Garibaldi, che divise l’Italia

garibaldiIl Domenicale 7 luglio 2007

Il 4 luglio 1807 nasceva a Nizza Giuseppe Garibaldi, il Founding Father di una nazione di cristiani che però puntava alla «vittoria su Dio». Fra tripudi degni di miglior causa ci ritagliamo una nicchia per qualche pensiero scorretto sul padre dell´Italia unita. Tanto chi ci fila?

di Marco Respinti e Adriana Dragoni

Giuseppe Garibaldi la pensava così: «I miei primi maestri furono due preti; e credo l´inferiorità fisica e morale della razza italica provenga massime da tale nociva costumanza». Ovvio che sudasse poi sette camicie per cercare di rigenerarli, questi italiani “sbagliati”.

La storia dell´”eroe dei due mondi”, si sa, comincia da lontano, da quel Sudamerica dove sbarcò per sfuggire a una condanna a morte per alto tradimento che il Regno di Sardegna gli comminò quando lo pizzicò a sobillare i marinai sabaudi tra i quali si era arruolato come missionario del mazzinianesimo. Laggiù, fra esuli mazziniani, pirati e schiavisti, cambiò più volte Paese e casacca con una disinvoltura sconcertante. Poi, grazie agli auspici di Giuseppe Mazzini, rientrò in Italia giusto in tempo per la Prima guerra d´indipendenza.

Il 9 febbraio 1849 volle esserci alla proclamazione della repubblica romana (la seconda, per non confonderla con quella napoleonica), vale a dire l´effimero ma significativo sogno rivoluzionario di Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini che decretò la fine (per il momento temporanea) del potere temporale dei Papi. Quindi si diede da fare per accendere ovunque potesse quei focolai di rivolta che però qualcuno sempre gli estingueva e questo fino al 1859, quando si gettò nella Seconda guerra d´indipendenza.

Ma non è la cronistoria delle sue imprese che qui ci prefiggiamo. Piuttosto c´interessa capire quale Italia Garibaldi abbia messo in piedi.

Mr. Grembiulino

Il suo astro sbocciò con la spedizione dei Mille nel 1860, operazione della quale affidò la propaganda ad Alexandre Dumas, che pure del nizzardo stese le Memorie. Fino ad allora Giuseppe non era una star. Si era fatto le ossa con schioppi e sciabole, aveva affinato la propria visione politica, non si era negato donne e mogli (anche degli altri) e nemmeno allo spirito aveva fatto mancare il necessario nutrimento.

Preso da un misto tipo new age di passioni giacobine, saintsimoniane, socialistico-romantiche e qualche scappatella in campo occultista, nel 1844 a Montevideo si era fatto massone di obbedienza francese, ossia l´ala più razionalista dei liberi muratori. Nel corso della vita salì dunque diversi scalini massonici e morì – nientepopodimeno – con il grado di Grande Ierofante del Rito Antico e primitivo, suprema carica dei rami di Memphis e Mizraim ottenuta nel 1881.

Che non si trattasse del titolo di Gran Mogol delle Giovani Marmotte lo testimonia l´odio che il nizzardo non perdeva occasione per sputare addosso alla Chiesa cattolica (e mica solo a preti e suore). Garibaldi professava infatti un credo laicistico di stampo illuminista animato da sogni egualitaristi che non poteva permettersi la sopravvivenza della Chiesa.

Per questo fece e disfece per “liberare” gl´italiani da se stessi, vale a dire dalla cultura che per secoli li aveva plasmati. L´unificazione politica della Penisola gli parve essere lo strumento più opportuno e lo adoperò. Mica per caso scrisse infatti:«la nostra vittoria su Dio sarà l´acclamata rivendicazione della libertà di coscienza ed il trionfo della ragione sul pregiudizio».

Oggi Garibaldi s´iscriverebbe subito alla “Rosa nel Pugno”, ma così farebbe imbestialire tutti gli altri suoi laudatores. Ci fu il fascismo, che si pensò come il grande compimento di quel Risorgimento che Garibaldi non era riuscito a completare, e ci fu pure la Resistenza socialcomunista, che non si pensò molto diversamente. Il nome-simbolo del nizzardo venne usato ancora dal cartello elettorale delle Sinistre nel 1948, ma fra i suoi più noti celebratori vi sono stati Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Carlo Azeglio Ciampi. Ma perché, di grazia, c´è qualcuno che in Italia oggi non si accoda?

