Lo scienziato il gambero e Dio

Fred Hoyle

Fred Hoyle

La Repubblica 11 gennaio 1986

Mentre la Chiesa arretra sempre più il momento della creazione per rispondere ai progressi della conoscenza, l’astronomo Fred Hoyle si aggiunge agli studiosi che attribuiscono l’origine dell’universo a un disegno intelligente

di Giovanni Maria Pace

IN UN meteorite caduto nell’ Antartico, scienziati giapponesi hanno trovato tracce di materiale organico. Poiché i ghiacci polari sono notoriamente sterili, le molecole in questione devono essere giunte dallo spazio. Dopo accurate analisi, gli stessi scienziati hanno però escluso che gli aminoacidi derivino da una qualche forma di vita extraterrestre.

Grande è stata a questo punto la delusione dei sostenitori della panspermia, l’ipotesi cioè secondo la quale i primi aggregati biologici non si sarebbero formati qui sulla terra, ma rappresenterebbero il dono di una intelligenza galattica, di un Deus ex machina tecnologico che nella notte dei tempi bombardò il pianeta coi semi della vita. Questa ipotesi è condivisa — ed è il lato più curioso della faccenda — da alcuni eminenti studiosi campioni della razionalità scientifica come il premio Nobel Francis Crick, scopritore, insieme a Watson, della doppia elica del Dna, e l’astronomo inglese Fred Hoyle.

Hoyle non ha mancato ai suscitare stupore anche in occasione del suo recente viaggio in Italia, rilasciando dichiarazioni, per così dire, fuori ordinanza. Tra la costernazione dei colleghi, che pure gli riconoscono «una mente tra le più originali del ventesimo secolo», l’astronomo ha affermato di non credere a molte delle teorie su cui la scienza moderna si fonda. Nega, per esempio, il big-bang, l’esplosione primordiale, e preferisce pensare che l’universo sia sempre esistito, in quell’eterna persistenza descritta come «steady state».

Non basta. Per Hoyle, il mondo, e l’uomo al centro del mondo, non possono essere frutto del caso e della necessità, come sostengono Jacques Monod e la biologia moderna, ma il prodotto di un disegno razionale nel quale fa capolino, comunque lo si voglia chiamare, un Dio Creatore. Girata la boa dei 70 anni, da ateo che era, l’insigne scrutatore del cielo respinge uno dei cardini dell’ateismo, cioè l’evoluzionismo darwiniano, e scopre qualcosa di simile alla religione.

Stravaganze senili? A una recente riunione della Rovai Astronomical Society, Sir Fred Hoyle si è trovato isolato. Ma nel panorama internazionale della scienza non è un caso unico. Oltre al ricordato Crick, nella schiera dei «credenti» c’è un altro Nobel, John Eccles, e — fatte le debite proporzioni — Giuseppe Sermonti, ordinario di genetica all’università di Perugia, che per salvaguardare il primato dell’uomo considera la scimmia una specie di nostra appendice mal riuscita.

Che significato dobbiamo dare a queste prese di posizione? Forse Scienza e Fede, dopo un lungo divorzio, cominciano a scambiarsi timidi segnali?

Finora la religione ha risposto ai progressi della conoscenza con la marcia del gambero, arretrando di volta in volta l’istante della creazione. Declassato a mera allegoria il racconto biblico della genesi, la Chiesa non si è lasciata sorprendere dal big bang. Una esplosione primigenia? Benissimo. Ma che cosa c’era prima dell’esplosione? Chi ha fatto scoppiare il nocciolo super-denso di materia da cui tutto ebbe inizio? Ecco la rivincita dei teologi.

Dove regna il caos

Anche per i fisici postulare il big bang significa porre il problema di ciò che lo ha causato; ma per i nipoti di Einstein la risposta è diversa. Secondo la teoria generale della relatività, l’esplosione avvenne 15 miliardi di anni fa da un aggregato di materia infinitamente compatta, da un punto ipercompresso in cui anche lo spazio e il tempo si trovavano incapsulati. Questa situazione è ciò che i matematici chiamano «singolarità».

Una singolarità è come una frontiera invalicabile. Domandarsi che cosa c’era prima del big bang: dice Tullio Regge, è privo di significato per il semplice fatto che il «prima» e il «dopo» — il tempo, insomma — è cominciato con la esplosione. Oggi i cosmologi simo portati a considerare il tempo come una entità fisica, inestricabilmente legata allo spazio e alla materia. Il tempo, ci ha insegnato Einstein, può essere curvato dalla gravità, accorciato dalla velocità, manipolato come si manipola la materia.

