Ecco perché sbaglia chi pensa a una crisi del dialogo tra liberali e cattolici

laici_cattolicil’Occidentale, 25 Febbraio 2009

Risposta a Galli della Loggia

di Pietro De Marco

1.  Improvvisamente, per me almeno (ve ne saranno state avvisaglie, che mi sono sfuggite), Ernesto Galli Della Loggia ha annunciato il tramonto della “stagione che è andata sotto il nome di incontro o dialogo tra laici e cattolici” (Corriere della Sera, domenica 15 febbraio). Si tratta naturalmente di una prognosi ragionata, su cui vorrei anch’io ragionare.

Galli della Loggia evoca due date: i primi anni Novanta (per comodità, la scomparsa della DC storica) e l’ 11 settembre 2001, come acceleratore del convergere dialogico. Eventi e soglie storiche che “aprirono o catalizzarono una serie di interrogativi (…) riguardanti l’Italia e il mondo”, dalla rivoluzione delle tecnoscienze alle nuove situazioni geopolitiche, tali da far “immaginare una nuova collocazione e una nuova missione politica”, per i cattolici e per quei laici.

Una nuova libertà nel rivolgersi ai problemi critici accomunava cattolici e (quei) laici; per la prima volta nella storia italiana, l’intreccio tra “la tradizione liberale e il cristianesimo cattolico” vi è stato, e produttivo. Galli della Loggia rileva però, da un lato, stanchezza e ripetitività, dall’altro il sopraggiungere, congiunturale ma potenzialmente distruttivo, di “nuove ostilità” tra le parti. Così appare irraggiungibile, oggi più di ieri, l’obiettivo di “una cultura civica capace di coniugare quotidianamente, senza contrasti ultimativi, una dimensione pubblica della religione e un ethos democratico condiviso”.

Quello che a Galli sembra una seria crisi ha, però, origine interna, che spiegherebbe la vulnerabilità dell’incontro laici/cattolici nella recente congiuntura bio-etica (qualcuno dice piuttosto biopolitica). Cos’è avvenuto? Sul lato cattolico gli interlocutori sono stati, nel laicato, prevalentemente i “giovani intellettuali dei movimenti”, spesso radicali e instabili nel loro contributo al dialogo.

Ha prevalso in effetti una partnership ecclesiastica, gerarchica. Tutti pensiamo al ruolo, di primo rilievo in questo “incontro”, del Card. Ruini (opportunamente Galli non fa nomi); mi permetto di trovare un po’ gratuito, e indelicato, supporre che “molti prelati” avrebbero trovato nel dialogo un’occasione per divagarsi, come si dice in toscano, o per mettersi in mostra. E, poi, anche i laici (di ogni genus) corrono ai Convegni per fuggire dalle pareti domestiche!

La prevalente partnership gerarchica avrebbe implicato due effetti negativi per l’incontro: non ha ricevuto “l’apporto di energie vaste e profonde” , fatte salve appunto quelle ecclesiastiche, e lo ha trasformato  in un confronto con la Chiesa, etichettabile come politico e tale da suscitare un fuoco di interdizione (che Galli giudica “alla fine efficace”) da settori del mondo cattolico (che non chiamerei “laici intransigenti”, formula non chiara qui, in qualsiasi accezione la si usi) e dalle sinistre.

Devo proseguire la mia parafrasi, perché possono sfuggire al lettore dei passaggi importanti dell’argomentazione. Il ruolo preponderante assunto nel dialogo dalla Chiesa come tale, dice Galli, in realtà da pochi uomini della gerarchia cattolica, sarebbe sintomo di un “ulteriore fattore negativo”, “l’autoreferenzialità con la quale il mondo cattolico è abituato da un paio di secoli ad improntare il suo rapporto con chi non ne fa parte storicamente”. Su questo punto sarebbe interessante ragionare a lungo; ma è curioso che  l’esemplificazione (pertinente, anche se nel tono “impertinente” già osservato) suoni aneddotica.

