Tredici anni della nostra storia

 tratto da Il Sabato 29 agosto 1987, n. 35

Antonio Socci, Roberto Fontolan

Il sabato_cover

ADDIO ALLE LEVE. IL NUOVO POTERE SALE AL TRONO.

«Cento poltrone da occupare subito». Con questo titolo l’Espresso del 19 maggio 1974 apriva i suoi servizi dedicati alla schiacciante vittoria divorzista. Che c’entrava il divorzio con le poltrone? Da una parte c’era in gioco la questione di valori o di costume. Dall’altra una questione di nero potere. Eppure il giornale che aveva tirato con spregiudicatezza la volata alla nuova vincente cultura laicista come prima conseguenza del voto di qualche giorno prima chiamare in causa la questione dei «posti di comando».

espresso 1974

Il settimanale L’Espresso durante la campagna per il divorzio

Da quella fatidica data del maggio 1974 il progetto che aveva colto allora il suo primo clamoroso successo ha fatto molta strada. Per contro il cattolicesimo italiano ha vissuto un continuo arretramento. Estromesso dalle grandi «leve» della finanza, dei mass-media, della magistratura è stato ridotto a residuo di culto, al volontariato assistenzialista. Com’è accaduto tutto questo?

E’ ciò che Il Sabato ha tentato di ricostruire ripercorrendo la storia di questi tredici anni cruciali, inedita e provocatoria. La tesi è che il potere laicista si sia servito di un «cavallo di Troia». Cioè della forza di un pensiero non cattolico che poco alla volta è divenuto dominante proprio l’interno del mondo cattolico.

Un pensiero che ha puntato sulla separazione tra fede e vita, distruggendo così la ragionevolezza della fede. Così i cattolici sono diventati paladini di valori, portatore di evidenze etiche, anime belle ormai incapace di credere e di annunciare. Ciò in cui si fonda ogni valore ed ogni evidenza. Questa la tesi. La storia che in questo numero comincia porterà tutte le prove e le connessioni.

«E’ finita. Ha vinto il nuovo potere! Lo spirito della classe dominante ha dilagato», constatava Pasolini attorno al ’74. «Il nuovo potere è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi più repressivo che mai; corruttore; degradante». Il 1974 (l’anno del referendum sul divorzio) segna la grande svolta preparata da decenni. L’anima del popolo italiano si scopre non più cattolica, ma totalmente «stravolta, irriconoscibile».

Dove non erano riusciti a far breccia la Riforma protestante, il giacobinismo della Rivoluzione francese, ed il leninismo della Rivoluzione bolscevica è riuscito un nuovo potere. Bisogna partire da qui: dalla disfatta e dalla sparizione dei cattolici e dalla contemporanea affermazione di un nuovo potere. Di solito le storiografie tradizionali sul mondo cattolico macinano a vuoto tesi ed antitesi, piani pastorali, documenti e congressi di associazione in una astorica sacrestia dove si discetta a non finire sulla ministerialità dei laici, ma non si osa guardare alle domande vive e drammatiche dell’uomo. «Gli italiani -è ancora Pasolini a denunciarlo attorno al ’75- sono divenuti in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale».

Non è un caso che l’episodio che incorona il nuovo potere sia il referendum sul divorzio. Scriveva Umberto Eco: «Il 12 maggio è stata la vittoria delle masse popolari ormai a contatto con la cultura moderna». E Pasolini: «La tolleranza in campo sessuale ha allargato enormemente i mercati; perché essa è una componente essenziale della mentalità del consumo, in cui il soggetto deve essere moderno, laico, quindi anche sessualmente libero». E’ uno spunto per capire la natura particolare di quel nuovo potere.

Da via Veneto al Palazzo

Nel febbraio ’49 usciva il primo numero de Il Mondo. Nell’ottobre del ’55 iniziava le pubblicazioni L’Espresso. Attorno a queste riviste di bassa tiratura si trovano Mario Pannunzio, Ernesto Rossi, Arrigo Benedetti, Leopoldo Piccardi, Augusto Guerriero, Alberto Moravia, Mino Maccari, Bruno Visentini, Vittorio Gorresio, Guido Carli e altri giovanotti, fra cui Eugenio Scalfari (che sarà fra i fondatori del Partito radicale).

I militi di questa pattuglia sono di provenienza fascista e antifascista, ma hanno in comune il laicismo anticlericale vecchia maniera: «Questa famiglia -racconta Scalfari- aveva per la vecchia destra storica di Spaventa, di Sella e di Minghetti una vera reverenza e un’assoluta consonanza di sentire». Da Gobetti assumono l’idea guida: «La modernizzazione d’Italia coincide con la sua radicale laicizzazione». Questa pattuglia stipulò dunque un patto d’acciaio con la potente finanza, in cerca di una dimensione politica e culturale che andasse al di là dei confini ormai angusti del Partito liberale e di Benedetto Croce.

Così -come racconta Scalfari nella sua autobiografia di gruppo- «L’Espresso fu il primo giornale italiano a seguire sistematicamente e giornalisticamente i fatti dell’economia e della finanza». In realtà fece molto di più. Vi si buttò a capofitto. E mirò infine a dare un’impronta economicista alla cultura politica italiana, giocando a tutto campo. Così «il nostro gruppo d’opinione -scrive l’Eugenio- ha adempiuto egregiamente al ruolo di “laicizzare” la Chiesa comunista… incalzando il Pci non già verso una riconversione in chiave socialdemocratica, ma in chiave “liberale”» (cioè funzionale agli interessi della nuova borghesia).

Raffaele Mattioli, lo gnomo della Banca Commerciale fu lo stratega e il prototipo di questi grandi borghesi sotto i cui auspici (insieme ai contratti pubblicitari della Fiat di Valletta, dell’Eni di Mattei, dell’Olivetti e della Pirelli) iniziava l’avventura de

L’Espresso & Co.

Ma chi era e donde veniva questa nuova razza padrona? Dopo l’Unità d’Italia la borghesia massonica, conquistato il Palazzo della finanza, costella quegli anni di decine di scandali e ruberie: la Banca Romana, la Banca di Sconto, la Società di Credito Mobiliare, Banco di Napoli, Bastogi.

Il vertice dell’establishment (Fiat, Pirelli, Orlando, Costa ecc.) decide che è più comodo disfarsi delle banche affidandole in gestione allo Stato, creando, attraverso l’Iri, un apparato finanziario statale funzionale all’impero delle «famiglie». Affidano così l’Iri nelle mani di Fiat_logoAlberto Beneduce (membro della Giunta esecutiva del Grande Oriente d’Italia) che colloca Raffaele Mattioli alla Banca Commerciale (Comit) da dove si diramano i legami con la grande finanza Usa ed europea.

Nessuno può nulla contro questa cupola. Beneduce (che non prenderà mai la tessera del Pnf, ma che è il vero potente del ventennio) con l’Iri controlla dunque le tre Banche di interesse nazionale (Comit, Credit e Banco di Roma), l’Ina, la Bastogi, altre banche, grosse fette d’industria (dall’Ansaldo all’Italsider).

Alla sua area d’influenza appartiene anche la Tecnostruttura della Banca d’Italia con Azzolini, Menichella e poi Guido Carli, cresciuto nel salotto di Mattioli. In questo celebre ufficio studi della Comit crescono infatti, a cavallo del 1940, personaggi come Ugo La Malfa, Parri, Merzagora, Amendola, Malagodi, Rodano, Valiani, Carli, Cuccia. Le tre Bin nel ’46 fondano la banca d’affari Mediobanca, affidata al giovane Enrico Cuccia (che aveva sposato la figlia di Beneduce, la signorina Ideasocialista).

