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Dic 03

Una civiltà sana viene dalle famiglie

Papa NairobiLa Croce quotidiano 28 novembre 2015

 Del primo viaggio in Africa del Pontefice riprendiamo un testo importante ma rimasto in ombra a causa del concomitante discorso all’assemblea delle Nazioni Unite. Il Pontefice ha ricordato nella Messa celebrata nel campus dell’università di Nairobi che dalla “salute” delle famiglie dipende anche la «salute di qualsiasi società»

Giuseppe Brienza

Ritorniamo per un momento al secondo giorno del viaggio di Papa Francesco in Africa, l’ultimo appuntamento internazionale prima dell’inizio del Giubileo della misericordia. Prima di parlare giovedì scorso nella sede delle Nazioni Unite a Nairobi, infatti, il Pontefice ha celebrato nel campus dell’università di Nairobi una Messa la cui omelia merita di essere valorizzata.

Importante, sicuramente, il discorso fatto il 26 novembre al quartier generale dell’Onu in Africa, per il suo richiamo all’ecologia (cfr. Raffaele Dicembrino, Francesco a Nairobi esorta alla cura della casa comune, in La Croce quotidiano, 27 novembre 2015, p. 3), ma non meno significativa per la difesa della vita e della famiglia (“ecologia umana”) è quest’omelia pronunciata il giorno stesso non a caso in un luogo così “laico” come il campus dell’Università della capitale kenyota. Affollatissimo nonostante la pioggia battente, l’appuntamento è un po’ sfuggito dalla ribalta dei riflettori mediatici ma ha toccato corde e valori indispensabili per il futuro non solo dell’Africa ma dell’intero Occidente. Anzi, forse più per quest’ultimo che per il grande continente nero che, comunque, è oggetto di attacchi “eteronomi” sui temi della difesa della bioetica, del matrimonio e della natalità.

Davanti ad un oceano di ombrelli il Santo Padre si è soffermato nell’omelia sul bene pubblico irrinunciabile della comunità familiare, ed ha condito il suo discorso con le letture bibliche previste nella liturgia del giorno. Sì, perché giovedì scorso ai fedeli è stato proposto un testo tratto dal Profeta Isaia, con il suo annuncio che Dio «farà sgorgare acqua nel deserto, in una terra assetata» e farà sì che «i figli del suo popolo fioriscano come erba e come salici lussureggianti» (cfr. Is 44,2-3).

Il Pontefice ha ricordato quindi che la profezia di Isaia «ci invita a guardare alle nostre famiglie e a renderci conto di quanto siano importanti nel piano di Dio», al punto che dalla loro «salute», dipende la «salute di qualsiasi società» (Papa Francesco, La salute della società dipende dalle famiglie, in L’Osservatore Romano, 27 novembre 2015, p. 8). In questo importante passaggio dell’omelia mi pare di avvertire un richiamo alla concezione romana della famiglia, in particolare all’individuazione, in Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), della comunità familiare come fondamento ed origine dell’organizzazione politica. Insomma: “principium urbis et quasi seminarium reipublicae” (“il primo principio della città e, quasi, il vivaio della vita pubblica”).

La visione del gruppo familiare come base e sorgente della società e dello Stato è coerente con lo sviluppo delle istituzioni romane e con il primo evolversi della comunità romana. L’antica civitas, infatti, non nacque altro che da una aggregazione volontaria, spontanea di “familiae”, comunità politiche autonome e originariamente sovrane. Pertanto, senza più famiglie, a causa della diffusione di aborto, contraccezione, omosessualismo, etc., niente più società! Come ha rilevato il filosofo Benedetto Ippolito a commento dell’omelia di Bergoglio, la famiglia e la società «costituiscono la radice cristiana della democrazia occidentale, permettendo di considerare la verità religiosa non come una legge che può imporsi dall’alto con il potere e la forza a scapito della libertà, ma come lo spirito stesso che anime le comunità, articolato concretamente in una trama di relazioni forgiate dal dialogo, dall’incontro, dal rispetto reciproco dei cittadini» (Benedetto Ippolito, Il viaggio di Papa Francesco nella povertà, in “Formiche.net”, 26 novembre 2015).