L’autoreferenzialità si manifesterebbe nella troppo variabile, e infine contraddittoria, disponibilità della gerarchia a colloquiare ora con i “laici di orientamento liberale”, per dare subito dopo visibilità e voce in convegni e giornali, persino con maggiore convinzione (pensa Galli della Loggia), ai loro aspri critici ed avversari di sinistra, critici ed avversari dei laici liberali proprio per il loro dialogo con la Chiesa! Avversari trasversali, potrei aggiungere, perché ad essi si aggiungono i cattolici, e non solo entro il laicato, critici della stessa gerarchia coinvolta nel dialogo.

Tale “autoreferenzialità”, termine tecnico (passato a connotazione deteriore, tra psicologica e morale) che non amo, indotta dalle condizioni di storica separatezza della Chiesa e del “retroterra sociale che fa capo ad essa” nella società nazionale, avrebbe oggi una evidenza ed un costo proprio nella sua (della Chiesa) manifesta impossibilità “di fare politica davvero, cioè di avere una visione strategica, di fare scelte nette e conseguenti, di scegliere chi sono i propri amici culturali e chi no”.

Su questa mancata scelta della Chiesa a favore di un mondo laico (quello liberale, dialogico e favorevole) rispetto ad un altro (ostile e scarsamente dialogico), una mancata scelta che all’editorialista del Corriere pare anzitutto espressione di spregiudicatezza politica, il dialogo cattolici/laici (liberali) starebbe naufragando.

La diagnosi, e la prognosi, dell’amico Galli della Loggia mi trovano, una volta tanto, in dissenso; potrei essere d’accordo su dettagli che però, rispetto alla questione centrale, ritengo poco rilevanti, o contingenti. Propongo un breve riesame dei termini, che riguarda a) il laicato cattolico italiano b) la Chiesa come societas e nella società, c) i laici liberali e la loro precomprensione dell’interlocutore cattolico.

2. Il laicato cattolico italiano

La formula dell’incontro laici-cattolici si presentava, concettualmente, ambiziosa e indeterminata. Lo dico avendo seguito, come lettore interessato, la vicenda dalla metà degli anni Novanta (riviste, incontri, libri). Ma se la chiamata non poteva non essere per tutti, forze e uomini in campo erano ben circoscritti, fin dall’inizio. Penso alla terna Adornato, Galli Della Loggia, Rumi, e agli interlocutori delle prime annate di Liberal. Alcuni liberali (laici-liberali) e alcuni cattolici, dunque, e prevalentemente uomini di cultura.

Ed erano cattolici “conservatori” (nel senso di Roger Scruton), non “i cattolici”, quelli che hanno accolto l’iniziativa e frequentato gli spazi di Liberal. Galli della Loggia sa bene, ma non dà alla cosa giusto peso nell’articolo, che i cattolici eredi delle antiche sinistre, di quella già democristiana come di quella già PCI (i numerosi cattolici “berlingueriani”), hanno visto gli intellettuali e le tesi di Liberal, come le personali tesi di Galli della Loggia, marcate a destra (ad esempio “revisionistiche”), confinanti e presto coincidenti con lo spirito del (nuovo) centrodestra. Il compianto Rumi collaborava a Liberal per la sua grande libertà e intelligenza, coraggioso outsider.

In quell’incontro “laici-cattolici”, obiettiva alleanza di minoranze uscite a fatica da maggioranze molto condizionanti, ha operato una comune geometria di distacchi e revisioni. Per i cattolici il distacco dall’eredità democristiana, l’emancipazione dalle derive culturali del postconcilio, l’affinità col programma di Giovanni Paolo II; per i laici liberali l’emancipazione da mezzo secolo di Italia repubblicana a metamorfica dominante gramsciana (nel senso di Del Noce).

Ma un ”dialogo” tra queste minoranze, dotate di una insorgente forza critica, poteva ragionevolmente porsi obbiettivi di breve periodo? Galli attribuisce il “fallimento” dell’incontro al mancato intervento del laicato intellettuale cattolico e alla spregiudicatezza della parte ecclesiastica. Ma chiedo: le attese laico-liberali, ed anche quelle in certo modo cattolico-liberali presenti, erano per parte loro ben registrate sulla complessità cattolica?