Mediobanca diviene il crocevia del potere dal 1946 ad oggi: «Da sempre -ha scritto Gianni Manghetti- il capitalismo nostrano è stato un capitalismo senza capitali… L’impegno delle grandi banche (pubbliche) si è rivelato decisivo per salvare la proprietà di alcuni grandi capitalisti e per garantire lo sviluppo dei loro gruppi». Ecco perché Mediobanca si trova in Gemina, Montedison, Pirelli, Generali, nel rilancio di Mondadori e di Rizzoli: «che sarebbero gli Agnelli, i Pirelli, i Bonomi, i Mondadori, gli Orlando (i De Bendetti ndr) senza Mediobanca?» (Manghetti). Questa dunque è l’intuizione del giornalista-imprenditore Scalfari: saldare l’armata radicale al grande capitale laicista.

Per questo motivo egli è davvero il fondatore del giornalismo economico in Italia. Scalfari potrà così confessare candidarnente: «I rapporti con La Malfa, Visentini, Agnelli erano strutturali e non dimentichiamo la simpatia per Carlo De Benedetti, Leopoldo Pirelli, Orlando, molti dei quali pregai di entrare nella società, alla fondazione di Repubblica… Questo giornale è strutturalmente il portaparola della Banca d’Italia… E’ una platea rappresentativa di tutta la classe dirigente».

Il nuovo potere è vincente quando riesce a chiudere il cerchio nel controllo delle leve del potere finanziario, giornalistico e industriale (ancora una volta sarà Pasolini a cogliere il nesso fra «giornalismo di Palazzo de L’Espresso, di Panorama, de Il Mondo e la nuova forma di potere economico laico che ha prodotto una rivoluzione antropologica unica»).

Potremmo disegnare oggi la geografia del nuovo potere. Nel 1974 la Fiat fu ad un passo dal tracollo e dalla statalizzazione. Dai 34 miliardi di utili del 1968 era precipitata nel 1972 a 15 miliardi (e solo per una integrazione di 20,4 miliardi provenienti dalle riserve). La produzione era crollata. «La crisi era talmente grave che è la stessa Fiat a cercare di mascherarla» scriveva Turani. Nel ’74 la svolta.

Oggi la Fiat ha raggiunto un utile di 2.500 miliardi (dati ’86). E’ passata da un fatturato di 2.400 miliardi del ’74 a 34.000 miliardi dell’86.

In Borsa l’establishment composto da Agnelli, Ferruzzi, De Benedetti, Pirelli e Orlando controlla circa il 60% delle società quotate (dati del Sole-24 ore 26-7-1987); il 21% è delle Partecipazioni statali c’è poi l’impero comunista della Lega delle cooperative che ha raggiunto un fatturato di circa 26.000 miliardi e il resto sono briciole. Questo dominio fa il paio con lo strapotere dei soliti noti nel mondo dell’informazione: i big five controllano i maggiori quotidiani e settimanali italiani con le più grosse agenzie pubblicitarie.

Confessa Giampaolo Pansa con le parole di Speroni nel suo Carte false: «C’è un establishment contro cui i giornalisti non possono andare». E’ una degenerazione che ormai ha travolto anche la satira politica che sempre più si trasforma da denuncia in soffietto. Si tratta di una delle più grosse concentrazioni di potere che la storia d’Italia ricordi; che si è divorata fra l’altro quasi tutta la presenza cattolica nel mondo industriale, finanziario e giornalistico.

Grazie non solo ad un suicidio culturale senza precedenti, ma anche per la complicità di una generazione di cattolici che ha perseguito sistematicamente un programma di smantellamento della presenza sociale e di «distruzione della Chiesa dall’interno» (Paolo VI). E oggi sembra seriamente impegnata a smantellare la presenza politica dei cattolici, visto che Scalfari spiegava il suo flirt con De Mita «per il progetto positivo di De Mita: quello di laicizzare al massimo la Dc».

Preludio di un suicidio

E’ la storia di un tradimento esploso nel 1974. Ma per l’inizio bisogna andare al 1950. Infatti mentre il gruppo di liberals scalfariano, fra via Veneto e la Comit di Mattioli, comincia la sua lunga marcia di conquista, i cattolici assumono (per la prima volta) la guida politica della nazione.

Gianni Baget Bozzo, un protagonista della Dc di allora, nella sua storia del partito cristiano spiega: «Pio XII sviluppò nella sua lunga attività di magistero una sua concezione della dottrina tradizionale: quella dell’autonomia del popolo rispetto allo Stato, dell’ordine etico rispetto alle istituzioni sociali e politiche… Il radiomessaggio natalizio del 1944 affermò che la democrazia era possibile non semplicemente grazie alla presenza delle istituzioni, ma soprattutto per la presenza e la partecipazione politica di un vero popolo. Pio XII rovesciava così il rapporto di causalità tra diritto naturale e diritto costituzionale… Il Papa si rivolgeva a tutti gli uomini, non solo ai cristiani… Egli non vedeva nei partiti una dimensione originaria della libertà civile. Questi infatti appartenevano alla sfera dello Stato. Era importante, piuttosto, costituire strumenti che fossero intermedi tra lo Stato e il popolo, che rappresentassero l’esercizio delle volontà del popolo di difendersi dalle falsificazioni e dalle adulterazioni dei poteri costituiti. Questa fu la linea di pensiero che presiedette all’azione dei Comitati civici».

Aggiunge don Gino Oliosi del «Comitato di Collegamento fra i cattolici»: «Il grande capolavoro di Pio XII sarà la Costituzione italiana che -caso quasi unico- risolve l’annosa aporia fra Stato teocratico e Stato laicista. E’ la sola Costituzione che definisce l’Italia non uno Stato, ma una Repubblica, dove agiscono questi soggetti: lo Stato, le Regioni, i Comuni, i partiti, i corpi intermedi, tutti a pieno titolo. Era una vera rivoluzione. Ma il grande realizzatore di questa visione del Papa fu De Gasperi. Pio XII aveva molto meditato la lezione leniniana: l’idea del partito come soggetto totale (una declinazione della statolatria giacobina) apriva la strada ad un nuovo totalitarismo».

Quale fu il contributo di De Gasperi?

«Egli realizzò un partito che era sì un soggetto politico, ma non un soggetto culturale; che cioè si riconosceva come espressione di una presenza sociale, e che aveva il suo spazio specifico di azione nel confronto, nel compromesso, nella collaborazione, nella mediazione politica con gli altri partiti». Ma una nuova cultura è alle porte, destinata ad avere un enorme influsso sul cattolicesimo italiano: è la lettura italiana di Jacques Maritain (soprattutto di Umanesimo integrale).

«La proposta di Maritain -scrive Scoppola- circolò nei gruppi intellettuali di Azione cattolica, in particolare ad opera di Giovan Battista Montini, ed ebbe perciò particolare presa proprio negli ambienti nei quali si formavano giovani destinati ad assumere notevoli responsabilità successivamente.

Il maritainismo italiano tuttavia è una creatura strana (per di più sconfessata dal filosofo francese). «Esiste un “uso ideologico” di Maritain» scriveva Baget Bozzo nel ’70, quando era ancora direttore di Renovatio.

Quella riduzione italiana di Maritain a ideologia politica si è affermata pian piano, con gli anni, con letture parziali e superficiali. «Si può dire che le tesi di Lazzati -aggiungeva Baget Bozzo- definiscono quella che sarà la piattaforma dell’uso ideologico di Maritain in Italia.

