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Ago 10

Comunismo, 212 milioni di morti

vittime_comunismoIl Giornale 18 marzo 1995

Tanti sono gli uomini massacrati in nome di un’ideologia sconfitta dalla storia

Oggi le vittime della follia rossa verranno ricordate a Milano in un convegno organizzato da Alleanza cattolica. Russia, Cina e Cambogia: un eccidio senza fine

Luciano Gulli

«Compagni!… Non possiamo dire che l’operato di Stalin sia stato l’operato di un despota folle. Egli riteneva che ciò dovesse essere fatto nell’interesse del partito, delle masse lavoratrici, in nome della difesa delle conquiste rivoluzionarie. In questo sta l’essenza della tragedia…»

Kruscev (dal rapporto al XX Congresso del Pcus)

Che la ruota dentata del comunismo abbia sbranato milioni di uomini – là dove la dittatura del proletariato si incistò, scolorando in plumbeo regime – è una cosa che, grosso modo, sanno ormai tutti. Anche se i testi scolastici e gli organi d’informazione sorvolano ancora volentieri sull’argomento, che è scabroso, anteponendogli quello, parimenti orrendo ma aritmeticamente meno agghiacciante, dell’Olocausto

Ma quanti siano stati davvero i morti, e dove, e come, questo le nuove generazioni ignorano ampiamente. Sui costi umani del comunismo grava ancora una spessa cortina di ambiguità e di silenzio, come se le atrocità commesse in nome di un preteso ideale superiore potessero essere ridotte a un incidente della storia, a una penosa vicenda che è meglio dimenticare.

I libri che hanno affrontato a viso aperto la lutulenta materia, come ad esempio l’«Esperimento comunista» dello scrittore cattolico Eugenio Corti, circolano in aree ristrette, come samiszdat, ignorati quando non derisi dalla cupola culturale che sovrintende alle arti e alle lettere. Cupola che era e resta saldamente dominata dalla sinistra, che per decenni ha trapanato e martellato nelle coscienze solo le atrocità commesse dai nazisti.

Il convegno che si apre oggi pomeriggio al cinema Leonardo di Milano, organizzato dai tradizionalisti di Alleanza cattolica e dalla rivista «Cristianità», ha dunque questo merito: tenere sveglia la memoria, impedire che vinca il silenzio, smascherare la diabolica visione dell’uomo che sta dietro un’ideologia sconfitta dalla storia ma non ancora defunta.

«Il costo umano del comunismo nel mondo» è il titolo del convegno, e toccherà proprio ad Eugenio Corti, in apertura, stilare l’orrenda contabilità della strage. Sono numeri che si fa fatica a inghiottire; numeri che gelano il sangue nelle vene. Pensate: 60 milioni di morti in Russia (dal 1917 al 1956); intorno a 150 milioni in Cina (dal 1949 al 1977); circa 2 milioni, ossia un terzo della popolazione in Cambogia, in soli tre anni: dal 1975 al 1978.

La Russia

Ai milioni di morti caduti sull’altare della religione leninista, nei primi anni seguiti alla rivoluzione d’ottobre, seguirono quelli del terrore staliniano. Nel 1929 cominciò la spietata repressione dei kulaki, piccoli contadini che in moltissimi casi erano diventati proprietari di fazzoletti di terra ottenuti proprio dai comunisti, che per averli alleati nella lotta contro lo zarismo avevano assegnato loro i latifondi strappati alla nobiltà. Solgenitsin calcola in 15 milioni i kulaki morti, ricordando però che a questi vanno aggiunti altri 6 milioni di vittime della fame, per la «carestia artificiale» degli anni 1931-1932.

«La fiumana degli anni ’29-’30 – scrive il grande scrittore russo nel suo Arcipelago Gulag – spinse nella tundra e nella taiga un quindici milioni (e forse più) di contadini. Ma i contadini sono un popolo privo di favella, privo di scrittura, non scrissero lamentele né memorie. I giudici istruttori non faticavano di notte con essi, non sprecavano verbali: bastava una delibera del Soviet rurale. La fiumana si riversò, fu assorbita dal ghiaccio eterno, e neppure le menti più focose la ricordano. E’ come se non avesse neppure ferito la coscienza russa. Eppure Stalin (come io e voi) non commise crimine più grande».

Alla bestiale repressione dei kulaki ha dedicato pagine intense anche Vasilij Grossman in «Tutto scorre».

Nelle città delle zone agricole, e in particolare a Kiev, racconta Grossman, molti contadini «affamati strisciavano in mezzo alla gente: bambini, nonni, ragazzette, e non pareva nemmeno che fossero esseri umani, ma una sorta di cagnetta o gattini schifosi su quattro zampe… Ogni mattina passavano delle piattaforme speciali trainate da cavalli e raccoglievano quelli che erano morti durante la notte. Ho visto una di queste piattaforme: c’erano deposte salme di bambini. Proprio come li ho descritti: sottili, lunghi lunghi, musetti come quelli di uccellini morti, beccucci adunchi… E fra loro ce n’erano che pigolavano ancora, le teste come riempite d’acqua dondolavano. Domandai al vetturale: perché anche quelli, ancora vivi? Lui fece un gesto come a dire: prima che arriviamo a destinazione non sono più vivi».

Poi, dopo la repressione degli ultimi «piccolo borghesi», venne la stagione delle epurazioni, dell’indottrinamento obbligatorio, dell’autocritica, della delazione. Nacquero i lager. Nel 1953, alla morte di Stalin, ricorda Eugenio Corti, in Russia c’erano 15 milioni di forzati, e le fucilazioni crebbero ulteriormente («nel “terribile” 1937 furono fucilati insieme agli altri anche 400mila comunisti “innocenti”, compresi alcuni esponenti del più alto livello. Così, per esempio, di 139 membri effettivi e supplenti del Comitato centrale del partito eletti nel XVII congresso, 98, pari al 70 per cento, furono arrestati e fucilati».

