Torquemada. Il Grande Inquisitore si scopre garantista

Torquemada

Tomas de Torquemada

Panorama 13 agosto 1998

È stato per secoli il simbolo della persecuzione cattolica. Ma una nuova corrente di studi rivaluta la sua figura. E un convegno in Vaticano svelerà cosa c’era sotto la maschera del torturatore.

 di Giorgio Ieranò

 

«Torquemada!» gridò la fanciulla con orrore, riconoscendo il volto spiritato del Grande inquisitore. Il domenicano si avvicinava, con le sue mani scheletriche, ai seni palpitanti della donna. E la fanciulla tremava, sapendo che si sarebbe salvata dalla tortura e dal rogo solo se avesse ceduto alle voglie di quel frate… Si raccontava così fino a non molti anni fa, la storia dell’Inquisizione spagnola: La novella della fanciulla e del frate si trova in un libro italiano del 1966, che però copia da un libro francese del 1923, a sua volta ispirato da una fitta schiera di romanzi d’appendice dell’Ottocento, i quali peraltro attingevano a larghe mani dalla propaganda anticattolica di stampo protestante e illuministico.

Erano stati proprio protestanti e illuministi a costruire la «leggenda nera» dell’Inquisizione spagnola. Il solo nome di Tomas de Torquemada, primo inquisitore di Spagna, bastava a evocare un mondo terribile di supplizi e fanatismo: frati incappucciati, oscure camere di tortura, fruste e crocefissi, belle eretiche seminude spinte sul rogo con morboso compiacimento.

Ora, a cinquecento anni dalla sua morte, avvenuta li 16 settembre 1498 in un convento di Àvila, Torquemàda può sperare di avere miglior stampa. Spulciando gli archivi e ragionando sui fatti senza pregiudizi gli storici stanno costruendo un’altra immagine dell’ Inquisitore, depurata da tutti gli aspetti torbidi e sinistri. L’Inquisizione emerge dalle fosche nebbie della leggenda come un tribunale quasi garantista, che istruiva processi rigorosi e documentati, dove il rispetto delle norme giuridiche salvaguardava gli imputati dall’arbitrio. Basta leggersi i Tribunali della coscienza di Adriano Prosperi: 600 pagine sull’Inquisizione nell’Italia della Controriforma pubblicate un anno fa da Einaudi.

Isabella_di_Castiglia

Isabella di Castiglia

Studioso di formazione laica, Prosperi non ha simpatia per l’Inquisizione. Eppure, spiega che «il tribunale ecclesiastico fu in genere più mite di quelli secolari. Non a caso, molti tentavano di passare dall’uno all’altro. Soprattutto per alcuni reati, come la bestemmia, l’Inquisizione era considerata meno severa». Anche le famigerate condanne al «carcere perpetuo» venivano in genere considerate espiate dopo soli tre anni. E la tortura? «L’uso della tortura era limitato: si ricorreva a essa solo sulla base di indizi gravi e probanti. D’altra parte, la tortura, fin dall’antichità, rientrava nella pratica normale della giustizia».

Accenti analoghi si ritrovano nel volume 71 giudice e l’eretico, a cura di John Tedeschi, pubblicato quest’anno da Vita e pensiero. E un segno che i tempi cambiano è anche il ripescaggio di vecchi testi dell’apologetica cattolica: dopo l’Elogio dell’Inquisizione di Jean-Baptiste Guiraud (Leonardo), esce ora con lo stesso titolo un libretto di Joseph De Maistre (Edizioni II Cerchio).

Banco di prova di questo revisionismo storico sarà il convegno che a novembre, in Vaticano, dopo la recente apertura degli archivi del Sant’Uffizio, raccoglierà i maggiori specialisti mondiali di Inquisizione. Ma intanto persino Henry Kamen, storico di ispirazione marxista, autore nel 1965 di un saggio sull’Inquisizione spagnola (edito in Italia da Feltrinelli), ha sentito il bisogno di pubblicare una nuova edizione della sua opera con il significativo titolo The Spanish Inquisition: a Historical Revision (Yale University Press). E ha spiegato alla Bbc che «le ricerche negli archivi hanno demolito la vecchia immagine che noi storici avevamo dell’Inquisizione».