Giuseppe Lazzati

Giuseppe Lazzati, rettore della Cattolica di Milano

Tutto comincia con il ’45. Un gruppo di docenti della Cattolica (Lazzati, Dossetti, Fanfani, Saraceno, Boldrini ecc.) fanno il loro ingresso nella leadership del partito cristiano come tecnici. L’autonomia della tecnica giuridica, economica, politica ci introduce già nel maritainismo. La dottrina sociale della Chiesa come orizzonte politico è superata per i nostri intellettuali dall’idea di nuova cristianità. Sarebbe la stessa dinamica storica a condurre necessariarnente alla nuova cristianità che si incarnerebbe nei valori moderni (della democrazia, della libertà, della giustizia).

Per Lazzati diversa è la sfera «spirituale» da quella della storia che governata da leggi tecniche verrebbe resa sempre più omogenea alla Chiesa. Compito del cristiano sarebbe -in questo contesto- l’uso professionalmente competente di quelle tecniche che inverano i valori della nuova cristianità. I cristiani dovrebbero dunque assecondare questo movimento della storia moderna; la Chiesa invece è stata per lungo tempo «peccatrice contro il mondo moderno».

Giuseppe Dossetti

Giuseppe Dossetti

E’ nell’opera del cardinal Suhard L’essor on dèclin de l’Eglise (tradotto nel ’48 da Turoldo proprio per l’editrice di Cronache sociali, la rivista del gruppo dossettiano) che per la prima volta si introduce la contrapposizione fra integralisti e progressisti. Così ad esempio il fascismo (che per Pio XII è un’espressione moderna dell’immanentismo laicista a compimento della statolatria risorgimentale) per i nostri nuovi intellettuali è un Fascio delle forze reazionarie». Questa lettura del fascismo è -non a caso- identica a quella «azionista» (la culla del nuovo laicismo italiano).

Così, fatalmente per il gruppo cattolico-democratico l’antinomia dell’epoca moderna non sarà fra laicismo ed evento cristiano, ma fra progresso e reazione, dove il pericolo non sarebbe rappresentato dal laicismo quanto dall’integralismo. Si afferma così una cultura che esalta sempre più la modernità ed il suo motore, la nuova borghesia è sempre più legittimata nella sua conquista. Il gruppo cattolico-democratico propugna una doppia riforma, della Chiesa e dello Stato.

La riforma della Chiesa, per liberare la fede dai retaggi dell’epoca sacrale teocratica, doveva accentuare il carattere interiore della Chiesa e della Grazia rispetto al mondo. «La Chiesa -notava Baget Bozzo- non poteva apparire sul piano della storia visibile se non con una presenza silenziosa ed interiore». D’altro canto si attribuiva alla politica, quindi all’unico strumento ritenuto idoneo, il partito, con la sua azione nello Stato, il compito di realizzare la «nuova cristianità», non più «sacrale» ma «evangelica».

«Nella nuova cristianità -spiega ancora lo storico genovese della Dc- la grazia era talmente presente nel processo storico, così immanente alla natura stessa che, senza riferimento diretto alle parole o ai simboli cristiani e nemmeno a quelli religiosi, poteva nascere una cristianità. I valori stessi della nuova storia, identificati nel pluralismo, nella libertà politica, nel regime democratico, divenivano la realizzazione visibile, politica e spirituale ad un tempo, del cristianesimo». Il partito cristiano si avvia così a diventare la levatrice del nuovo potere laicista. E’ chiaro come questa ideologia tolga ogni legittimità a qualsiasi intervento pubblico, storico della Chiesa e a tutte le forme di presenza popolare dei cattolici fuori del partito.

Approdo all’utopia

Ma come si giustifica teologicamente una simile novità? E Lazzati che prendendo spunto dal capitolo sulla «distinzione dei piani» di Umanesimo integrale tenta di fondare teologicamente una nuova categoria, quella di laico (contrapposto al laicista e all’integralista), che opererebbe nella storia non come cristiano, ma come uomo (fondamentale per questa concezione è anche l’opera di Congar del ’53, Jaons pour une théologie dì laicat).

L’abisso fra la Chiesa e la storia si fa incolmabile. E la tecnica politica (ovvero il partito) diventa lo spazio quasi esclusivo della testimonianza cristiana nella storia, e il depositario di un’attesa utopica sostanzialmente estranea al pensiero della Chiesa, che al contrario aveva sempre cercato di difendere gli uomini e la loro vita (personale o di gruppi) dallo Stato e dalla tentazione totalizzante della politica.

Giustamente il cardinale Ratzinger ha scritto di recente: «Quando la fede cristiana decade… insorge il mito dello Stato divino, perché l’uomo non può rinunciare alla totalità della speranza… Il rifiuto della speranza che è nella fede è, al tempo stesso, un rifiuto al senso di misura della ragione politica… il primo servizio che la fede fa alla politica è dunque la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo… Limitarsi al possibile sembra una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini». Fu proprio questa la critica che il gruppo dossettiano mosse a De Gasperi. «Ma la verità -riprende Ratzinger- è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità» (da Chiesa, ecumenismo e politica, p. 143-144, Milano 1987).

Al loro sorgere invece i cattolici democratici sono affascinati dalle «grandi parole»: essi ritengono -al contrario di De Gasperi- che il partito sia insieme soggetto culturale e politico, al contrario di Pio XII, leggono il marxismo come eresia cristiana che può essere depurata della sua metafisica ateista, anziché come ateismo organico e sistematico (perciò saranno continui i travasi e le commistioni fra il maritainismo italiano e i catto-comunisti di Felice Balbo e Franco Rodano).

Come si realizzò dunque quel maritainismo di Cronache sociali? Nel 1953, sul primo numero di Terza Generazione, l’ex dossettiano Baget Bozzo firmerà un’eloquente autocritica: «Abbiamo ridotto le istanze delle masse a bisogno di cibo, di alloggio, di vestiario, di divertimento: abbiamo largamente accettato in pratica le ideologie positiviste del riformismo anglosassone; abbiamo considerato il comunismo come uno ‘scisma’ che sarebbe stato riassorbito se lo Stato avesse compiuto una politica di ‘audaci riforme sociali’.

Di conseguenza non abbiamo visto altra azione possibile che quella dell’efficiente amministrazione statale e quindi nessun altro possibile attivo nostro intervento sociale se non quello offerto dalla politica… attraverso un allacciamento arbitrario e pericoloso fra testimonianza cristiana e azione politica e statale

Il primato del partito

Amintore Fanfani

Amintore Fanfani

Si aprivano così due prospettive: la prima quella fanfaniana, la seconda, quella del gruppo di Base che portava fino alle estreme conseguenze l’idea di pratica politica come tecnica autonoma, e del partito come realtà totalizzante. Fanfani assume il controllo del partito nel ’54. Crea l’ufficio attività culturali, una casa editrice, promuove convegni, centri di studio, riviste. Insomma crea il partito come apparato. Inoltre il suo Stato sociale -attraverso un certo sistema assistenziale e previdenziale- avrebbe voluto mostrare l’attenzione dei cattolici, attraverso lo Stato, per le attese della povera gente. Cominciava però anche l’occupazione dello Stato e il primato del partito sulla presenza sociale cattolica.

Il figlio minore di Cronache sociali è invece la Base. Ma è una specie di trovatello per la cultura che esprime. Nasce da un gruppo di dossettiani lombardi che non accettarono lo scioglimento della corrente di Cronache sociali. Nasce nel settembre del ’53.