Devo insistere su un chiarimento (ne ho scritto in www.chiesa.espressonline.it   Newsletter dell’11 settembre 2008). Se per “laici cattolici” si intendono i quadri del laicato di azione cattolica (nel senso più ampio) non era pensabile, proprio allora, negli anni (anni Novanta) della mobilitazione per la “difesa della costituzione”, del risorgente estremo dossettismo, trovare in loro dei dialoganti con Galli della Loggia o con Adornato, o con iniziative autonome ma non divergenti, come quelle di Marcello Pera.

In più, e più profondamente, va ricordato che l’incontro del laicato cattolico “qualificato” con la laicità dei Moderni, avviato negli anni del Concilio, si era già consumato negli anni Settanta, sotto i traumi e i vincoli del post-Sessantotto. Sappiamo tutti, e non fu mai nascosto, che il riconoscimento dei valori laici ebbe allora i caratteri della “scoperta” dei (e della immersione nei) valori moderni.

Le opzioni prevalenti, o di esemplarità prevalente, del laicato furono a sinistra entro e fuori la DC, e sempre “a sinistra” oltre la DC e la sua crisi. Per questo laicato la proposta di Liberal, l’incontro liberali-cattolici (in tutte le sue possibili versioni) erano e appaiono tutt’ora anacronistici, e segnati per di più dall’incombere di un nuovo “rischio di destra”.

Ma il laicato cattolico non è esclusivamente quel laicato “qualificato”, ordinariamente definito da un rapporto di collaborazione dai tratti unitari, diretta, organizzata, con i Pastori. E non tanto perché vi sono altre forme di pratica cattolica intensa, e comunità e movimenti. Ma perché, costitutivamente, il “laicato” è la totalità dei christifideles, militanti (nel senso di un’attiva disponibilità e mobilitazione) e non militanti.

La maggioranza degli italiani costituisce tuttora il laicato; o, se si preferisce, una costellazione di laicati cattolici sui generis, composti o meno di “virtuosi” (nel senso weberiano) comunque diversi tra loro, ma portatori di pratica, spiritualità e ethos cattolici.

Da questa costellazione, che permea la stratificazione sociale e generazionale, vengono anche gli uomini e donne fulcro oggi del voto di centrodestra. Sono, naturalmente, gli “strani cristiani” deprecati dalle sinistre anticlericali e “clericali” (anche questo nel senso di Del Noce); ma la ricerca sociologica sulla religiosità degli italiani, se non viene messa a servizio della sindrome “minoritaria”, parla diversamente. Per gli “strani cristiani” un orizzonte di “nuovi compiti per cattolici e laici” (per usare le parole di Galli della Loggia) diversi da quelli della stagione democristiana e/o “cattolico-critica” è, infatti, banco di prova dell’avvenuta emancipazione dal blocco culturale dell’Italia postbellica.

Ma, osserverebbe Galli della Loggia, questi laicati cattolici non conformi alla tipologia “catto-comunista” (brutta categoria semplificatrice, che vorrei non si usasse), questi cattolici non “clericali” (rispetto al senso che clericale ha in Del Noce) e non “progressisti”, come si manifestano? Ai fini del dialogo sono (stati) assenti. A ben vedere, no.

Direi semplicemente, anzitutto: non sono questo laicato cattolico sui generismolti uomini e donne dei quadri politici e intellettuali del centrodestra? Non sono cattolici (quindi laicato) parte degli uomini e delle donne che operano a Magna Carta, che scrivono Il Foglio o l’attuale Liberal, e molti altri periodici; o scrivono, intervengono, dibattono sui tanti forum on line?

