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Gen 07

Guerre di religione. Guerre alla religione

Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân – Newsletter n.649 del 22 dicembre 2015

(Editoriale del bollettino n.4-2015)

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S.E. Mons.Giampaolo Crepaldi

Presidente dell’Osservatorio

Questo anno 2015 è stato caratterizzato in Europa da due gravissimi attentati terroristici di matrice islamista. Il 7 gennaio 2015 c’è stato l’attentato al giornale satirico francese Charlie Hebdo. Il 13 novembre 2015 c’è stato l’altro attentato multiplo al teatro Bataclan, allo Stade de France e a tre ristoranti parigini. Nello stesso anno una grande quantità di atti di violenza e di persecuzione sono stati messi in atto da Boko Haram in Nigeria. Sono stata fatte esplodere chiese cristiane con uccisione di un gran numero di fedeli, sono state rapite ragazze cristiane, sono stati uccisi molti fedeli.

Si tratta di un evidente ritorno delle guerre di religione. Si sa che dietro, o sotto, ci sono anche altre cause, ma rimane indubbio che oggi, in questi casi acuti, il fattore religioso è quello che fa da sintesi a tutti gli altri. Quando si parla di guerre di religione non si vuole infatti sostenere che il fattore religioso sia l’unico in campo, ma che è quello che riassume tutti gli altri, coordinandoli data la sua supremazia quanto a capacità di mobilitare le persone. Anche nel Cinquecento o nel Seicento le guerre di religione non erano solo di religione, ma ciononostante il fattore religioso faceva da coagulo di tutti gli altri. Così accade oggi in questi drammatici rigurgiti di guerre di religione.

Esaminando i fatti di questo anno 2015, tuttavia, ci si accorge anche che non ci sono solo le guerre di religione ma anche la guerra alla religione e, in particolare, alla religione cattolica. Non si tratta di una guerra dichiarata, convenzionale, con uso di armi e strategie militari. E’ possibile chiamarla guerra solo in senso traslato. E’ un conflitto, una lotta tramite leggi, politiche, interventi degli organismi internazionali, licenziamenti, intimidazioni, l’uso dei media, la destinazione di ingenti risorse alla propaganda contro la religione cattolica e i suoi presupposti.

Mentre le guerre di religione sono dislocate nelle aree caratterizzate dai Califfati, questa guerra alla religione è attuata soprattutto nell’Occidente e, in particolare, in Europa. Il vecchio continente, tuttavia, è anche interessato alle ripercussioni dentro i propri confini delle guerre di religione, dato il fenomeno del terrorismo e il reclutamento delle milizie islamiche nei sobborghi delle grandi città europee (soprattutto a Bruxelles ma non solo) tra gli immigrati di seconda o di terza generazione. L’Europa è l’epicentro di ambedue le tendenze di cui stiamo parlando: delle guerre di religione e della guerra alla religione.

Tra questi due aspetti ci sono profondi collegamenti. L’Occidente è troppo preso dalla sua guerra interna alla religione per potersi occupare delle guerre di religione in Siria o in Nigeria. E’ troppo preoccupato di recidere i propri legami con la religione proclamando l’indifferenza alle religioni, indebolendosi e rendendosi non più capace di difendere nel mondo nemmeno il diritto alla libertà di religione, che in un certo senso è una sua invenzione. L’Occidente non dice una parola verso le persecuzioni dei cristiani che raggiungono ormai cifre da genocidio e non ha trovato finora la spinta morale per intervenire a proteggere le popolazioni vittime dei Califfati o dei regimi dispotici a fondamento religioso. L’Occidente è sempre più stanco, e l’Europa in particolare, dissanguato nel morale dalla sua ostinata guerra contro la religione.