Il punto di partenza è la tecnica politica teorizzata da Lazzati. Al convegno costitutivo di Belgirate, Capuani chiede di «dedicare la propria intelligenza alla ricerca di un’ideologia politica adatta al nostro tempo e la propria attività alla realizzazione di tale tecnica in una concreta organizzazione». Orizzonte ideologico dei basisti non è più l’idea di nuova cristianità (che già aveva soppiantato l’uso della dottrina sociale), ma il suo corrispondente storico, la democrazia.

L’ideologia della democrazia -che è un punto di partenza davvero giacobino- si contrappone all’integralismo e alla borghesia reazionaria. Baget Bozzo, che fu uno dei primi ideologi della Base, nota: «Noi più giovani, attraverso gli scritti su Cronache sociali, elaborammo una teoria del partito che voleva una Dc plasmata sul modello leninista del Pci, una sorta di partito etico». Roba da far inorridire generazioni di cattolici.

Niente di più lontano da De Gasperi dunque della Base. Ebbe a dire il vecchio statista trentino a quei giovani: «La Democrazia cristiana non sarebbe stata quella che è attualmente, se davanti ad essa non vi fosse stato un secolo di esperienze del movimento sociale cristiano. La Dc, prima che come partito, è nata come movimento sociale ispirato al Magistero della Chiesa. Dobbiamo affermare che riconosciamo questa paternità e questa origine. La tradizione del movimento sociale cristiano, guidata dall’insegnamento della Chiesa, è la fonte da cui dobbiamo sempre attingere». «Del resto – paradossalmente» nota don Oliosi «la Dc di De Gasperi, debole come apparato, aveva una enorme forza di attrattive e di coalizione, mentre la Dc basista di De Mita è tanto potente e ideologica quanto isolata e sterile».

Baget Bozzo, che per un periodo diresse la rivista La base (come pure Ardigò e Galloni), scriverà negli anni Settanta: «Per Capuani l’autonomia della politica era assoluta. Egli non sembrava rendersi conto di essere il portatore di una novità nella storia del movimento politico dei cattolici: nessuno aveva mai sostenuto nella storia della Dc che la politica non avesse altre norme che quelle ad essa immanenti. La corrente di Base nasceva con questa tesi culturale: l’autonomia assoluta della politica».

Anche Giuseppe Dossetti, ormai fuori del partito, nel ’57 sembra avvertire drammaticamente la gravità di questa prospettiva e infatti identifica il laicismo più insidioso e pericoloso come quello contenuto «in certe tendenze democratico-cristiane… nel modo di pensare la politica… nel parlare equivocamente (questo, secondo me, è stato uno dei peccati più grossi che abbiamo commesso) di tecnica politica, per attribuire poi a questa pretesa tecnica una zona di autonomia dimenticando che la tecnica politica non esiste… Il pericolo di una deflagrazione laicista in Italia è più nelle nostre mani che in quelle altrui».

Accadeva curiosamente che mentre il gruppo catto-comunista di Rodano, che propugnava un’egemonia del Pci, con la rivista Il nuovo spettatore riconosceva ancora un ruolo alla Chiesa (la salvaguardia dell’umano nella società borghese), la rivista della Base -che sosteneva con forza l’idea di un’egemonia democristiana- non riconosceva alla Chiesa alcuna funzione.

Era inevitabile che questo gruppo incontrasse fin dalla sua nascita l’entusiasmo della borghesia laicista, impegnata nella sua marcia di conquista, che da decenni carezzava il sogno di una corrosione protestante del cattolicesimo italiano per estromettere definitivamente la Chiesa dalla società italiana (Gobetti).

I cattolici protestanti

Questa corrosione protestante del cattolicesimo politico è ancora più esplicita fra i cattolici intellettuali (fra gli epigoni del gruppo di Cronache sociali) che dal ’74 va sotto la definizione cattolici democratici. Il un gruppo che va da Ardigò, Pedrazzi e Alberigo di scuola dossettiana, al vecchio Lazzati, agli altri della Lega Démocratica (fra cui Scoppola, Bolgiani, Gaiotti), a padre Sorge con La Civiltà Cattolica, alla Fuci e il Meic che costituiscono anche la dirigenza dell’Ac, fino agli indipendenti di sinistra -già cattolici- Bassanini, La Valle, Pratesi, Gozzini, Brezzi e tutta la Dc basista con quell’area di «tecnici» che si raggruppa attorno a De Mita: Andreatta, Prodi, Orfei ecc.

La democrazia come orizzonte storico è l’ideologia di questo gruppo. E, in particolare, la democrazia realizzata e compiuta come corrispondente storico di una Chiesa ‘purificata’ dalla storia e dal ‘potere’, ridotta ad una fra le tante «agenzie di senso» (la formula è fucina), o pulpito di morale. Il referendum sul divorzio porterà alla luce il partito catto-democratico. Il gruppo dirigente dei cattolici del No proviene dal gruppo del Mulino: Scoppola, Pedrazzi, Prodi.

Il gruppo di giovani (cattolici e non) del Mulino fin dagli anni ’50, del dibattito con Terza Generazione, sostenevano l’inesistenza di una dimensione sociale autonoma dai partiti e dallo Stato. Mancini e Matteucci, del Mulino, nel ’54 chiedevano ai giovani democristiani di accettare «l’illuminismo moderno e il ruolo egemonico della cultura laica sullo Stato e dello Stato sulle masse». Non a caso le due menti dell’attuale, discussa, riforma istituzionale, Pasquino (Sinistra indipendente) e Ruffilli (Dc), provengono entrambi da Il Mulino (come anche Paolo Prodi, collaboratore di De Mita). Il cattolico Luigi Pedrazzi, al tempo direttore della casa editrice Il Mulino, fu infine il più attivo tra i cattolici del no.

«Questi cattolici intellettuali» spiegava dunque Scoppola «hanno anticipato sul piano culturale quella condizione di diaspora di cui in seguito si faranno interpreti e propagandisti, sul piano politico, anche alcuni che erano allora saldamente inseriti nelle strutture organizzative e centralistiche del mondo cattolico» (da La nuova cristianità perduta, Studium Roma, 1985).

E’ appunto quest’area intellettuale che compie la grande trahison des clercs. Nella primavera del ’74, ottantadue intellettuali cattolici, tra cui Scoppola, Pedrazzi, Alberigo, La Valle (già direttore de Il Popolo e poi nel ’76 candidato con il Pci, insieme a Brezzi, Pratesi e Gozzini che era stato l’estensore del catechismo della Cei), Orfei (oggi fra i più ascoltati consiglieri di De Mita) Paolo Prodi (sopra citato) e Nuccio Fava (già dirigente della Fuci e oggi nominato direttore del Tg1) si schierano pubblicamente, nel referendum sul divorzio, per il no all’abrogazione, contro l’indicazione delle gerarchie ecclesiastiche.

E’ una vera tragedia per la Chiesa italiana. Comincia cosi una vera ecatombe: sono 1473 i preti che si ribellano pubblicamente ai vescovi in tutta Italia (emblematico l’assistente della Fuci di Venezia, sospeso da Luciani). L’Azione cattolica presieduta dell’attuale direttore dell’Osservatore romano Mario Agnes (800mila iscritti) il 9 marzo votò un comunicato (36 favorevoli, 4 astenuti e 20 assenti) dove si sosteneva che i cattolici avrebbero dovuto votare secondo coscienza. Paolo VI avvertì come una disfatta personale il tradimento di quel gruppo di intellettuali. Lo stesso Maritain aveva sconfessato pubblicamente questo maritainismo italiano.