Senza contare la morfologia di piccoli gruppi, centri di cultura, associazioni, riviste, bollettini, che confermano l’originalità storica con cui l’ecclesiosfera (bella formula di Émile Poulat) si dispone negli interstizi delle società complesse. Questo mondo è “laicato cattolico” attivo e permeabile (o già permeato e attivo fino dagli inizi) nell’incontro che sta a cuore a Galli.

Questo differenziato interlocutore, nelle sue varietà (estranee alla classica formazione di AC, ma spesso anche a quella di altri movimenti o associazioni), è oggi capace di esistere politicamente, e di conservare una conformità cattolica(faticosa, spesso contraddittoria), fuori dell’unità politica e associativa dei cattolici.

Ma va saputo riconoscere e legittimare come interlocutore. Ho arrischiato altrove il giudizio che queste culture e generazioni, questi soggetti dell’ecclesiosfera, sono spesso più in sintonia con l’episcopato e con Roma dei laicati “virtuosi” che prestano opera nelle parrocchie, plasmati nei decenni dalla vague post-conciliare; dei laicati, cioè, che si alimentano alla diuturna lettura di Enzo Bianchi o delle meditazioni Card. Martini. Insomma, è una ecclesiosfera (meglio, un vasto sottoinsieme della ecclesiosfera totale) post-movimento cattolico.

Infine, dialogo/incontro “liberale” a parte, ritenere che il laicato cattolico non abbia consistenza intellettuale, non faccia cultura, non partecipi al dibattito pubblico, è un errore, simmetrico a quello dei “cattolici democratici”, anzi indotto dalla loro diagnosi: “il silenzio del laicato”, basata sulla sola evidenza del proprio “silenzio” che non è poi tale. L’espressione è metafora (e, ad un tempo, errata diagnosi) della propria perdita di autorità e influenza.

La stessa gerarchia ecclesiastica non ha sempre il polso di questa complessità cattolica; i dati delle ricerche socioreligiose vengono affondati con le lenti di un pastoralismo pessimistico (associato a dubbie ecclesiologie microcomunitarie), che considera il praticante discontinuo e di mediocre formazione religiosa qualcosa come un’entità non più cattolica, perduta.

Che, di conseguenza, consiglia i vescovi nella direzione di una specie di nichilismo minoritarista. Come non bastasse lo spettacolo delle rovine delle (un tempo) grandi chiese nazionali europee che hanno battuto questa strada.

Forse l’incontro può servire anche su questo fronte.

3. La Chiesa come societas e nella società

Se la configurazione dei “cattolici laici” risulta complicata, un’altra dimensione del ragionamento autorizza ad un giudizio inequivoco. Galli della Loggia ritiene che una secolare autoreferenzialità (strategica e tattica) renda ancora oggi impossibile alla Chiesa una decisa, univoca, scelta di strategia culturale e politica. Direi di no.

Anzitutto, quella che egli chiama autoreferenzialità (“da due secoli”) è, forse , piuttosto la condizione di fatto e di diritto di un corpo ecclesiastico (re)spinto dagli ordinamenti e ideologie post-rivoluzionarie verso una condizione formale di marginalità rispetto all’ordinamento statuale, ai suoi poteri e valori.

Nell’attesa che tale marginalità, dettata unilateralmente da un ordinamento, divenisse un fatto. Questo tentativo della modernità politico-giuridica non ha avuto successo con la Chiesa cattolica, che non solo ha conservato la sua perfectio e la sua peculiare giurisdizione sui fedeli, sviluppando contemporaneamente l’alta dottrina dello ius ecclesiasticum publicum, ma ha ad un tempo ridefinito e rafforzato la sua missione universale, erga omnes.

Anche per ragioni sostanziali, dunque, il termine “autoreferenziale” non va; se la Chiesa cattolica degli ultimi due secoli si riconfigura come una vasta forma militante certamente coesa e gerarchica, vigile su quanto avviene al proprio interno, la sua azione resta essenzialmente ordinata ad extra. La stessa chiesa militans di Pio XI e Pio XII, le cui fondazioni sono nell’età di Leone XIII e di Pio X, è sotto questo aspetto tutt’altro che rivolta su di sé. Molto più autoreferenziale la chiesa delle insofferenti autonomie parrocchiali di oggi.