Torquemàda può dunque ripresentarsi, con animo sereno, al giudizio dei posteri. Era nato a Valladohd nel 1420: suo zio paterno, il cardinale Juan de Torquemàda, era un teologo illustre; la nonna materna, invece, era una conversa, un’ebrea convertita al Cattolicesimo: curioso paradosso per un uomo che spese la sua vita combattendo i seguaci della legge mosaica. A 17 anni Torquemàda si fece frate domenicano e fu poi priore del monastero della Santa Croce a Segovia. Qui divenne il confessore dell’infanta Isabella che, una volta salita al trono di Castiglia, lo volle al suo fianco come consigliere. Nel 1478, sollecitato da Isabella e dal marito Ferdinando d’Aragona, Papa Sisto IV istituì i tribunali dell’Inquisizione in Spagna. E Torquemàda fu nominato Inquisitore generale di Castiglia e di Aragona.

E’ bene, però, distinguere tra un’Inquisizione e l’altra. Gli storici ne contano tre: l’Inquisizione medioevale, che si impegnò in particolare contro l’eresia catara,- l’Inquisizione romana, istituita da Paolo III nel 1542, soprattutto per contrastare il Luteranesimo; e poi l’Inquisizione spagnola, che ebbe invece come obiettivo principale la persecuzione dei «marrani», gli ebrei che si erano convertiti al Cristianesimo, occupando anche posizioni importanti nelle gerarchie civili ed ecclesiastiche, ma continuando a praticare in segreto i riti giudaici. Nel 1492, si colpirono poi tutti gli ebrei: fu proprio Torquemàda a suggerire l’editto di espulsione che spinse 200 mila giudei spagnoli a emigrare. Una manifestazione dell’antisemitismo cattolico? In verità, se molti ebrei si rifugiarono nel tollerante impero ottomano, una buona parte si insediò proprio a Roma, sotto l’ala protettrice del Papa re.

inquisizione-spagnaIl fatto curioso è che l’Inquisizione spagnola, da sempre considerata la più feroce, non era, al contrario di quella medioevale e di quella romana, sottoposta all’autorità ecclesiastica, bensì dipendeva dalla monarchia. E la persecuzione degli ebrei fu un fatto politico, prima che religioso. Lo storico Joseph Pérez, nel suo Isabella e Ferdinando (Edizioni Sei), descrive l’Inquisizione spagnola come il braccio di un moderno stato assolutista.

Non a caso, un critico severo dell’Inquisizione spagnola fu proprio Sisto IV, che ben presto si penti di avere messo nelle mani dei re di Spagna un potere sottratto al controllo della Chiesa. In una bolla del 1482 il Papa scriveva: «In Aragona, Valencia, Majorca e Catalogna, l’Inquisizione è spinta non da zelo per la fede ma da cupidigia di ricchezze. Molti sinceri cristiani sono stati gettati senza alcuna prova legittima nelle prigioni secolari, torturati, privati di ogni loro bene e consegnati al braccio secolare per essere messi a morte».

Anche Sant’Ignazio di Loyola. il fondatore della Compagnia di Gesù, avrebbe forse sottoscritto, memore dei 42 giorni passati nelle prigioni di Salamanca. Ce lo aveva rinchiuso proprio l’Inquisizione, accusandolo, per il suo ardore religioso, di essere un eretico «illuminato» e giudaizzante.

Oggi gli studiosi sottolineano che Torquemada non fu un’anima nera, ma un abile organizzatore e un fine giurista che, nelle sue Istruzioni agli inquisìtori (1484), ordinava: «Gli inquisitori devono procedere con grande cura nell’esame dei testimoni d’accusa: interrogarti in contraddittorio, raccogliere, elementi sul loro carattere e assicurarsi che non esistano motivi per cui deporrebbero per odio o malevolenza nei confronti del prigioniero». Garantismo, allo stato puro, si direbbe.

Eppure, anche Sisto IV aveva per certi versi ragione. Le statistiche sul numero dei condannati al rogo, discusse da Bartolomé Benassar nella sua Storia dell’Inquisizione spagnola (Rizzoli), mostrano un picco tra il 1480 e il 1500: proprio gli anni di Torquemada. È bene tenere presente questi chiaroscuri della storia. Prima di sostituire alla «leggenda nera» dell’Inquisizione un’altrettanto, falsa e stucchevole «leggenda rosa».

CINQUECENTO ANNI DALLA MORTE

Per gli storici fu uno zelante funzionario statale

Tomás de Torquemàda (1420-1498), frate domenicano, divenne nel 1483 il primo Inquisitore generale di Castiglia e Aragona. È entrato nella leggenda come un mostro sanguinario. Ma per gli storici fu soprattutto uno zelante funzionario statale. E un ascoltato consigliere: su suo suggerimento, nel 1492 i regnanti Isabella e Ferdinando emanarono l’editto che imponeva agi ebrei di convertirsi o di lasciare la Spagna.

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