Il dolore di un Papa

Paolo VI

Paolo VI

Per questa vicenda insieme ai dilagare di disinvolte teologie e del pensiero marxista dentro la Chiesa stessa, il Pontificato di Paolo VI prende contorni drammatici. Il vecchio Pontefice grida il suo dolore perché «da qualche parte il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio». Accade che «la confusione, la disgregazione è purtroppo entrata ora in non pochi ceti della Chiesa… L’apertura al mondo fu una vera invasione del pensiero mondano nella Chiesa… Noi siamo stati forse troppo deboli e imprudenti» (1973).

L’8 dicembre del ’74, nell’esortazione Apostolica Paterna cum benevolentia, Paolo VI parla di «coloro che tentano di abbattere la Chiesa dal di dentro. Ma è durante l’Anno Santo del ’75 che ripete: «Alcuni nostri figli… permangono in posizione di incertezza dottrinale, quando non siano di critica distruttrice, di diffidenza ostile, di convivenza con ideologie antitetiche al Vangelo e alla Chiesa… Alcuni hanno trasformato la positiva testimonianza, che il Popolo di Dio si attendeva da loro, in arrogante funzione di giudici e di critici della pur sempre Santa Chiesa di Dio (…). Cara nostra Chiesa! Ha prevalso in alcuni l’opinione personale, e forse egoista, sul pensiero dichiarato della Chiesa».

In questo grido di dolore accanto a Paolo VI ritroviamo il vecchio Maritain, che nella sua ultima opera, Le paysan de la Garonne, quasi un testamento spirituale, constata amaramente che la storia non ha affatto camminato verso la Chiesa, come egli aveva immaginato, e che anzi «la Chiesa si è inginocchiata davanti al mondo. Ma, a dire il vero, già da alcuni anni i segnali erano inequivocabili. Nell’estate del ’69 il quasi centenario Giuseppe Prezzolini scriveva per La Nazione un articolo profetico: «La liqudazione della Chiesa». Constatando la grande ansia di rinnovamento della Chiesa, il vecchio intellettuale agnostico osservava (anche un po’ dispiaciuto): «Questa è la strada per diventare come una delle tante sette protestanti e da ultimo, nel tentativo di adeguarsi all’oggi, di creare un doppione della civiltà moderna. Ma di qualità inferiore all’originale».

*  *  *

DIVORZIO E DINTORNI. LA GRANDE DISFATTA IN NOME DI VALORI.

divorzio_referendumE’ il maggio 1974. Una data fatidica. Al referendum per il divorzio l’Italia si spacca in due. Da una parte il fronte del Sì all’abrogazione guidato da Fanfani, dall’altro quello del No guidato dall’Espresso. Ogni pronostico viene sovvertito. I no vincono a valanga. Quello che Andreotti aveva temuto e in ogni modo cercato scongiurare si avvera.

All’indomani della vittoria l‘Espresso chiede subito la resa dei conti, non in termini di mutamenti di costume, ma di cambiamenti di potere. Ma come si era arrivati ad uno scontro simile? In nome di che cosa i cattolici l’avevano voluto? E dove stava l’errore? Il Sabato con una ricostruzione inedita e sotto certi profili clamorosa, verifica errori, miopie ed equivoci. La sentenza? Il 1974 fu la sconfitta di un cristianesimo arroccato in difesa dei valori e ormai rivitalizzato. Intanto il grande potere laicista conquistava nuove poltrone e partiva all’assalto delle poltrone altrui. La guerra all’Ambrosiano partiva in quei giorni…

Preludio del voto sul divorzio fu il cambio di guardia alla Confindustria. Lombardi, cattolico, venne sostituito da Gianni Agnelli. Intanto l’Espresso, con Eco e Scalfari, inizia la sua offensiva contro alcuni centri di potere economico. Nel suo obiettivo c’era anche l’Ambrosiano. Ispiratore era il misterioso Bancor, che poi si capì essere Guido Carli.

Sul referendum sul divorzio si giocò una grande scommessa politica. Nella Dc dovette piegare invece la cautela di Andreotti che sua Concretezza aveva sin dall’inizio capito quale conseguenza un eventuale sconfitta avrebbe portato.. Andreotti propose anche una via di uscita con una riforma. Ma il fronte antidivodista bocciò il progetto. Così si arrivò alla prova di forza con esiti disastrosi ben noti

Il 1° dicembre 1970 è sanzionata la legge Fortuna-Baslini che introduce il divorzio in Italia. Contemporaneamente un gruppo di 25 intellettuali (per lo più cattolici) lancia una raccolta di firme per l’indizione di un referendum abrogativo della legge.

Si moltiplicarono i contatti dei partiti laici (e del Pci) con la Dc per correggere la legge ed evitare così il referendum. Fra le varie proposte di revisione ve ne fu una di Giulio Andreotti. «Le conseguenze del referendum» scriverà Andreotti «ci preoccupavano anche indipendentemente dal risultato, per il fatto di veder parlare gomito a gomito alle folle, ed entrare nei salotti i comunisti e i liberali, i socialisti, i socialdemocratici e gli amici di La Malfa».

Andreotti insomma temeva che un simile referendum finisse per provocare per la prima volta un pericoloso patto d’acciaio anticattolico fra tutti i laici: un evento dalle conseguenze imprevedibili. Ed anche il Papa, con monsignor Bartoletti, aveva lo stesso timore. Con un articolo su Concretezza dunque Andreotti proponeva un doppio statuto: l’indissolubilità per i matrimoni concordatari (contratti cioè in chiesa) e la dissolubilità per i matrimoni civili.

Era una via d’uscita realista e dignitosa. Paradossalmente furono proprio i cattolici del Comitato per il referendum i più ostili a quella proposta: «Il referendum s’ha da fare e si farà» risposero. E diffidarono la Dc dal tentare ulteriori modifiche per evitare il referendum. Anche i radicali e Fortuna, sull’altro fronte, erano per celebrare ad ogni costo il referendum. Così, dopo due anni di rinvii, la consultazione veniva messa in calendario per il 12 maggio ’74.

Il risultato fu disastroso. Non solo per il numero dei Si (appena 13 milioni). Come temeva Andreotti si presentò ai laici una ghiotta occasione, attesa da anni, per «suonare la carica» (l’espressione è di Scalfari). Così anche Moro, nel luglio ’74, lamenterà l’imprudenza di «quei cattolici che, sia pure per generosa passione, hanno portato ad una grande prova senza avere sufficiente consapevolezza della fragilità di valori ideali calati nella realtà di una società in rapida evoluzione». Ma chi erano dunque questi cattolici e quale fu la loro scommessa?

Gli equivoci del referendum

Fra i promotori del referendum c’erano anche uomini come Augusto Del Noce e Giorgio La Pira, così come c’erano Ada Alessandrini (già dirigente nazionale dell’Udi) e Lina Merlin (senatrice socialista), ed i vecchi geddiani. Ma il nucleo dirigente del Comitato (quello che rifiutò ogni proposta di modifica della legge) proveniva proprio da quei cattolici intellettuali da cui emersero anche i cattolici del no («questi ultimi non senza collegamento con settori dell’istituzione ecclesiastica» ha scritto lo storico Andrea Riccardi su Il Regno).

«Entrambi gli schieramenti» scriverà Scoppola alcuni anni dopo «esprimevano elementi importanti di una comune tradizione culturale». Ai convegni di Lucca del ’67, di San Pellegrino del ’63, alle settimane sociali, si era elaborata un’analisi comune della secolarizzazione. E’ lo stesso Scoppola ad ammetterlo: «Non era riconducibile semplicemente a un’idea di destra quella che ispirava, nella sua originaria elaborazione, la proposta abrogativa… Nasceva anzi in taluno dei proponenti da un’approfondita riflessione sul significato e sugli esiti ambigui… della “sfida tecnologica”».