La contemporanea condizione ecclesiastica è dunque cosciente di sé, ordinata e ordinante, universalistica. La fine della metamorfica (ma breve, in fondo) tradizione partito/movimento cattolico ha liberato la Chiesa anche dalla pressione proveniente da una sua cultura interna, negli anni Settanta e oltre, a presentarsi illuministicamente come una forza mondiale di progresso/giustizia (magari di rivoluzione) – una suggestiva drammatica tentazione alla perdita di sé.

L’uscita dal Novecento ha rafforzato entro l’ecclesiosfera la manifestazione della varietà (non di un “pluralismo” istituzionale, che in linea di diritto è incompatibile con la natura della Chiesa), quella che insisto a chiamare, con i classici, la complexio oppositorum cattolica. Siamo a mio avviso in una imprevista situazione di neo-cristianità, postmilitante (si intenda: finché non vengano dal moderno sovrano attentati ai principi), com’è ovvio senza gli ordinamenti di ancien régime, in società complessa, ossia ad alta differenziazione sociale.

Le implicazioni sul ragionamento di Galli della Loggia mi paiono evidenti. Poiché né lui né io siamo interessati all’aneddotica, non importa veramente chi e in quali contesti particolari abbia oggi promosso il dialogo cattolici-laici (liberali) e domani dato voce ai suoi oppositori laici (anticlericali) o provenienti dal laicato cattolico e ideologicamente parenti dei primi (i cattolici che nella discussione pubblica militano dal lato di Scalfari e Zagrebelsky).

Importa che pare impensabile, incompatibile con la struttura profonda della Chiesa oltre che con lo statuto attuale della ecclesiosfera (italiana in particolare; il “singolare pluralismo” italiano, come ci si è espressi acutamente), che possa darsi qualcosa come un’unica “visione strategica” nella sfera pubblica, consistente nel “fare scelte nette e conseguenti, [nello] scegliere chi sono i propri amici culturali e chi no”, per usare ancora le parole stesse di Galli della Loggia.

La stessa chiesa pacelliana, dotata per vitale necessità di visione strategica unitaria e di nette alleanze, non fu univoca nello scegliere “i propri amici culturali”. Galli sa che nei recenti, critici, anni Novanta e oltre, anche la grande personalità che ha guidato l’episcopato italiano nella transizione ha non scelto univocamente, ma aperto innovativamente la riflessione cattolica anchead “amici culturali” nuovi, quali appunto i laici-liberali non legati alle sociétés de pensée laiciste (“di sinistra”).

Nella ecclesiosfera Galli della Loggia e altri sono stati e sono oggi ascoltati con attenzione. Così il lavoro di Ferrara è seguito e accolto spesso con ammirazione. Ad alti livelli il dialogo tra Joseph Ratzinger, cardinale poi papa, e Marcello Pera è stato davvero importante. Tutto questo non è senza conseguenze, già avvertibili, nella formazione dell’ethos cattolico.

Ce ne danno conto, in negativo, i modi sprezzanti con cui i laici del dialogo liberale sono stati considerati (cinici strumentalizzatori); le reazioni e opposizioni, su tutti i fronti, al governo del Card. Ruini, nonché la celebrazione, non certo sotto traccia, della “irreversibile fine” della stagione ruiniana della chiesa italiana (una povera celebrazione, mal fondata nella diagnosi come nella prognosi); insomma la complessiva damnatio di quanto ho disegnato fino ad ora, recitata (con qualche eccezione) dai due fronti dominanti del cattolicesimo della conclusa stagione di secondo Novecento, quello sociale-politico e quello “critico” della milizia postconciliare.

4. I laici liberali e la loro precomprensione dell’interlocutore cattolico

Un ultimo punto, appena un poco ad hominem. Galli della Loggia perdonerà; conosce la mia stima. Mi colpì, diversi anni, fa un suo intervento (Il mea culpa dimenticato, in Corriere della Sera, 23/3/2000), avvezzo com’ero ad un sostanziale accordo con le sue intelligentissime sortite.

