere ritenuta pacifica, quindi benefica per il bene comune; e quale invece ostile, e quindi nociva. Come misura di legittima difesa, uno Stato può rigettare elementi che ritenga nocivi al bene comune della nazione.

Un secondo punto è il riferimento alla legge, sia divina sia umana. Uno Stato ha il diritto di applicare le proprie leggi giuste.

L’Angelico passa poi all’analisi dell’immigrazione “pacifica”.

S. Tommaso:Infatti gli ebrei avevano tre occasioni per comunicare in modo pacifico con gli stranieri. Primo, quando gli stranieri passavano per il loro territorio come viandanti. Secondo, quando venivano ad abitare nella loro terra come forestieri. E sia nell’un caso come nell’altro la legge imponeva precetti di misericordia; infatti nell’Esodo si dice: ‘Non affliggere lo straniero ‘; e ancora: ‘Non darai molestia al forestiero‘”.

Qui S. Tommaso riconosce che ci possano essere stranieri che, in modo pacifico e quindi benefico, vogliano visitare un altro paese, oppure soggiornarvi per un certo periodo. Tali stranieri devono essere trattati con carità, rispetto e cortesia, cosa richiesta ad ogni uomo di buona volontà. In tali casi, la legge deve proteggere questi stranieri da qualsiasi sopraffazione.

S.Tommaso: “Terzo, quando degli stranieri volevano passare totalmente nella loro collettività e nel loro rito. In tal caso si procedeva con un certo ordine. Infatti non si riceveva subito come compatrioti: del resto anche presso alcuni gentili era stabilito, come riferisce il Filosofo, che non venissero considerati cittadini, se non quelli che lo fossero stati a cominciare dal nonno, o dal bisnonno“.

In terzo luogo, S. Tommaso menziona coloro che vogliono stabilirsi nel paese. E qui il Dottor Angelico pone una prima condizione per accettarli: il desiderio di integrarsi perfettamente nella vita e nella cultura della nazione ospitante.

Una seconda condizione è che l’accoglienza non sia immediata. L’integrazione è un processo che richiede tempo. Le persone devono adattarsi alla nuova cultura. L’Angelico cita anche Aristotele, il quale afferma che tale processo può richiedere due o tre generazioni. S. Tommaso non stabilisce un tempo ideale, affermando soltanto che esso può essere lungo.

S. Tommaso: “E questo perché, ammettendo degli stranieri a trattare i negozi della nazione, potevano sorgere molti pericoli; poiché gli stranieri, non avendo ancora un amore ben consolidato al bene pubblico, avrebbero potuto attentare contro la nazione “.

L’insegnamento di S. Tommaso, fondato sul senso comune, suona oggi politicamente scorretto. Eppure, è perfettamente logico. L’Angelico evidenzia che vivere in un’altra nazione è cosa molto complessa. Ci vuole tempo per conoscere gli usi e la mentalità del paese e, quindi, per capire i suoi problemi. Solo quelli che vi abitano da molto tempo, facendo ormai parte della cultura del paese, a stretto contatto con la sua storia, sono in grado di giudicare meglio le decisioni a lungo termine che convengano al bene comune. E dannoso e ingiusto mettere il futuro del paese nelle mani di chi è appena arrivato. Anche senza colpa, costui spesso non è in grado di capire fino in fondo cosa stia succedendo, o cosa sia successo, nel Paese che ha scelto come nuova patria. E questo può avere conseguenze nefaste.

Illustrando questo punto, S. Tommaso nota come gli ebrei non trattavano tutti i popoli in modo uguale. Vi erano nazioni più vicine e, quindi, più facilmente assimilabili. Altre, invece, erano più lontane o addirittura ostili. Alcuni popoli ritenuti ostili non potevano essere accettati in Israele, vista appunto la loro inimicizia.