Papa Francesco ha quindi sottolineato, sempre nell’omelia della Messa a Nairobi, quanto importante sia la famiglia per la trasmissione dei valori nella società, tanto più per quella africana, segnata da un «profondo rispetto per la saggezza degli anziani» e dall’«amore verso i bambini». La Parola di Dio chiama pertanto gli uomini a «sostenere le famiglie nella loro missione all’interno della società, ad accogliere i bambini come una benedizione per il nostro mondo e a difendere la dignità di ogni uomo e di ogni donna, poiché tutti noi siamo fratelli e sorelle nell’unica famiglia umana».

Per la stessa ragione, i cristiani sono tenuti «ad opporre resistenza alle pratiche che favoriscono l’arroganza negli uomini, feriscono o disprezzano le donne e minacciano la vita degli innocenti non ancora nati», ha proseguito il Papa, ribadendo la «missione speciale» delle famiglie cristiane: «irradiare l’amore di Dio e riversare l’acqua vivificante del suo Spirito», arginando così l’«avanzata di nuovi deserti, creati da una cultura del materialismo e dell’indifferenza verso gli altri».

Bergoglio ricorda questi principi in un Paese, come il Kenya, che è stato recentemente teatro di sanguinose carneficine. L’ultima in ordine temporale, nell’aprile scorso, quella avvenuta a Garissa che ha coinvolto proprio 147 studenti universitari, uccisi dai miliziani islamici Shabab. Anche per questo ai giovani africani Bergoglio ha rivolto un appello particolare: «I grandi valori della tradizione africana, la saggezza e la verità della Parola di Dio e il generoso idealismo della vostra giovinezza vi guidino nell’impegno di formare una società che sia sempre più giusta, inclusiva e rispettosa della dignità umana».

Troppo spesso, infatti, molti ragazzi vengono attratti dall’estremismo islamico in nome di una visione religiose assolutamente distorta, che li porta a per seminare violenza, discordia, e terrore. Invece, ha insegnato il Papa a Nairobi, «La parola di Dio parla alle profondità del nostro cuore. […] Dio ci dice che gli apparteniamo. Egli ci ha fatti, noi siamo la sua famiglia e per noi Lui sarà sempre presente».

Nel suo saluto a Papa Francesco al termine della Messa il cardinale John Njue, arcivescovo di Nairobi e Presidente della Conferenza Episcopale del Kenya, ha ringraziato Bergoglio per la sua presenza nella nazione, assicurando che la sua visita rinnoverà senza dubbio la fede in Cristo degli africani, perché giunge come quella di un maestro della fede e come un pastore per manifestare l’amore di Cristo per il suo gregge. «Grazie non solo per essere un pilastro della nostra unità – ha detto il cardinale rivolgendosi direttamente al Pontefice – ma anche una grande risorsa per le questioni che riguardano l’umanità, che continua a farci riflettere e imparare, aiutandoci a trasformare le nostre vite» (Card. John Njue, Uniti per la pace, in L’Osservatore Romano, 27 novembre 2015, p. 8).

L’Arcivescovo di Nairobi, nell’intervento che aveva pronunciato alla fine del pontificato di Benedetto XVI all’undicesima Congregazione Generale del Sinodo dei Vescovi (15 ottobre 2012), si era segnalato l’“anticipo” di uno dei temi, già cari a Papa Ratzinger, ma che è diventato oggi il cuore dell’invito bergogliano alla “parresia” dei pastori [dal greco “liberta di dire tutto”]. In quell’occasione, infatti, il card. Njue aveva sottolineato l’urgenza che i vescovi ed i teologi del nostro tempo non hanno altra scelta che essere santi e non soltanto docenti di verità. «Oggi molte persone non negano il fatto che Dio esista – disse in quella occasione il porporato africano -, ma non lo conoscono. Non è necessario esaminare, da questa prospettiva unica, l’attuale crisi che la società sta attraversando? È tempo di spalancare le porte delle nostre chiese e tornare ad annunciare la risurrezione di Cristo, di cui siamo testimoni. Come ha scritto il santo vescovo Ignazio, “non basta essere chiamati cristiani; dobbiamo essere cristiani nella nostra testimonianza”» (Card. John Njue, Non basta essere chiamati cristiani: dobbiamo esserlo nella nostra testimonianza, in agenzia “Zenit”, 16 ottobre 2012).

Seguendo per molti aspetti il magistero di grandi testimoni contemporanei della Chiesa africana (un altro molto presente sulle pagine di questo giornale è il card. Sarah), come occidentali abbiamo in primis bisogno di questo esame di coscienza e, soprattutto, di un’autentica e rinnovata conversione al Signore, l’unico che in questi venti di guerra può essere (se lo vogliamo) il vero Salvatore del mondo.

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