E’ emblematico che all’interno della Cei il più defilato fosse il cardinal Siri che -secondo Andreotti- «non firmò la richiesta di referendum e disse ai preti e alle suore della diocesi di fare altrettanto». Così il Comitato si muove dentro le coordinate profilate da Lazzati con la sua nota «distinzione dei piani»: critica la Cei rea di aver trasformato una battaglia civile in una guerra clericale; sostiene che «le strutture della società civile hanno una loro logica naturale laica e l’indissolubilità del matrimonio è un valore squisitamente civile e laico»; si oppongono sia «agli integralisti laicisti… che agli integralisti cattolici che non riescono mai a vedere la realtà sociale come una realtà che ha valori propri ed espressioni autonome e quindi considerano problemi sociali sempre e soltanto in chiave strettamente religiosa» (Cotta).

Del resto le stesse motivazioni del referendum sono prese “in blocco” dal Lazzati-pensiero. Nel novembre del ’48, un noto editoriale di Lazzati su Cronache sociali, dal titolo Azione cattolica e azione politica, sanzionava due diversi tipi di azione del cristiano: «Quello naturale e quello soprannaturale, cioè quello tecnico e quello spirituale… nel primo egli agisce in quanto uomo, nel secondo in quanto cristiano». E guai alle commistioni. Lazzati tuttavia individuava delle res mixtae che potevano straordinariamente chiedere ai cristiani di varcare la soglia “spirituale” per impegnarsi nella sfera sociale: una di queste materie era appunto il matrimonio.

Si hanno così due fazioni cattoliche (una per il si, l’altra per il no) allievi degli stessi maestri, che ingaggiano su sponde opposte un’identica battaglia: quella dei valori. La divergenza era solo sui posti in classifica: i primi ritenevano di dover «salvaguardare innanzitutto il valore fondamentale della famiglia… per bloccare la corsa della società permissiva… e per una ripresa di serietà nella vita associata». I secondi mettevano al primo posto «i valori del pluralismo civile e della libertà di coscienza».

Per uno strano, inquietante fenomeno il mondo cattolico italiano si impregna di un positivismo volgarizzato e diffuso, che inavvertitamente sostituisce Cristo, sorgente di una creatura nuova, con una speranza vaga e impotente nei valori. I cattolici si riducono -secondo le parole di Feuerbach- «a testimoni di un’assenza, che vivono delle elemosine di secoli ormai trascorsi».

Dominava insomma la pia illusione che il tessuto morale del popolo italiano fosse accora impregnato di un senso comune di derivazione cattolica (e che comunque questo bastasse, e definisse il volto del cristiano nel mondo). Così si diffusero sondaggi preelettorali che davano i sì al 69%, e soprattutto si dichiarava ai quattro venti che la base comunista avrebbe in massa votato sì (secondo la vecchia fissazione della scuola dossettiana per cui la classe operaia era l’unica oasi morale integra e non corrotta dal borghesismo).

Si infilava così la Chiesa nel cul de sac dei valori. «L’errore sul quale erano fondate tali speranze» per dirla con Carl Schmitt «è paragonabile a quello del nobil cavaliere, il quale vede un riconoscimento del suo cavallo ed una assicurazione della sua esistenza cavalleresca nel fatto che la tecnica moderna calcola l’energia in cavalli vapore».

Così i cattolici italiani (imbevuti di ideologia maritainista) convinti che i valori della pace, della responsabilità, della libertà rappresentassero la realizzazione storica della fede (o fossero la fede tout-court) non erano neanche sfiorati dal dubbio sulla loro consistenza. E come il nobil cavaliere di Schmitt non vollero capire che i cavalli-vapore hanno in comune con il noto quadrupede appena il nome.

Ecco perché Umberto Eco, esultando su L’Espresso per la vittoria dei no, poteva scrivere con disprezzo: «Di fronte c’era la disinformazione, il rifiuto ottuso di leggere i nuovi libri, la scrollata di spalle dello stupido che assiste alla presa della Bastiglia e dice: ‘ragazzate’».

E intanto i gesuiti…

Ragazzate infatti non erano. Per anni i cattolici avevano continuato a pascersi di vento illudendosi sulle «magnifiche sorti e progressive» della fede, surrogata nel mondo moderno in una specie di religione dei valori. Emblematico il caso de La Civiltà Cattolica in quel 1974.

L’ordine dei gesuiti in Italia stava subendo in quegli anni un vero crollo (nel periodo 1900-1950 in media 40 giovani ogni anno entravano nei loro noviziati in Italia; nel periodo 1970-1975 la media era di 2 l’anno). I gesuiti de La Civiltà Cattolica erano fra i più convinti assertori di una grande universale religione dei valori fino alla sostanziale riabilitazione ecumenica della massoneria: «Sul piano operativo» scriveva la rivista in quel 1974 «esistono diversi punti di contatto: l’impegno in difesa della libertà e dei diritti dell’uomo, le opere di beneficienza, la posizione assunta nei confronti del materialismo».

Filantropia massonica e carità, per i padri gesuiti erano tutt’uno (in quegli anni peraltro la filantropia delle grandi organizzazioni massoniche internazionali consisteva -come si sa- in colossali finanziamenti a piani di sterilizzazione e aborto di massa nel Terzo Mondo).

Bartolomeo Sorge sJ

padre Bartolomeo Sorge

Per padre Sorge i cattolici «sale della terra» devono guardarsi non tanto dal sale che diventa insipido (come fa il Vangelo) ma dal «trasformare il mondo in una saliera». Per questo fin dal 1968 Giovanni Caprile s.j. era stato fra i promotori delle «Conversazioni cattolico-massoniche» con dirigenti del Goi come Roberto Ascarelli e Augusto Comba (valdese).

Nel luglio del ’74, rendendo pubblica una lettera del cardinal Seper (Prefetto della Sacra congregazione per la dottrina della fede) al cardinal Krol, La Civiltà Cattolica lascia presentire addirittura una caduta della secolare scomunica: «possa ciò favorire quel dialogo» scriveva la rivista «a cui la Chiesa è sempre disposta, nel comune interesse di servire il mondo e di affrancarlo dal prevalere delle forze della materia, in nome dei valori spirituali e di una fede, spesso comune, nell’unico vero Dio, al di sopra di ogni appellativo Padre di tutti!» (il corsivo è nostro, ndr).

Era la prima volta, dopo due secoli e 450 documenti di condanna da parte della Chiesa, che una fonte cattolica identificava il dio massonico con una «fede comune nel Dio Padre di tutti» (bisognerà attendere il 1981 perché una nuova Dichiarazione scritta della Sacra congregazione, tronchi ogni ambiguità ribadendo da parte della Chiesa la condanna della massoneria e la scomunica per i suoi aderenti).

Ma è impressionante collocare questo abbraccio sui valori comuni accanto al contemporaneo progetto di potere della finanza laicista di quegli anni e alla devastazione umana che quel progetto doveva determinare: «Le vittime principali di questo penitenziario sono i giovani …che stanno pagando questa falsità -il cinismo del nuovo potere che ha tutto distrutto- nel modo più atroce» scriveva Pasolini proprio in quel 1974.

E’ ancor più impressionante ricordare che molti anni fa Comte auspicava nei gesuiti un mutamento che li rendesse «utili ausiliari che potranno aiutare a riorganizzare l’Occidente, purché riconoscano la normale superiorità della religione positiva». Scriveva un suo discepolo: «Comte non ha tentato la folle avventura di sovvertire il quadro dei valori… egli oppone alla Buona Novella il Vangelo del buon senso sistematizzato».