S.Tommaso:Ecco perché la legge stabiliva che si potessero ricevere nella convivenza del popolo alla terza generazione alcuni dei gentili che avevano una certa affinità con gli ebrei: cioè gli egiziani, presso i quali gli ebrei erano nati e cresciuti, e gli idumei, figli di Esaù fratello di Giacobbe. Invece alcuni, come gli ammoniti e i moabiti, non potevano essere mai accolti, perché li avevano trattati in maniera ostile. Gli amaleciti, poi, che più li avevano avversati, e con i quali non avevano nessun contatto di parentela, erano considerati come nemici perpetui”.

Le regole, però, non devono es­sere rigide, possono ammettere eccezioni:

S.Tommaso:Tuttavia qualcuno poteva essere ammesso nella civile convivenza del popolo con una dispensa, per qualche atto particolare di virtù: si legge infatti nel libro di Giuditta, che Achior, comandante degli Ammoniti, fu aggregato al popolo d’Israele, egli e tutta la discendenza della sua stirpe – Così avvenne per la moabita Rut, che era ‘una donna virtuosa ‘ “.

È possibile, dunque, ammettere eccezioni, secondo le concrete circostanze. Tali eccezioni, tuttavia, non sono arbitrarie, hanno bensì sempre in vista il bene comune della nazione. Il generale Achior, per esempio, rischiando la propria vita, era intervenuto presso Oloferne in favore degli ebrei, guadagnandosi in questo modo la loro eterna gratitudine, nonostante la sua origine ammonita.

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Ecco alcuni principi in tema di immigrazione enunciati da S. Tommaso d’Aquino, sette secoli orsono. Dai suoi insegnamenti si desume con chiarezza che qualsiasi analisi sull’immigrazione deve essere guidata da due idee-chiave: l’integrità della nazione e il suo bene comune.

L’immigrazione deve avere sempre come scopo l’integrazione, non la disintegrazione o la segregazione, cioè la creazione di piccole “nazioni” contrastanti all’interno del Paese. Oltre a godere dei benefici offertigli dalla sua nuova Patria, l’immigrante deve assumerne anche gli oneri, cioè la piena responsabilità per il bene comune, partecipando alla vita politica, economica, sociale, culturale e religiosa. Diventando un cittadino, l’immigrante passa a essere membro di una vasta famiglia, con un’anima comune, con una storia e un futuro comune, e non soltanto una sorta di azionista in un’azienda, al quale interessano appena il profitto e i benefici. Poi S. Tommaso insegna che l’immigrazione deve avere sempre in mente il bene comune: essa non può sopraffare o distruggere la nazione.

Ciò spiega perché tanti europei provano una sensazione di sconforto e di apprensione di fronte alle massicce e sproporzionate immigrazioni di questi ultimi anni. Un tale flusso di stranieri, provenienti da culture molto lontane e perfino ostili, introduce situazioni che distruggono gli elementi di unità psicologica e culturale della nazione, distruggendo perciò la stessa capacità della società di assorbire organicamente nuovi elementi. In questo caso, si sta chiaramente attentando contro il bene comune.

Aspetto secondario ma molto importante: quello economico. In mezzo alla più grave crisi economica degli ultimi decenni, l’Europa si può permettere di prendere in carico mi­lioni di immigrati senza ledere il bene comune dei suoi cittadini?

L’immigrazione organica e proporzionata è sempre stata un fattore di sanità e di forza per la società, introducendovi nuova vita e nuovi talenti. Quando, però, diventa sproporzionata e incontrollata, mettendo in pericolo le fondamenta della società e dello Stato, allora diventa pregiudizievole per il bene comune.

Ciò sopratutto quando si tratta di immigrazione, almeno potenzialmente, ostile, secondo le categorie proposte da S. Tommaso. È il caso, per esempio, dei musulmani, rappresentanti di popoli che per secoli sono stati in guerra con l’Europa, cercando la sua distruzione.

Farebbe bene l’Europa a seguire i saggi insegnamenti del Dottor Angelico. Un Paese deve usare giustizia e carità nel trattare gli immigrati. Soprattutto, però, deve salvaguardare la concordia e il bene comune, senza i quali un Paese non può durare a lungo. Questo per non parlare della Fede cristiana, il più profondo elemento fondante della nostra civiltà.

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immigrazioneCHE COS’E’ LA TOLLERANZA?