Oltre le intemperanze

Strano, però. Forse che la storia, la politica, la memoria di un Paese siano esenti dalla necessità di continue purificazioni, quelle stesse che si esigono per esempio dalla Chiesa cattolica la quale però è l´unica che le fa di continuo e pubblicamente?

Varrebbe, cioè, la pena, noi crediamo, di ricordarle le mille contraddizioni con cui si fece – contro il popolo italiano – l´unificazione forzata e militare della Penisola, quell´unificazione che l´ha spaccata in due e che l´ha profondamente separata dalla propria identità, soprattutto a decenni di distanza e grazie alla sublimazione acritica di certi personaggi in miti intoccabili. Varrebbe la pena di porsi qualche domanda – laica per carità – su che Paese è questo in cui puoi prendere per i fondelli il Papa tutti i giorni – dandogli pure del pedofilo, se vuoi, sulla tivù di Stato – ma guai se parli male di Garibaldi.

Varrebbe davvero la pena. In punta di penna, per carità, e nelle sedi istituzionali e ufficiali appropriate, ben al di là, cioè, della nostra intemperanza giornalistica. Garibaldi è infatti il padre dell´Italia, questo non si discute. Basta guardare l´Italia per rendersene conto. Perché, fra una corona d´allora e un´emissione filatelica, bisognerebbe, non solo accademicamente (quand´anche si facesse), interrogarsi sulla realtà vera di quel mito di fondazione perdurante, e in realtà incapacitante, con cui questo Paese, un tempo grande, è divenuto quello che Fëdor Dostoevskji giudicò subito uno Staterello frusto e triste.

UN PO’ DI SANA STORIOGRAFIA CONTRO

di Marco Respinti

C´è, da un secolo e mezzo, una formidabile campagna promozionale della figura di Giuseppe Garibaldi: circa 20mila volumi, 155 epigrafi, centinaia e centinaia di migliaia tra versi, dipinti, stampe e calendari. Addirittura, per un cinquantennio, invasero l´Italia immaginette sacre che ritraevano lui, massone e antipapista, come un santo: cinto da un´aureola ha, davanti a sé, fucili e baionette al posto di ceri. Si censiscono peraltro, oltre ai “santini”, pure il dipinto di un Garibaldi-Cristo e una serie di figurine Liebig, stampate nel cinquantesimo anniversario della spedizione dei Mille.

Ora, non si può distruggere un´immagine siffatta, così stabilmente costruita. Non si può, eppure ci provano. Incominciò, illo tempore, lo storico borbonico Giacinto De´ Sivo con Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, che uscì nel 1868, preceduto da un pamphlet, Un napoletano al signor Ricasoli, datato 16 settembre 1861 e seguito da altri scritti semiclandestini. Oggi, di Storia delle Due Sicilie – l´inizio di ogni sana opera di controinformazione – esiste una versione in italiano corrente pubblicata a Lecce nel 2004 dalle Edizioni del Grifo (tel. 0832/394346).

Ma la storiografia non politicamente corretta non si è fermata. Tranchant sin dal titolo è Contro Garibaldi di Gennaro De Crescenzo (Il Giglio, Napoli, tel. 081/666440). Ripercorre la vita dell´”eroe dei due mondi”, da quando nell´America del Sud arrembava navi argentine per conto della Gran Bretagna, la quale mirava al monopolio commerciale. Per contratto, Garibaldi riceveva una parte dei bottini, secondo il costume corsaro, e i suoi marinai non disdegnarono nemmeno fattorie e mandrie. Come raccontano le Memorie del nizzardo, «saccheggiano, macellano e fanno a pezzi gli animali» come «fiere scatenate». Al tempo ne riferì anche il periodico La gaceta mercantil.

E Anita? De Crescenzo ricorda lei e le altre. Garibaldi riconobbe otto figli e si sposò tre volte, ma mai con Anita, già maritata a un calzolaio. Il “grande amore” morì poi di malaria, quand´era incinta, diciamo un po´ troppo rapidamente… Mah.

