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Set 11

Bezzecca, i tanti misfatti di Garibaldi

Bezzecca

Bezzecca, rievocazione storica

Pubblicato su Avvenire

martedì 12 luglio 2005

CONTROSTORIA

Nel 1866 le Camicie rosse si distinsero per i loro eccessi, le distruzioni e lo spirito irreligioso La popolazione locale li accolse con ostilità, stigmatizzando danni, razzie e atti blasfemi

di Pierangelo Giovanetti

Fu l’unica vittoria italiana della Terza Guerra d’Indipendenza, accanto ai disastri di Custoza e di Lissa. Per questo la battaglia di Bezzecca del 21 luglio 1866 ha sempre avuto un posto di rilievo nell’epopea risorgimentale. Lì le Camicie Rosse al seguito del generale Garibaldi sbaragliarono gli Austriaci aprendo la strada italiana verso Trento, città-simbolo dell’Irredentismo. Lì l’eroe dei Due Mondi dovette fermarsi, bloccato dal telegramma di Re Vittorio Emanuele II a cui rispose con il famoso «Obbedisco». Lì l’onore militare dei volontari italiani riscattò i pessimi risultati subìti sul campo dall’esercito e dalla marina regia. Nell’immaginario collettivo, pertanto, Bezzecca campeggiava tra le glorie nazionali.

A centoquarant’anni dalla battaglia (il prossimo 21 luglio inizia infatti l’anno celebrativo dell’anniversario), fonti popolari e documenti dell’epoca rivelano ben altro volto di quei fatti d’armi dell’estate del 1866. Mostrano popolazioni “liberate” dichiaratamente ostili ai garibaldini, avverse alla guerra, fedeli al cattolico Imperatore d’Austria e per nulla intenzionate a passate allo Stato italiano, massonico e liberale.

Ridimensionano la gloria della battaglia per le perdite pesanti subìte dai garibaldini rispetto al fronte avverso. E soprattutto fanno vedere come il ricordo dei garibaldini non era tanto legato al loro ardore e all’intemerato coraggio, ma ai loro eccessi e alle intemperanze, all’anticlericalismo smaccato, ai danni e alle distruzioni che lasciarono sul campo.

Al di là della retorica risorgimentale, quella del 1866 appare una guerra voluta da pochi, avversata dalle popolazioni e dal clero locale, subìta cercando di contenerne i danni. E lo stesso carisma di Giuseppe Garibaldi, non accese da quelle parti grandi entusiasmi, come ha ben raccontato Isabella Bossi Fedrigotti nel suo romanzo Amore mio uccidi Garibaldi. «Vede signore, qua da noi non è questione di simpatia per gli italiani o per gli austriaci, ma bensì di polenta», è la voce popolare della gente raccolta dal giornalista del quotidiano Il Sole di Milano, nato proprio l’anno prima, nel 1865.

«La guerra devasta i campi, e il contadino teme sempre vedersi l’inverno dattorno la sua famiglia domandargli da mangiare, ed egli non averne». Lo stesso giornalista si rende conto e descrive il clima di ostilità verso i garibaldini da parte delle popolazioni. «L’altra sera mi trovavo in un’osteria e raccontavano scandalizzati l’arresto fatto dai nostri d’un prete. «”Sarà una spia”, mi azzardai a dire. Tutti protestavano che prete e galantuomo non potevano, non dovevano essere e non erano che una cosa sola”.

E ancora in un’altra cronaca: «La gente raccontava che un garibaldino, per isbaglio aveva ferito o ucciso un altro con un colpo di fucile. “Comincio davvero a credere che siano scomunicati, saltò su a dire un vecchio che pareva d’autorità nella brigata, se si ammazzano fra di loro”». E ancora: «In una cascina fra Tiarno e Ampola (poco lontano da Bezzecca, n.d.r.) una vecchia confessava ingenuamente, all’appressarsi dei garibaldini, essersene fuggita e aver chiuso casa, perché l’aveva assicurata che eravamo tali da rapir ragazzi e ragazze e da far man bassa su ogni ben di Dio: non si fece coraggio che quando seppe de nostro uso di pagare quando beviamo – uso, confessiamolo però, che soffre qualche eccezione».

Non solo i cronisti dell’epoca denunciavano le «malefatte» dei garibaldini. Anche i parroci riportavano al vescovo indignati rapporti. A suscitare lo sdegno dei parroci di Bondone e di Pieve di Ledro furono soprattutto i comportamenti delle Camicie rosse, che ballavano in chiesa, corteggiavano le ragazze del posto e facevano i loro bisogni nell’acquasantiera.

«Mi trovo col cuore così stretto da tante disgrazie e da tali miserie, che appena posso impugnare la penna per rivolgermi a Vostra Altezza Reverendissima», scrive il parroco di Pieve, appena fuori Bezzecca. «La chiesetta di San Giuseppe qui in Piev e veniva convertita in caserma, poi in magazzino militare… La chiesa di Locca venne pure convertita in caserma e dormitorio militare; si ruppe il sepolcro delle reliquie dell’Altare Maggiore, e si giunse a tale empietà da adoperare il Battistero per vaso da camera».

Le parole di Garibaldi dal quartier generale, che accampano festose accoglienze da parte delle popolazioni, non trovano conforto pratico nei fatti. Nemmeno quando si passa all’arruolamento forzato la gente risponde, anzi fa di tutto per defilarsi e non partecipare. «Arruolatori si spingono fin nei più sperduti paesi con proclami che contengono le cose più allettanti», si legge nei rapporti della polizia italiana di frontiera. «Nessuno dei nostri abitanti di confine però si farebbe convincere».

E il pretore di Condino, compilando il suo rapporto ai superiori scrive: «A Bondone invece di distribuirsi per le case, i garibaldini pretendevano di essere alloggiati nella Chiesa, ed anzi penetrarono nella stessa, suonarono l’organo, e si diedero a ballare… A Storo le loro braverie si estendevano piuttosto ad azioni disoneste, e scandalose verso l’altro sesso. Al mangiare bevere senza pagare il conto, ed a delle altre insolenze di minore entità.

Quando abbandonarono il Distretto lasciarono dappertutto una triste impressione. In quanto ho potuto finora rilevare non avvenne nessuna dimostrazione di simpatia verso i garibaldini, ed anzi la popolazione è compresa di orrore a sentire le azioni commesse contro quieti cittadini».

E nel suo rapporto del 12 agosto, quando ormai i garibaldini si ritiravano, il pretore di Condino annotava: «La popolazione era giubilante al vedere il ritorno degli Austriaci, che ciò si conosceva, evidentemente della vera espansione del cuore, e che la popolazione sicuramente soffrì delle gravi angustie e molestie».

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