Il costo totale in vite umane fu, secondo i calcoli dello specialista Kurganov, di 66 milioni di vittime. Di 60 milioni di morti ha parlato lo stesso Solgenitsin nel suo discorso al Parlamento russo del 28 ottobre. E nessuno lo ha contraddetto.

La Cina

Luca Pietromarchi, studioso del comunismo ed ex ambasciatore a Mosca, ha valutato in 50 milioni i morti causati dal delirio comunista in Cina dal 1949 (anno della proclamazione della Repubblica popolare cinese) al 1957. Sono gli anni delle «campagne di liquidazione» dei borghesi, degli ex funzionari ed ex soldati nazionalisti. Ma il peggio doveva ancora venire. Gli anni dal 1958 al 1962 sono quelli del «grande balzo in avanti» e della costituzione delle «comuni popolari» contadine. Lazlo Ladany, uno dei maggiori esperti occidentali di cose cinesi, stima i morti di questo quadriennio in altri 50 milioni. A questi vanno poi aggiunti i morti dal ’58 al ’65 nei lager (dov’erano rinchiusi dai 18 ai 20 milioni di forzati, con una mortalità annua stimata nell’ordine del 7-8 per cento). Il che fa altri 12 milioni di morti circa. Al computo mancano ancora quelli ingoiati dalla «grande rivoluzione culturale».

Secondo i demografi francesi Paul Paillat e Alfred Sauvy, che esposero il risultato dei loro studi nel ’74 sulla rivista «Population», in Cina «mancavano» 150 milioni di persone.

La Cambogi

I khmer rossi si impadronirono del Paese il 17 aprile 1975, deportando immediatamente il 50 per cento della popolazione e trasformando l’intera Cambogia in uno sterminato campo di concentramento. «Subito dopo – ricorda sempre Eugenio Corti – fu dato inizio all’eliminazione degli ex detentori del potere, dell’avere (spesso poveracci che possedevano solo un fazzoletto di risaia) e del sapere (ovvero chiunque sapesse leggere e scrivere). In tre anni gli analfabeti passarono dal 60 al 90 per cento; il numero dei medici da oltre 500 a una settantina. Tutti i libri, fatta eccezione per quelli della Biblioteca nazionale, vennero distrutti. Per costruire la nuova Cambogia, era la parola d’ordine del dittatore Poi Pot, un milione d’uomini è sufficiente”.

A salvare i cambogiani dall’estinzione, paradossalmente, intervenne nel gennaio del 1979 l’esercito comunista vietnamita. I morti complessivi, secondo lo specialista francese Francois Ponchaud, sono oggi valutati in un terzo della popolazione, che nel ’75 era di sette milioni d’abitanti circa. Pure, nota sempre Corti, «se i teorici khmer fossero arrivati ad attuare il loro programma di lasciare in vita soltanto un milione di cambogiani, anche allora non sarebbero riusciti ad eliminare del tutto le tare che hanno impedito in Russia e in Cina di costruire il socialismo. Per eliminare, coi mezzi suggeriti dal materialismo dialettico, la corruzione e l’egoismo dalla coscienza dell’uomo, non gli sarebbe rimasto che andare avanti fino ad eliminare totalmente l’uomo».

PERSECUZIONI ALLA CHIESA

Decine di migliaia di credenti hanno pagato con la vita la loro fede

Il decreto che dichiarò l’Albania Paese ufficialmente ateo portava il numero 4337. Era il 1967. Ma quel decreto non faceva che formalizzare la soppressione della Chiesa cattolica la cui persecuzione durava ormai dal 1944. Da allora, ricorda Giampaolo Barra, collaboratore dell’Associazione di diritto pontificio «Aiuto alla Chiesa che soffre», «tutte le chiese ancora rimaste aperte venivano saccheggiate, profanate, distrutte o requisite e trasformate in locali pubblici. Pregare nella propria casa, portare al collo un crocifìsso, appendere un quadro religioso nella propria abitazione, avere in tasca una corona del rosario poteva costare, se scoperti, dieci anni di carcere duro».

Al convegno sul «Costo umano del comunismo nel mondo». Barra svolgerà una relazione sull’«eroica testimonianza della Chiesa del silenzio» nei Paesi a regime comunista. Un martirio passato ampiamente sotto silenzio, fatta eccezione per pochi, clamorosi episodi; come quello di cui fu protagonista e vittima il vescovo ungherese Josef Mindszenty, incarcerato nel 1948 e liberato dopo 8 anni di torture e umiliazioni.

Vescovi, arcivescovi, gesuiti, suore, francescani, seminaristi, semplici credenti hanno pagato con la vita, a decine di migliaia, la loro testimonianza di fede.

Ucraina, Albania, Lituania, Romania, Cecoslovacchia, Polonia. L’elenco delle persecuzioni è lungo. Basterà, per dare le dimensioni del calvario affrontato dalla Chiesa cattolica nei Paesi dell’Est, citare il caso della Polonia, il Paese di Karol Wojtyla. All’inizio del 1953, quando fu imprigionato il cardinale Wyszynski, ben 7 vescovi si trovavano in carcere ed altri 2 erano impediti di esercitare pubblicamente il loro ministero. Nei primi anni della persecuzione, dal 1944 al 1953, la Chiesa polacca ebbe 37 sacerdoti uccisi, 260 scomparsi, 350 deportati, 700 incarcerati e 900 condannati all’esilio.

I.gul.

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