Oggi il termine “tolleranza” è usato in senso esclusivamente elogiativo, come anche i suoi derivati “accoglienza”, “fratellanza”, “misericordia” e via dicendo. La tolleranza è sempre un bene? Oppure vi sono caso in cui è un male. E può costituire perfino un crimine?

(Plinio Correa de Oliveira, “O que è a tolerància? “, Catolicismo, n° 75, marzo 1957. Foto del titolo: Luca Giordano, Gesù scaccia i mercanti dal Tempio.)

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In tema di tolleranza, la confusione, oggi, è talmente grande che, prima di entrare nel merito della questione, mi sembra conveniente chiarire il termine.

Che cosa è esattamente la tolleranza?

Immaginate la situazione di un uomo che ha due figli. Uno ha principi solidi e volontà ferma, l’altro ha principi indecisi e volontà vacillante. Nel luogo dove la famiglia sta trascorrendo le vacanze estive è di passaggio un insegnante che potrebbe impartire ai ragazzi lezioni scolastiche straordinariamente utili per entrambi. Il padre vuole che i suoi figli approfittino dell’occasione, ma è anche consapevole che ciò implicherebbe privarli di alcune gite, a cui tengono tanto. Calcolati i prò e i contro, egli arriva a una conclusione: è meglio che i figli rinuncino a qualche svago, perfettamente legittimo, piuttosto che perdere una rara opportunità di svilupparsi intellettualmente. Comunica, quindi, ai due figli la sua decisione: dovranno assistere alle lezioni dell’insegnante. Dopo un momento di riluttanza, il primo figlio accetta la volontà del genitore. L’altro, invece, brontola, si agita, supplica il padre di non imporgli questo dovere. Egli è talmente irritato da far temere un movimento di rivolta.

Di fronte a ciò, il padre mantiene la sua decisione per quanto riguarda il buon figlio. Conside­rando, invece, quanto costa al figlio mediocre lo sforzo intellettuale, e volendo evitare qualsiasi occasione di attrito che possa incrinare i rapporti famigliari, preferisce salvaguardare la pace domestica e sceglie di non insistere, sollevando quindi il secondo figlio dall’obbligo di seguire le lezioni.

Nei confronti del figlio mediocre e tiepido, il padre acconsentì a malavoglia. Il suo permesso non è affatto un’approvazione. Anzi, gli è stato quasi estorto con la forza. Per evitare un male (la tensione con il figlio), egli ha acconsentito a un bene minore (le gite vacanziere), rinunciando al bene maggiore (le lezioni). È questo tipo di assenso, dato senza approvazione e perfino con certo sdegno, che si chiama tolleranza.

A volte la tolleranza è un assenso dato, non a un bene minore per evitare un male, bensì a un male minore per evitarne uno maggiore. Sarebbe il caso di un padre che, avendo un figlio pieno di vizi, nell’impossibilità di combatterli tutti allo stesso tempo, sceglie di combatterne uno per volta, chiudendo temporaneamente un occhio sugli altri. Questa tolleranza nei confronti di alcuni vizi è un assenso dato con profondo sdegno, allo scopo di evitare un male maggiore e per permettere la graduale conversione del figlio. Questo è tipicamente un atteggiamento di tolleranza.

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La tolleranza può essere praticata solo in situazioni anomale. Se non ci fossero i figli cattivi, non ci sarebbe bisogno di tolleranza da parte dei genitori. Così, in una famiglia, più i membri saranno costretti a praticare la tolleranza tra loro, più la situazione sarà anomala. Ciò è di prima evidenza, per esempio, nel caso di un esercito o di un ordine religioso in cui i capi o i superiori siano costretti a usare una tolleranza illimitata nei confronti dei loro subordinati. Un tal esercito non è in grado di vincere battaglie. Un tale ordine non è in ascesa spirituale verso le vette della perfezione cristiana.

In altre parole, la tolleranza può essere una virtù. Però, è la virtù caratteristica delle situazioni anormali, traballanti, difficili. Potrebbe essere una virtù nei cattolici fervorosi, ma solo in epoche di desolazione, decadenza spirituale e rovina della civiltà cristiana.