Ma, osservava il De Lubac, «il buon senso non basta per portarci il Verbo della salvezza… Noi crediamo che la minaccia positivista sia una di quelle che gravano più pericolosamente sopra di noi… Essi (i positivisti) seducono i credenti con formule equivoche, con lo scopo, secondo Comte, di meglio evacuare lo spirito cristiano… Anche uomini di Chiesa troppo poco curanti del Vangelo» aggiungeva De Lubac «si lasciano adescare… Essi sono seguiti da un periodo di assimilazione spontanea e la fede, che un tempo fu adesione vitale al mistero del Cristo, ora si riduce a non essere altro che un attaccamento ad una formula di ordine sociale, essa stessa falsata e sviata dal suo fine. Apparentemente senza crisi, sotto esteriorità che sono talvolta il contrario di un’apostasia, questa fede si è lentamente svuotata della sua sostanza» (da Il dramma dell’umanesimo ateo).

Di fronte ad «un cristianesimo sempre più minorato, semplificato, e ridotto in fine a teismo vago e impotente» (Comte), il profeta del positivismo può proclamare ai suoi: «Impadronitevi del potere… Non bisogna dissimulare che i servitori della religione dell’Umanità oggi finiscono per eliminare radicalmente i servitori di Dio da ogni posto direttivo degli affari pubblici… Quanto a quelli che vorrebbero invece combinare Dio e l’umanità, la loro inferiorità mentale è evidente, polche vogliono conciliare due regimi totalmente incompatibili».

La notte dei valori

Quella dei valori è una notte dove tutte le vacche sono nere. Così lo stesso padre Caprile scorgeva nella contestazione della Chiesa «un segno dei tempi, cioè un avvenimento attraverso il quale lo Spirito che parla alla Chiesa stimola a riflettere sulle proprie responsabilità… raccogliere queste voci positive, approfittare della contestazione per far maturare un nuovo stile pastorale» (Concilium, 7, ’71).

La riduzione del cattolicesimo alla grande religione dei valori, la riduzione della carità a filantropia, la sostituzione del dogma con un vago umanitarismo, «trasforma la Chiesa» come dichiarava lo storico Gianni Vannoni «in una massoneria per il popolo».

La religione dei valori semplicemente è la fine della Chiesa. «La sconfitta degli antidivorzisti» notava nel ’74 un cattolico antidivorzista come Rodolfo Quadrelli «è dovuta anche alla banalità giuridica e sentimentale con cui la battaglia è stata condotta… Una Chiesa sentimentale» aggiungeva «che si esprime in una prosa melensa, timida, euforica non può opporsi al divorzio. E infatti… poco tempo fa, il portavoce della Cei difendeva l’indissolubilità del matrimonio adducendo la comune credenza dell’umanità, ‘visibile perfino nelle canzonette’, diceva. Il lettore capirà» concludeva Quadrelli «a cosa egli alludesse: all’amore romantico di due che si promettono fedeltà eterna, cioè a quella nauseosa porcheria che può essere sopportata soltanto da una plebe che non è più popolo, che non ha più dignità né grandezza, che tollera la propria condizione soltanto perché non possiede niente di meglio».

Era gioco facile perciò per Raniero La Valle (uno dei cattolici del No poi candidato nelle liste del Pci) rovesciare l’accusa di ‘secolarismo’ sugli antidivorzisti: «Quando dei cristiani riducono tutto il discorso ad una dimensione puramente umana e giuridica dietro c’è una teologia, ma è la teologia della secolarizzazione radicale, è la teologia della morte di Dio» (da Per una scelta di libertà).

Fin dall’Unità d’Italia, scrivono due storici protestanti, Aurelio Penna e Sergio Ronchi (Protestantesimo, editore Feltrinelli), «si era avuta l’impressione che gli statisti italiani volessero dar mano libera al protestantesimo come arma nella lotta contro la Chiesa cattolica».

Con il ‘900 «tra i nomi di maggiore rilevanza c’è Giuseppe Gangale, stretto collaboratore di Piero Gobetti, che fu l’animatore del cosiddetto ‘neoprotestantesimo’ verso il quale indirizzarono la propria attenzione anche… Lelio Basso, Ugo La Malfa e Giorgio Amendola» (che era poi l’entourage di Mattioli alla Comit).

L’antico sogno laicista cominciava dunque negli anni ’70 ad avverarsi. Era una vittoria storica di portata enorme. Così all’indomani del referendum del 12 maggio in un editoriale L’Espresso scriveva: «Sta di fatto che gli italiani devono essere grati alla Dc, al suo capo, alla Cei e a quei leader cattolici che hanno voluto ed imposto al Paese una prova assurda e tuttavia non inutile. Mai un test etico-politico, applicato ai nostri connazionali, era approdato ad un risultato più confortante».

La sconfitta di Fanfani

Il vero sconfitto fu Fanfani. Il referendum «è innanzitutto la sconfitta di Fanfani, cioè dell’ultimo rappresentante dell’ambiguità dossettiana e post-dossettiana» (Raffaele G. Longo, La sinistra cattolica in Italia, Bari ’75). Il segretario Dc aveva fatto una grossa scommessa politica sul referendum. Intendeva coagulare attorno ad un progetto di repubblica presidenziale, e al potere economico delle Partecipazioni statali (con Cefis), una grande opinione pubblica orientata sui valori tradizionali, verso una prospettiva di tipo gollista.

«Attraverso Cefis» scriveva L’Espresso del 31 marzo ’74 «Fanfani si è assicurato il saldo appoggio dell’ala basista di Marcora e De Mita». E’ curioso che proprio questa sinistra Dc, peraltro dichiaratamente filo-divorzista, facesse blocco con il progetto di Fanfani. Il risultato segnò il tracollo definitivo del Fanfani-pensiero, ovvero dell’ultima traduzione politica ‘dossettiana’ (di lì a poco anche Cefis uscirà di scena). Ma quel blocco d’alleanze è significativo. Cosa poteva saldare Fanfani, i basisti e Cefis (sostenuto da Cuccia e Carli)?

Si tratta di un episodio-chiave i cui antefatti meritano di essere raccontati. Era stato Enrico Mattei a volere e finanziare la nascita della corrente di Base nel 1953, con 3 milioni affidati a Marcora (che fu vice di Cefis nelle brigate partigiane) per finanziare una rivista politica. La corrente di Base serve a Mattei come copertura politica per i suoi traffici e i suoi progetti nell’industria di Stato. Dove peraltro sarà appoggiato anche da Fanfani che vi intravede la possibilità di sottrarsi ai condizionamenti della Confindustria e di realizzare una terza via dossettiana in economia.

Mattei del resto si era formato alla scuola ‘maritainiana’ della Cattolica dove, insieme a Dossetti, Lazzati e Fanfani insegnava Marcello Boldrini (il suo maestro, che poi Mattei vorrà alla presidenza dell’Agip), convinto assertore dell’intervento statale in economia (che per Sturzo era come fumo negli occhi).

Questo gruppo di potere sarà curiosamente riconosciuto e accettato dall’establishment della borghesia laicista: è grazie al finanziamento di Mattioli (la Comit sborsò un miliardo) che Mattei (in odore di massoneria come Mattioli) pose le fondamenta dell’Eni.

Così anche l’Iri del Gran Maestro Beneduce accoglierà una nuova classe dirigente: Marcello Glisenti (che aveva diretto Cronache sociali di Dossetti), Felice Balbo e poi Pasquale Saraceno (‘maritainiano’ convinto e dirigente dei Laureati cattolici). Saraceno (che nel ’74 sarà fra i firmatari dell’appello dei cattolici del no con Scoppola, La Valle ecc.) con la Svimez -il centro studi dell’Iri per il Mezzogiorno- è il grande ispiratore della politica di programmazione e di controllo pubblico dell’economia che porterà alla nascita della Cassa per il Mezzogiorno.