A confondere ulteriormente noi poveri mortali (ma anche i teologi) è venuta la meccanica dei quanti. Se prima di Niels Bohr, di cui abbiamo appena celebrato il centenario della nascita, e di Werner Heisenberg, ogni cosa doveva avere una causa (salvo forse i numeri e le regole matematiche, che sembravano possedere un’esistenza indipendente), con l’avvento della meccanica quantistica la realtà sfuma e si dissolve.

Difatti per il principio di indeterminazione di Heisenberg, il microcosmo degli atomi e delle particelle è irrimediabilmente caotico, ostile ad ogni regola. Gli eventi che vi si verificano non hanno cause precise: il momento esatto del decadimento radioattivo di un nucleo atomico è imprevedibile anche conoscendo la situazione di partenza in cui il nucleo si trova. Trasferendo l’ipotesi dal micro al macrocosmo, si arriva alla conclusione, per certi versi sconvolgente, che il mondo fisico, l’universo, ivi compreso lo spazio-tempo, è venuto alla luce spontaneamente, è una «fluttuazione quantistica» nata dal nulla. Come risponderanno i teologi a questa nuova sfida della scienza?

Combinazioni impossibili

L’astrofisico Riccardo Giacconi, padre del telescopio spaziale che verrà messo in orbita l’estate prossima, ritiene che la marcia del gambero funzionerà anche in questo caso. E per togliersi dall’impaccio di argomenti che non gli sono con­geniali, dichiara l’estraneità della scienza e del lavoro dello scienziato a qualsivoglia ricerca sulle origini. Il segreto della natura, dice Giacconi, va ricercato, più che nel modo in cui le cose ebbero origine, nelle leggi fisiche che le governano.

L’idea è affascinante. Nessuno studioso può sottrarsi all’attrazione delle leggi della fisica. La scoperta di ogni nuova particella, come l’individuazione recente di «vu doppio» e «zeta zero» da parte di Carlo Rubbia, mostra insospettate architetture, armonie matematiche di grande bellezza. Le leggi della fisica rispecchiano un ordine e una coerenza tali, che è quasi impossibile sottrarsi all’impressione di un progetto.

La sensazione di un disegno generale è inevitabile; la provò anche Einstein, chiudendo i suoi giorni in polemica con Bohr. «Io credo nel Dio di Spinoza che si manifesta nell’armonia di tutte le cose», affermò il padre della relatività. E aggiunse: «La meccanica quantistica incute profondo rispetto. Ma una voce nascosta mi dice che non si tratta del vero Giacobbe. La teoria offre molto, ma ci avvicina solo di poco al mistero del Vecchio. In ogni caso, io sono convinto che Dio non giochi ai dadi» (Réne Oth, La scienza a caccia di Dio, Rusconi).

L’ordine della natura colpisce l’osservatore ed è da sempre invocato quale argomento a favore della divinità. Benché la scienza abbia dimostrato come l’organizzazione di sistemi complessi, per esempio biologici, sia potuta avvenire spontaneamente, la meraviglia del creato spinge non pochi verso la metafisica. Com’è possibile, si chiede Hoyle, che una accidentale combinazione di molecole nel brodo primordiale abbia prodotto i duemila enzimi necessari al funzionamento del corpo? La probabilità che ciò sia avvenuto spontaneamente è bassa, «così bassa da non superare quella di ottenere una serie ininterrotta di sei traendo cinquantamila volte dadi non truccati».

Più ancora che l’ordine dei fenomeni complessi, colpisce l’ordine della semplicità. Il sole si leva ogni mattina a un’ora prevedibile, la mela cade dall’albero come ha sempre fatto, i poli della calamita continuano a respingersi… La ferrea immutabilità delle costanti naturali non cessa di sorprendere. In fondo, non c’è alcuna necessità logica che i fenomeni si perpetuino. E basterebbe una leggera deviazione della gravità dalla legge del quadrato della distanza per mandare a repentaglio l’intero universo. Sono dunque le costanti della fisica espressione di una Mente Superiore? E’ nelle equazioni della dinamica celeste che si esprime la Volontà Suprema?

Il discorso a questo punto si torce su se stesso. Anche l’idea laica di un universo che si autogoverna, che funziona da sé senza interventi dall’esterno, è una idea in qualche modo teologica. La nuova fisica, espellendo Dio dalla materia per relegarlo nell’astratto mondo delle leggi della fisica, compie una operazione metafisica: non ricorre al Creatore nel senso tradizionale ma sembra alludere a qualche influenza direttrice collocata sopra la natura.

Divenuto superfluo, o quasi, all’uomo della strada, Dio è forse diventato necessario all’uomo di scienza

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