L’editoriale si rammaricava di una mancata “richiesta di perdono” (nella congiuntura giubilare del grande rito del mea culpa, celebrato da Giovanni Paolo II il 12 marzo) per la condanna dei modernisti (1907), e riprendeva con accenti personali un giudizio non nuovo sulle conseguenze di quella condanna: “l’Italia [cui aveva attribuito, qualche riga prima, una “povertà di vita religiosa e il suo essere storicamente soverchiata dalla gerarchia”] è rimasta un paese privo di una vera cultura religiosa, dove a lungo la coscienza moderna si è fatta un vanto di sottrarsi all’indispensabile dialogo con la voce misteriosa che viene dal fondo dei tempi e che pretende all’eterno”.

Sintomatica in Galli, nonostante l’esibito realismo storiografico, questa valorizzazione delle potenzialità dei modernismi cattolici, e di una “riforma religiosa” (che giudico una ancora inguaribile sindrome dei liberali, laici e cattolici). Conosco l’autorità e l’influenza del modello Jemolo, anche se dubito sia pertinente invocarlo oggi: “riforma religiosa e laicità dello stato” (di Jemolo l’editrice Morcelliana ha riproposto in un piccolo volume, Coscienza laica, a cura di Carlo Fantappiè [2008], pagine importanti e poco accessibili).

Ma l’incontro con i cattolici non può pretendere la “riforma”, non de iure (ovviamente) ma nemmeno de facto, e questo è per uno storico l’argomento principe.

Il dialogo con un cristianesimo riformato è già avvenuto, ed è stato quello del liberalismo con il protestantesimo nelle diverse espressioni. Quella vicenda è conclusa, e possiamo giudicarla: le eredità protestanti-liberali sono oggi indistinguibili dalle laicità etico-politiche agnostiche, il loro richiamo a Cristo e alla Chiesa è talmente impoverito nei suoi fondamenti cristologici e trinitari (sono una fides qua senza fides quae) da poter essere condiviso da chiunque senza conseguenze che dichiarino la differenza cristiana. A conclusione del percorso si dovrebbe dire: reformata reformanda.

Quando nei titoli (nella tipica aggressiva titolazione) di Repubblica si vede comparire la formula polemica: “la chiesa del dogma”, come se il rimando al canone della fede fosse una strana reviviscenza, la restaurazione di qualcosa andato in desuetudine, non si può non sorridere; cosa ha autorizzato i “laici” a pensare che la Chiesa cattolica avesse abbandonato il Credo, la tradizione dei Concili, la dottrina dei suoi dottori (intelletti tra i più alti della storia mondiale) e dei suoi spirituali ?

E credono davvero i “laici” che sarebbe stato meglio così? Che ne è dell’Europa protestante, ed anche cattolica (che ne segue le tracce), dove i cristiani balbettano solo il credo del politicamente corretto e dei diritti individuali?

Galli della Loggia non ha niente a che fare con gli oltranzismi del quotidiano di Scalfari e Ezio Mauro, con la loro concezione ottocentesca (che è anche quella di Gustavo Zagrebelsky) di una Chiesa che nel suo stesso esistere, come istituzione e dottrina, tradisce la predicazione di Gesù. Ma nell’elogio delle istanze modernistiche non intende, neppure lui, la necessità cristiana della “chiesa del dogma”.

È essenzialmente sul fronte del dogma, della fides quae, che i giovani (per lo più) della battaglia modernistica appaiono disorientati e vulnerabili; e i meno giovani, i maestri   (i Tyrrell, i Loisy) decisamente nell’errore. Pio X fece ciò che doveva, secondo l’imperativo della funzione petrina ( il “confirma fratres tuos”).

