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Apr 23

«Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi»

albigesiIl Timone n.142 Aprile 2015

La frase, attribuita all’abate cistercense Arnaud Amaury durante la Crociata contro gli Albigesi, in realtà non è mai stata pronunciata. Lo dimostrano le serie indagini sui documenti storici, ma continua ad essere citata per alimentare la “Leggenda nera” sul Medioevo

di Marco Respinti

La “leggenda nera” sul cosiddetto “Medioevo” – che la specialista francese Régine Pernoud (1909-1998) esorta a scrivere sempre tra virgolette – è un’insalata russa cucinata con gl’ingredienti più disparati. Tra questi sono famose le parole “Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi”, «[…] una delle frasi più celebri della storia medievale e forse tout court della storia europea», come sottolinea il medioevista Marco Meschini in L’eretica. Storia della crociata contro gli albigesi (Laterza, Roma-Bari 2010, p. 116).

L’avrebbe pronunciata – sostiene una vulgata diffusa e infondata – l’abate cistercense Arnaud Amaury, principale responsabile politico della crociata contro gli albigesi (eretici catari) in Occitania (1209-1229), rispondendo a un soldato che, alla battaglia di Béziers, combattuta il 22 luglio 1209, gli domandava come distinguere gli eretici mischiati ai cattolici. Ma non è così. Nonostante sia la quintessenza di ciò che “tutti sanno” sui “secoli bui” solo perché “tutti lo ripetono”, quella frase non è mai stata pronunciata.

L’erudito Tamezay e il monaco Cesario

Il monaco cistercense Arnaud Amaury o Amalric – noto in italiano come Arnaldo Amalrico o Arnaldo di Citeaux (+1225) – fu prima abate del monastero di Maria di Poblet in Aragona, poi di Grand Selve a Bouillac (1198-1200), quindi di Citeaux (divenendo così il superiore generale di tutto l’ordine cistercense) e infine venne nominato arcivescovo di Narbona. Legato di Papa Innocenzo III (1161-1216), il Pontefice lo incaricò di combattere l’eresia catara durante la suddetta crociata di cui dunque diventò il capo per ordine di Roma.

Ora, Régine Pernoud osserva – in Medioevo. Un secolare pregiudizio (trad. it. Bompiani, Milano 1992, p. 16) – che «[…] oltre un secolo fa (esattamente nel 1866), uno studioso dimostrò, senza fatica del resto, che il motto non poteva essere stato pronunciato perché non lo si trova in alcuna delle fonti storiche di quell’epoca, ma solamente nel Dialogus Miraculorum: il Libro dei Miracoli, che già nel titolo dice a sufficienza ciò che si propone di dire, scritto sessanta anni dopo gli avvenimenti dal monaco tedesco Cesario di Hesisterbach, un autore provvisto di una fervida immaginazione e di scarso rispetto per l’autenticità storica. Inutile dire che dopo il 1866 nessuno storico ha più ripreso il famoso “Uccideteli tutti”, ma invece gli scrittori di storia continuano a utilizzarlo, e ciò basti a dimostrare quanto le acquisizioni scientifiche in questa materia siano lente a diventare di dominio pubblico».

L'”anonimo” studioso in questione è Philippe Tamizay de Larroque (1828-1898), storico ed editore francese. Il testo in cui egli dimostra l’inesistenza della frase attribuita ad Arnaud è il saggio Un épisode de la guerre des albigeois, pubblicato nel primo numero del periodico conservatore e ultramontanista, erudito e assieme di alta divulgazione (il primo di questo genere), Revue des questions historiques, diretto a Parigi da Gaston du Fresne (1833-1902), marchese di Beaucourt, e pubblicato a Parigi dall’editore Victor Palmé (1834-18904) nel luglio 1866. E il citato mona­co, Cesario (11807-1240?) – noto alla latina come Caesarius Heisterbacensis -, fu il priore dell’abbazia cistercense di Heisterbach (oggi Siebengebirge, nei pressi di Oberdollendorf, non lontano da Bonn, nell’arcidiocesi di Colonia).

Indispensabile per orientarsi tra fonti e analisi è, a questo proposito, lo studio Bibliografia delle crociate albigesi, curato da Meschini (in collaborazione con Martin Alvira Cabrer, Martin Aureli, Laurent Macé, Damian J. Smith e Kay Wagner) e pubblicato nel primo fascicolo del 2006 del periodico Reti Medievali Rivista.

Non un libro di storia

Ebbene, tutta la produzione di Cesario è essenzialmente di carattere agiografico: priva di valore storico poiché non ha alcuna intenzione di essere opera di carattere storico, essa ha il semplice (ma notevole) scopo di edificare il lettore. Così è specialmente per l’opera più nota di Cesario, appunto il Dialogus magnus visionum atque miraculorum, Libri XII, ovvero una raccolta di exempla redatti in forma di dialogo tra un monaco e un novizio che la Pernoud cita con il titolo sintetico con cui è noto, Dialogus Miracolorum (da non confondere comunque con i Libri Vili miraculorum, un’altra opera, di cui sono pervenuti solo i primi tre libri). All’epoca godette di ampia fama, divenendo presto e rimanendo a lungo una delle sorgenti preferite di spunti e di aneddoti per le omelie.

