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Ago 18

Quando Mosca lo ordinava i pacifisti scendevano in piazza

pacifisti_ComisoLa Nazione 9 ottobre 1999

di Maurizio Stefanini

«Meglio rossi che morti», fu lo slogan della campagna di «lotta per la pace» con cui, dagli inizi del 1980, milioni di manifestanti in Europa occidentale scesero in piazza contro l’installazione aedi «euromissili» Pershing e Cruise. Di cui gli Usa avevano deciso l’installazione, su richiesta del cancelliere socialdemocratico tedesco Helmut Schmidt, per rispondere all’alterazione nell’equilibrio dei «missili di teatro» in Europa, che si era avuta quando i sovietici avevano puntato gli SS20.

Se a fine ’79 le dimostrazioni non contavano più di 20-30mila manifestanti, a fine ’80 le cifre raggiungevano ormai le 80-100mila persone. E a fine ’81 si arrivava a 400mila ad Amsterdam. 350mila a Bonn. 250mila a Bruxelles, 250mila a Londra, 100mila a Copenaghen. Record a Roma, con mezzo milione di persone. Proprio vicino a quelle campagne dell’Alto Lazio in cui, come ha rivelato l’ammiraglio Fulvio Martini, «spetsnaz» del ministero degli Interni sovietici, sotto l’incognito di camionisti, sistemavano depositi di armi per quella che Peppone di Guareschi avrebbe definito «la seconda ondata».

Poi venne il dicembre ’83, e a Roma i dimostranti passarono a 600mila. Ma in Italia il socialista Craxi teneva duro. Era anzi lui a decidere l’installazione degli ordigni in Italia da presidente del Consiglio, attirandosi gli strali vignettistici dei vari Chiappori e Altan per l’anniversario del Psi: «Novanti anni di storia, per vedere un socialista che schiera gli euromissili».

Anche i socialisti francesi, che erano pure al governo, tennero duro alle nuove parole d’ordine filo-sovietiche che arrivavano dall’Internazionale Socialista. Ma rimasero isolati. Ora si sa con precisione che in realtà l’Internazionale Socialista era filoguidata da agenti sovietici. Uno di loro era Kalevi Sorsa, leader del partito socialdemocratico finlandese e più volte premier, ministro degli Esteri e presidente della Commissione parlamentare esteri del suo Paese.

In questo caso, come in quello del socialista belga de Smal, si trattava probabilmente più di «compagni di strada» imbeccati per tornaconto politico e vanagloria che non di spie vere e proprie. Ma non mancarono anche altri casi. Fabio Giovannini è un giornalista cossuttiano con la passione dello spionaggio che, oltre a un libro-intervista al ministro Diliberto dall’impegnativo titolo «La scrivania di To­gliatti», ha di recente pubblicato un volumetto intitolato «Le spie rosse Da Richard Sorge a Kim Philby e Misha Wolf» (Edizioni Datanews).

Paradossalmente elogiatorio ne è l’intento: per Giovannini, trafugando i segreti atomici e militari questi «eroi» avrebbero impedito al «cattivo Occidente» una superiorità militare che avrebbe potuto indurlo nella tentazione di avventure militari pericolose. Insomma, «salvarono la pace». Leggiamo questa fonte insospettabile di anti-sovietismo o anti-comunismo, dunque, nel capitolo dedicato a Markus Wolf. Apprendiamo che Fex-capo della temutissima Stasi, oltre a mandare aiuti ai terrori­sti della Raf, ad aver contatti col terribile Carlos e ad addestrare le guardie del corpo presidenziali a Cuba e nel Nicaragua sandinista, aveva anche il compito di gestire «l’appoggio, nel 1981, al gruppo dei Generali per la pace, ex ufficiali della Nato passati a posizioni pacifiste. Tra costoro l’italiano Nino Pasti, col suo gruppuscolo «Lotta per la Pace».

La massa di mezzi ostentata dal gruppuscolo di Pasti, forse per «ricattare» il Pci, dimostra che l’Urss pompava alla campagna soldi in maniera diretta. I documenti del «dossier Bukovski» permettono di ricostruire alcune vicende di quel Fondo della pace, creato dal governo sovietico con 400 milioni di rubli l’anno, dei quali almeno 140 erano spesi direttamente in Occidente. Al cambio di allora. 35 milioni di dollari.

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