Ecco perché la tolleranza è così frequente in questo nostro secolo di crisi e di catastrofi. In ogni momento, il cattolico odierno è nella contingenza di dover tollerare qualcosa: sul tram, per strada, nel posto di lavoro o di villeggiatura, ecc. Ovunque egli trova situazioni peccaminose che gli provocano un urlo interno di indignazione, che egli deve dissimulare per evitare un male maggiore. In tempi normali, tale urlo sarebbe un dovere morale, dettato dall’onore e dalla coerenza.

Per inciso, è curioso rilevare la contraddizione in cui cadono gli adoratori di questo secolo. Da una parte, esaltano le sue qualità fino alle stelle mentre silenziano i suoi difetti. Dall’altra, non cessano di biasimare i cattolici intolleranti, supplicandoli di mostrare tolleranza nei confronti del secolo. E non si stancano di proclamare che questa tolleranza deve essere costante, totale, estrema. Non si rendono conto della contraddizione in cui cadono. Se la tolleranza si esercita, per definizione, nei confronti di un’anomalia, nel proclamare la necessità di molta tolleranza nei confronti di questo secolo, affermano l’esistenza di molte anomalie

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Alla luce di queste considerazioni, è facile vedere quanto sia errato e fuorviante il discorso sulla tolleranza oggi.

Di solito, oggi, si dà a questa parola un senso elogiativo. Quando diciamo che qualcuno è “tollerante”, affermiamo implicitamente che è una persona di grande anima, cuore generoso, larghe vedute, disinteressata, comprensiva, simpatica, giudiziosa, benevola e via dicendo. Al contrario, il qualificativo di “intollerante” porta con sé una lunga scia di rimproveri: spirito grezzo, temperamento bilioso, malevolo, incline alla diffidenza, odioso, vendicativo, pieno di risentimento, ecc.

In realtà, nulla di più unilaterale. Infatti, se vi sono casi in cui la tolleranza può essere un bene, vi sono altri casi in cui è un male. E può costituire perfino un crimine. Quindi, nessuno merita plauso per il fatto di essere metodicamente tollerante, oppure intollerante, bensì per essere l’uno o l’altro secondo le circostanze.

Il problema, quindi, si sposta. Non si tratta di sapere se dobbiamo essere tolleranti o intolleranti, come norma. Si tratta, piuttosto, di chiederci quando dobbiamo essere l’uno o l’altro

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Innanzitutto, va notato che vi è una situazione in cui il cattolico deve essere sempre intollerante. E questa regola non ammette eccezioni. È quando, o per compiacere qualcuno o per evitare un male maggiore, gli si chiede di commettere un peccato. Ogni peccato è un’offesa a Dio. Ed è assurdo pensare che vi siano situazioni in cui Dio possa essere virtuosamente offeso.

Questo è così ovvio che sembra quasi superfluo ricordarlo. Tuttavia, in pratica, quante volte è necessario ricordare questo principio!

Così, ad esempio, con il pretesto di riscuotere la loro simpatia, nessuno ha il diritto di essere tolle­rante nei confronti di amici che vestono in modo immorale, hanno una vita dissoluta, vantano atteggiamenti licenziosi o frivoli, difendono idee temerarie o sbagliate e via dicendo.

Un altro esempio: un cattolico ha un dovere di lealtà nei confronti della filosofia scolastica. Non gli è lecito, con il pretesto di attirare la simpatia di un determinato ambiente, professare un’altra filosofia. E una forma di tolleranza inammissibile. Pecca contro la verità chi professa un sistema di pensiero nel quale sa che vi sono errori, anche se non sono direttamente contro la Fede.

In tali casi, i doveri dell’intolleranza vanno oltre. Non è sufficiente astenersi dal fare il male. Non bisogna mai approvarlo, sia per azioni sia per omissioni.