Ma mai a Cesario sarebbe venuto in mente che lo si potesse scambiare per un testo scientifico di carattere storico, men che meno che qualcuno ne utilizzasse brani fuori contesto come fonti storiche. Ed è lì, nel capitolo XXI, che compare la famosa frase. Eppure (come rileva la Pernoud) il testo fu scritto lontano dai fatti, sia geograficamente sia cronologicamente. Un sessantennio circa; oggi gli studiosi propendono per una data più prossima alla crociata, un periodo cioè compreso tra il 11219 e il 1223.

Meschini osserva utilmente che la sola questione della datazione del Dialogus, tarda rispetto agli avvenimenti di Béziers, «[…] in sé non è abbastanza significativa» per respingere quella fonte, «[…] come vorrebbe qualcuno» (per esempio la Pernoud): «Dopotutto anche i Vangeli sono relativamente tardi rispetto ai fatti che riferiscono – e lo stesso si potrebbe dire per la stragrande maggioranza delle fonti relative a qualunque evento -, eppure ciò non è sufficiente per rigettarne i contenuti storici».

Ma resta il fatto che Cesario non è affatto un testimone diretto dei fatti: anzi, è un vero estraneo, e nemmeno mostra interesse specifico per quegli avvenimenti dal momento che il suo intento nell’evocare l’eresia catara ne ha sempre e solo a cuore la fungibilità esemplare. Per servire lo scopo edificatorio, insomma, Cesario non ha timore né di esagerare né di essere inverosimile.

Ma ci credeva il buon Cesario?

Inverosimile è infatti proprio l’espressione usata da Tamizay de Larroque nel criticare l’attendibilità storica del monaco tedesco. Come del resto scrive anche il tedesco Michael Ott (1870-1936) – abate ordinario (un tempo detto mitrato) dell’abbazia territoriale benedettina di Saint Peter-Muenster, in Canada -, nell’edizione del 1908 di The Catholic Encyclopedia (pubblicata a New York da Appleton), alla “voce” Caesarius of Heisterbach, il Dialogus «[…] colpì così tanto l’immaginazione dei suoi lettori duecenteschi da diventare forse il libro allora più popolare in Germania. La gente di quell’epoca di ultime crociate, ampiamente debitrice delle molte storie favolose portate dall’Oriente dai crociati di ritorno, era irresistibilmente attratta dall’insolito e dal meraviglioso. Come un vero figlio del suo tempo, Cesareo riferiva in tutta serietà i più incredibili raccon­ti di santi e di demoni, ma evitava scrupolosamente tutto ciò che avrebbe potuto mettere in pericolo i princìpi della vera pietà e della retta morale. Il suo scopo non era quello di riferire fatti storici, ma quello d’intrattenere e di edificare i lettori».

E Cesario «[…] questo scopo lo raggiunge con enorme successo». I giudizi severi che Tamizay de Larroque esprime nei confronti di Cesario, e le poche parole con cui la Pernoud lo licenzia, non debbono far del resto dimenticare che il monaco cistercense è venerato dalla Chiesa Cattolica come beato. Tra l’altro, nota bene lo specialista francese Jacques Berlioz nel suo volume «Tuezies tous, Dieu reconnaîtra les siens». Le massacre de Béziers (22juil-let 1209) et la croisade contre les Albigeois vus par Césaire de-Heisterbach (Loubatères, Portet-sur-Garonne 1994), ripreso anche da Meschini, forse nemmeno Cesario credette al truculento episodio: tant’è che le famose parole mai dette le introduce con un «si dice che…» (in latino fertur dixisse).

Nell’Ottocento, lo aveva già notato lo storico inglese cattolico John Acton (1834-1902) in uno dei saggi della sua incompiuta The History of Freedom, raccolti in edizione postuma del 1907.

Molto rumore per nulla, insomma. Peraltro, la frase come la “riporta” Cesario suona: «Cedite eos. Novit enim Deus qui ejus sunt», “Uccideteli. Dio infatti conosce coloro che sono suoi”. Il “tutti” non c’è: fa parte delle caricature anticattoliche di cui è purtroppo colma la cattiva storiografia. Figuriamoci che nel tomo III della Storia universale (1840-1847) di Cesare Cantù (1804-1895) – lo storico che passò una vita a cercare di mescolare illuminismo e cattolicesimo – la frase viene risibilmente messa in bocca addirittura ai «capitani» della crociata. Tutti in coro?

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