Più soft, ma non meno attente alle grossolanità paragiografiche sono le 500 pagine di Luciano Salera, Garibaldi, Fauché e i predatori del Regno del Sud (Controcorrente, Napoli, tel.081/5520024).

È la descrizione, quasi quotidiana e stilata in base ai documenti, della spedizione garibaldina salpata da Quarto. Si comincia con l´”audace colpo di mano” con cui le giubbe rosse s´impadronirono dei piroscafi della compagnia Rubattino che li avrebbero poi portati a Marsala. In verità fu tutta una finzione, giacché lo stesso direttore della compagnia, Giambattista Fauché, ne era stato informato.

E pure “i Mille” sono fantasia: si trattò infatti di più di 20mila unità, tra cui alcune migliaia di soldati piemontesi, “disertori ” o uomini tempestivamente “congedati” a cui presto si unirono inglesi, ungheresi, tedeschi e turchi desiderosi di passare alla storia o di fare fortuna. Garibaldi li descrisse come «di origine pessima e per lo più ladra e, tranne poche eccezioni, con origini genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto».

Non meno artefatta è la versione ufficiale dell’atteggiamento di Vittorio Emanuele, che, da re del Piemonte, non poteva «resistere al grido di dolore che da ogni parte d´Italia si volge verso di Noi». Mentre ufficialmente sconsigliava Garibaldi di non oltrepassare lo stretto di Messina, in un foglietto a parte gli suggerì, o meglio gli ordinò, di rispondere picche, portando la scusa che «i suoi doveri verso l´Italia» non gli permettevano di non soccorrere i napoletani “incatenati” ai ceppi borbonici.

Ebbene, Gabriele Marzocco, nella prefazione a Salera, ricorda che quello delle Due Sicilie era il Paese più industrializzato d´Italia, il terzo in Europa, e godeva di alcuni primati. Sua è la prima nave a vapore a solcare il Mediterraneo, suo il primo ponte sospeso in ferro, quello sul Garigliano, nel continente europeo, suo il primo stabilimento metalmeccanico d´Italia per numero di operai (1050), quello di Pietrarsa.

Napoli ospitò pure il primo convegno scientifico internazionale, fu la prima città italiana a essere illuminata con lampade a gas, seconda in Europa solo a Londra e Parigi, ed ebbe la prima ferrovia italiana, la Napoli- Portici, che sarebbe dovuta arrivare fino a Nocera, per collegare varie fortezze militari. Ma sui libri scolastici è ancora scritto che serviva ai reali e alla Corte per raggiungere le loro ville vesuviane.

Recentemente, a Napoli, un convegno di architetti, storici e politici, coordinati da Umberto Franzese, ha chiesto il restauro dei pochi resti dell’antica stazione ferroviaria: una parete in disfacimento, con una grata dietro la quale vi è la biglietteria. Sarà ben difficile ottenere il restauro, in una Napoli che sembra voler cancellare ogni traccia del proprio passato.

Si preferisce infatti il bla bla sulla città degradata, quella che però inizia a unità d´Italia avvenuta con l´alleanza tra governo e malavita locale, e che avanza a colpi di favoritismi e di remunerazioni verso coloro che si dicono patrioti, mentre per tanti altri, 5 milioni di persone, resta solo l´emigrazione forzata e addirittura il carcere o la morte in quanto “briganti”.

Il nuovo governo unitario italiano favorì infatti ampiamente le imprese del Nord, costringendo molti nel Sud a chiudere i battenti. Un esempio importante è proprio l´impresa metalmeccanica di Pietrarsa, che non ebbe più commesse, date all´Ansaldo. Il Sud divenne insomma il mercato di consumo dei prodotti del Nord.

Del resto, lo stesso Benedetto Croce affermò: «Noi che non per nostro merito viviamo nella vita della nuova Italia […] non possiamo più appassionarci per le imprese per mare e per terra del Ducato […] noi non sentiamo la continuità storica […] la Napoli che ancora ci scuote e ci esalta è quella dei suoi perseguitati o solitari filosofie e dei cosmopolitici idealisti della Rivoluzione del 1799, il cui sangue scorre ancora nelle vene della società moderna».

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