Un cattolico che, di fronte al peccato o all’errore, assume un atteggiamento di simpatia o di in­differenza, pecca contro la virtù dell’intolleranza. Questo succede, per esempio, quando assiste con un sorriso, senza restrizioni, a una conversazione o una scena immorale, o quando, in una discussione, riconosce che l’altro ha il diritto di professare qualsiasi punto di vista in tema di religione. Questo non è rispettare l’avversario, bensì acconsentire ai suoi errori e suoi peccati. Qui si sta approvando il male. E questo non è mai lecito per un cattolico.

A volte si arriva a questa situazione pensando che non si è peccato contro l’intolleranza. Ciò accade quando certi silenzi di fronte a errori o mali danno l’idea di un’approvazione tacita.

In tutti questi casi, la tolleranza è un peccato, e solo l’intolleranza è una virtù.

Leggendo queste affermazioni, è comprensibile che qualche lettore si infastidisca. L’istinto di socialità è naturale nell’uomo. E questo istinto ci induce a convivere con gli altri in modo armonico e piacevole.

Oggi si moltiplicano le occasioni in cui, nella logica della nostra argomentazione, un cattolico è costretto a ripetere, di fronte al nostro secolo, l’eroico “non possumus” di Pio IX: non possiamo accettare, non possiamo concordare, non possiamo tacere. E subito si leva contro di noi quell’ambiente di guerra, fredda o calda che sia, con la quale i sostenitori degli errori e delle mode moderne perseguitano con un’intolleranza implacabile, e in nome della tolleranza, tutti quelli che osano essere in disaccordo con loro. Una cortina di fuoco, di ghiaccio o semplicemente di cellophane, ci avvolge e ci isola. Una scomunica sociale velata ci tiene a margine degli ambienti moderni. Proprio ciò che l’uomo, per il naturale istinto di socialità, teme quasi tanto quanto la morte. O forse più della morte

Esageriamo? Per beneficiare della “cittadinanza” in tali ambienti, ci sono uomini che lavorano fino ad ammazzarsi con un infarto, e donne che digiunano più degli asceti della Tebaide, compromettendo seriamente la propria salute. Perdere una “cittadinanza” tanto “pregiata” solo per amore dei principi… ecco cosa vuol dire amare veramente i principi stessi!

E poi c’è la pigrizia. Studiare una questione, dominarla interamente, avere sempre a mano gli argomenti a suo favore… quanta fatica! Quanta pigrizia! Pigrizia nel parlare e nel discutere, ancor più nello studio. E, soprattutto, la pigrizia diventa suprema quando bisogna pensare seriamente a qualcosa, assumerla interamente, identificarci con un’idea, con un principio! Abbiamo la pigrizia sottile, impercettibile ma dominante, nell’essere seri, nel pensare seriamente, nel vivere in modo serio, rigettando quanto ci allontana da quell’intolleranza inflessibile, eroica e imperterrita, che, con frequenza sempre crescente, è diventata il vero dovere del cattolico nei giorni nostri.

La pigrizia è la sorella dell’indifferenza. Molti ci chiederanno perché tanta fatica, tanta lotta, tanto sacrificio, se una rondine non fa primavera. A cosa serve il nostro sacrificio, se gli altri non migliorano? Strana obiezione! Come se dovessimo praticare i comandamenti solo perché gli altri li pratichino… Come se fossimo esonerati dal praticarli finché gli altri non ci imiteranno…

Noi diamo testimonianza davanti agli uomini del nostro amore per il bene e del nostro odio per il male, per la gloria di Dio. E anche se tutto il mondo ci dovesse biasimare, noi continueremo a farlo. Il fatto che gli altri non ci accompagnino non intacca i diritti che Dio ha alla nostra totale obbedienza.

Queste ragioni non sono le uniche. C’è anche l’opportunismo. Conformarsi alle tendenze dominanti, apre tutte le porte e facilita tutte le carriere. Prestigio, comfort, denaro, tutto diventa più facile e più ottenibile se si è d’accordo con le tendenze dominanti. Donde si vede quanto costa oggi il dovere dell’intolleranza. Quanto qui espresso fa da battistrada al prossimo articolo, in cui saranno analizzati i limiti dell’intransigenza e i mille modi per schivarla.

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