Si nota una certa inversione di tendenza nei Paesi dell’Europa orientale. Questi, dopo il lungo gelo del comunismo, ritornano, in modo ancora incerto e confuso, non solo all’etica ma anche alla religione. E’ questo un fenomeno che lascia ben sperare, se adeguatamente convogliato. Ed infatti, proprio in questi Paesi emergono atteggiamenti di intervento nella grande arena internazionale fuori dagli schemi ingessati delle convenienze della politica istituzionale con una rinnovata capacità di guardare in faccia la religione e le religioni, senza metterle tutte sullo steso piano, il che equivale a privarle della loro diversa rilevanza pubblica.

L’Occidente è ancora troppo legato al suo proprio concetto di libertà religiosa, un concetto riduttivo, individualista, che valuta nelle religioni solo il sentimento dell’adesione individuale e non il significato oggettivo delle loro credenze. Un concetto relativista, che non permette di individuare, nelle religioni, aspetti da contenere o da combattere, comunque da rifiutare in nome della ragione e della vera religione. E che non permette, quindi, di trovare la forza di intervenire quando in nome della religione si producono violenze disumane e si negano gli stessi diritti umani fondamentali su cui si basa lo stesso diritto alla libertà religiosa, nato in Occidente.

I Paesi occidentali importano religioni ed esportano relativismo. Gli altri lo percepiscono come un ambito in cui entrare ma dal quale non imparare nulla. Se un Paese come l’Inghilterra, di così lunga ed alta tradizione giuridica occidentale, ammette istituti giuridici propri della sharia islamica, compresa la presenza di tribunali islamici, significa che l’Occidente ha disimparato l’uso della ragione cui il Cristianesimo lo aveva educato.

Queste considerazioni devono riguardare anche la gestione delle immigrazioni. Le guerre di religione, che penetrano fin nelle strade delle città occidentali, come dimostrano gli attentati terroristici, trovano un terreno favorevole in quanto proprio lì è stata fatta una guerra alla religione.

Non è permesso prevedere oggi se le religioni presenti in Occidente si alleeranno tra loro contro la guerra alla religione, o se vi si accomoderanno cercando di lucrare propri vantaggi di corporativismo religioso. Questo potrebbe essere anche il disegno dell’Islam in Occidente. Come non si può ancora prevedere se sulle religioni prevarrà il secolarismo della guerra alla religione o se avverrà il contrario. Molto dipenderà da un altro aspetto di queste nuove guerre, l’aspetto demografico.

L’indice di natalità degli immigrati in Occidente ancora legati alla loro religione, è molto più alto di quello dei Paesi occidentali. Tra qualche decennio in qualche Paese europeo ci sarà il sorpasso. E’ vero che, a contatto con la vita occidentale, anche la natalità delle famiglie islamiche – per fare l’esempio più interessante – tende a diminuire e forse certe previsioni di un sorpasso massiccio e precoce dovranno essere corrette, ma il gap rimane comunque molto significativo. La vita non può essere una forma di guerra. Eppure, come nelle guerre ad alta identità religiosa ci sono i tristi fenomeni degli stupri di massa, anche la procreazione può avere uno scopo competitivo. Molti musulmani europei non lo nascondono: si tratta di un conflitto portato avanti anche in quella forma.

Di fronte a questi complessi problemi, la Dottrina sociale della Chiesa deve dare un contributo non generico, moralistico, semplicistico, ma realistico. I termini pace, accoglienza, solidarietà possono essere caricati di deformazioni ideologiche se non tengono conto della verità e della realtà delle cose. La Dottrina sociale della Chiesa non è un sapere astratto. Esso è concreto non solo perché offre anche piste di soluzione, ma prima di tutto perché è realista, vede l’uomo nella luce di Cristo, concreto in tutti i suoi veri bisogni, mentre le ideologie, comprese quelle del pacifismo, lo deformano secondo schemi calati dall’altro e funzionali a qualche interesse.

La via d’uscita alle guerre di religione e alla guerra alla religione è che, una volta colto il nesso tra le due dimensioni, si operi per una revisione sostanziale di come l’Occidente vuole guardare alla religione e in particolare alla religione cristiana, come a lungo ha insegnato Benedetto XVI, perché da questo dipende anche il modo con cui esso guarderà alle altre religioni e come queste guarderanno ad esso, all’Occidente.

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