Il confronto con i cattolici non può essere condotto nell’attesa, detta magari a fior di labbra, di trovarsi ancora di fronte uomini della “riforma”, altri “sempiterni riformatori” (come scriveva tra ironia e irritazione Delio Cantimori, di fronte ad un inguaribile topos storiografico, concomitante con quello ideologico della “riforma mancata”).

Non perché dei “sempiterni riformatori” in campo cattolico non vi siano; hanno anzi monopolizzato la cultura ecclesiale per decenni. Ma, intanto, perché proprio questi cattolici non hanno alcun interesse a dialogare con i laici liberali; anzi sono stati ostili, come lo è stata la cultura laica di sinistra, a quanto Galli della Loggia ha proposto nei decenni.

E, più a fondo, perché la modernità liberale deve darsi il compito nuovo, cui si è sottratta negli “ultimi due secoli”, di misurarsi sull’integrità cattolica, che è anche la compiutezza del canone occidentale; non sulle sue semplificazioni moderne e modernizzanti. Misurarsi su di un cristianesimo che è Tradizione econfessio fidei pubblica, con un patrimonio di fede (il credendum) determinato e fondante, non “liquido”, e una gerarchia  che presiede alla trasmissione/interpretazione autentica; su enunciati di fede che sono enunciati di realtà, congeniali al Logos e non (anzitutto o esclusivamente) bei simboli e buoni sentimenti.

È naturalmente un impegno che si può desiderar di evitare, poiché esige un riesame critico della struttura profonda (“moderna”) del paradigma liberale. Ma è l’unico impegno utile, e credo vitale, per il liberalismo presente e per il suo futuro. Tutto il resto è già stato sperimentato e nei laici delle correnti radical ha come pietrificato obiettivi e convincimenti irreversibili.

La strada di Galli della Loggia, e di altri, è aperta e promettente, per tutti. Ma dobbiamo tornare, nell’incontro laici-cattolici, sulla frattura moderna più insidiosa, che individuo nella Lettera sulla tolleranza di Locke. Là dove si affianca, di fatto si condiziona, la neutralità del magistrato al carattere congregazionale (“a free and voluntary society”) di una Chiesa e alla sua “innocuità” sociale, di cui il magistrato civile sarebbe giudice.

La Chiesa cattolica non è questo per essenza, né riducibile a questo; né come mistero dell’incorporazione in Cristo (il dono trinitario della historia salutis non dipende davvero dalla nostra “libera volontà”), né come istituzione conforme alla sua originaria chiamata universalistica.   Non lo è stata quando ha innervato di sé l’Europa-Occidente, non  lo diviene dopo Lutero o dopo Locke, né dopo la Rivoluzione francese o sotto la minaccia delle Religioni politiche e delle Rivoluzioni totali del Novecento.

Non lo è oggi, con un’evidenza tanto più forte quanto più una parte degli sviluppi postconciliari volgerebbero, senza il saldo governo di Roma, in direzioni (in “autonomie”) congregazionalistiche e privatistiche.

Attenzione, dunque, al paradosso per cui i cattolici che talora, e forse in queste settimane, dispiacciono a Galli della Loggia sono per l’appunto anche i cattolici conservatori, ratzingeriani, e sono ad un tempo quelli che hanno “dialogato” con i liberali. Gli altri, più “laici”  ad es. sul fronte della legislazione in materie bioetiche, non hanno interesse al suo incontro laici-cattolici.

Non si tratta del “fallimento” del dialogo; si tratta di capire che proprio i cattolici del dialogo/incontro non possono essere dei neo-modernisti né accettare che la norma del credere sia un bonum sociale definito da altri (che è il significato autentico della “religione civile” lockiano-roussoviana).

Di capire, anche, che un certo attraente neomodernismo cristiano attuale non è liberale (liberal-conservatore), ma “laico” alla maniera dei polemisti di Repubblica e sostanzialmente nicodemitico nella sfera pubblica. La ratio di un dialogo con esso è già risolta, dissolta. Preferibile attraversare francamente il terreno indicato dal Patriarca di Venezia, Angelo Scola, anche in questi giorni.

(A.C. Valdera)

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