Sulla sua posizione convergono sia la Base (Mattei intravedeva nella Programmazione una grossa chance per la sua Eni) che Fanfani e Moro. I convegni di San Pellegrino del ’62 e ’63, non a caso, vedranno in primo piano Saraceno, Andreatta e Ardigò. E’ una politica che raccoglie l’appoggio entusiasta de L’Espresso di Scalfari e dei gruppi finanziari che esso rappresenta, che fin dagli anni Trenta avevano capito i vantaggi dell’intervento statale in economia.

Sarà lo stesso Scalfari nel suo ‘memoriale’ che ricorda «fra coloro che dedicarono una vita a realizzare quel progetto per tanti versi illuministico, oltre a La Malfa, a Lombardi e ad Antonio Giolitti, anche Pasquale Saraceno, i democristiani della corrente di Base, il folto gruppo dei cosiddetti ‘giovani economisti’ e cioè Sylos Labini, Andreatta, Spaventa, Pedone, Lombardini, Forte… la Banca d’Italia, il cui direttorio era allora composto da Carli, Ossola e Baffi. Nella medesima direzione osserva Scalfari «si muoveva lo staff della Comit, guidato da Mattioli, Bombieri e Cingano».

Scalfari parla e scrive con devozione di Mattei che peraltro contribuì ‘finanziariamente’ alla nascita de L’Espresso e che da questo sarà sostenuto non poco. E’ a Mattei che Scalfari confida per primo il progetto di fondazione di un nuovo giornale: del resto il grosso della redazione de La Repubblica proverrà da Il Giorno di Mattei (ad esempio Giorgio Bocca e Mario Pirani, vice di Scalfari che era stato uno stretto collaboratore di Mattei). Una curiosità. Proprio in quegli stessi anni all’ufficio studi dell’Eni sarà assunto -anche per le raccomandazioni de] professor Faleschini- il giovane Ciriaco De Mita, che fonderà poi la Base nel Meridione.

Il successore di Mattei, Cefis, sarà anch’egli nelle grazie di Scalfari, oltreché in quelle di Carli e Cuccia. E del vecchio Mattioli, che dopo la morte di Mattei, confiderà a Giancarlo Galli: «Adesso mi restano Agnelli e Cefis e qualcosa di Cuccia». Del resto il gruppo di potere Mattei-Cefis aveva fatto blocco comune con l’oligarchia laicista contro altri finanzieri o industriali legati all’area cattolica. Questi antefatti spiegano perché nel ’74 Cefis, insieme a Fanfani e la Base, goda ancora dei favori di Carli e Cuccia. Ma è l’inizio della fine. I ‘privati’ (Agnelli, Visentini, La Malfa e Pirelli) cominciano a rompere l’alleanza con Cefis che tende a diventare sempre più potente e ingombrante.

Nello stesso anno esce Razza padrona dei «tamburini» Scalfari e Turani: un attacco durissimo all’industria di Stato di Cefis che pochi anni prima avevano osannato. E’ la carica. Il referendum sul divorzio deve decidere le sorti di questa guerra. Sta finendo il placet che la finanza laicista aveva concesso a questi cattolici ‘laicizzati’ (Mattioli muore nel ’73).

La carica de L’Espresso

Fu dunque un referendum politico. Fanfani era quasi certo di vincere. Forse anche per questo aveva risposto picche al tentativo di Andreotti di evitare il referendum (Fanfani del resto aveva bisogno di un pronunciamento plebiscitario dell’opinione pubblica per il suo progetto neo-gollista). Ma, come Andreotti aveva previsto, il referendum innescò la grande riscossa laicista.

Infatti è proprio con il 12 maggio che gli assetti del potere nazionale subiscono una svolta radicale, con una escalation precipitosa e impressionante. Il governatore della Banca d’Italia vola a New York in primavera e il New York Times scrive: «A tenere in pugno la soluzione della crisi italiana non sono gli uomini politici di Roma, ma le principali potenze monetarie del mondo». L’asse Cuccia-Carli-La Malfa (a Mediobanca, alla Banca d’Italia e al governo) è la quinta colonna laicista nel Palazzo, ma il generale è mister Fiat.

Eugenio Scalfari

Eugenio Scalfari

Il tamburino dell’esercito, Scalfari, lo scrive chiaramente su L’Espresso alla vigilia del referendum: «Agnelli è il punto di raccolta oggettivo di tutte le forze che si opponevano all’avanzata di Fanfani e Cefis… dai liberali ai comunisti… La presidenza della Confindustria assumeva in questo contesto il significato di un messaggio in codice, una specie di squillo di tromba prima della carica». Infatti in primavera era stato Umberto Agnelli, parlando al centro Il Mulino di Bologna, ad attaccare la Confindustria del cattolico Lombardi.

Puntualmente di lì a poco Renato Lombardi è defenestrato, sostituito dallo stesso Giovanni Agnelli grazie all’alleanza con Pirelli, Orlando e Visentini. Ma per suonare la carica bisogna aspettare il 12 maggio. Non si tratta solo di sconfiggere Fanfani e Cefis (antico alleato), ma anche di eliminare tutta la presenza cattolica nel mondo economico.

Scalfari, su L’Espresso, fa nomi e cognomi. Il 31 marzo scrive ad esempio un editoriale intitolato: «Due, tre cose sul Banco Ambrosiano». E vi sostiene: «Il Banco Ambrosiano è divenuto uno dei gruppi più pericolosi della finanza italiana». Guarda caso proprio in quel periodo hanno in corso grosse e delicate operazioni finanziarie: la Centrale (Ambrosiano), la Invest (gruppo Bonomi), la Generale Immobiliare (gruppo Sindona), Fingemina (Cefis), e Finambro (Sindona). Carli e La Malfa riescono a prorogare per mesi le relative autorizzazioni.

A sostenerli in questa condotta, sull’Espresso oltre a Scalfari e Visentini, compare un misterioso collaboratore che si firma Bancor: si verrà a sapere alcuni anni dopo che si trattava (incredibilmente) dello stesso governatore della Banca d’Italia Carli: «in quell’occasione (la lotta contro Sindona) il gruppo, che s’era diviso nello scontro con Cefis, si ricompattò» scrive Scalfari «perché dalla stessa parte si schieravano, oltre a noi (cioè Agnelli, Visentini, La Malfa e Pirelli), anche Carli e Cuccia». Il referendum segna la svolta decisiva di questo colossale braccio di ferro.

Subito dopo il referendum L’Espresso (19 maggio) apre con un titolo rivelatore: «Cento poltrone da occupare subito». E per chi non avesse capito ancora più chiaro è il sottotitolo: «Conclusa col voto di domenica la battaglia per il divorzio, si apre quella per i posti di comando in alcuni settori chiave della vita pubblica italiana: banche, potentati politici, Rai-Tv, quotidiani. Nelle prossime settimane il chi è del potere subirà una vistosa revisione. E Scalfari personalmente commenta: «Il voto del 12 maggio ha certamente rafforzato l’ala ‘laica’ della Confindustria, della quale Agnelli, Pirelli e Visentini sono i naturali rappresentanti».

Una questiona di poltrone

Subito dopo il referendum si fa decisiva anche la guerra del nuovo potere (con Cuccia a Mediobanca e La Malfa nel governo) contro un corpo estraneo, l’italo-americano Michele Sindona (che godeva la fiducia delle banche cattoliche): il 27 settembre La Malfa impone la liquidazione coatta della Banca Privata Italiana. Sindona sta crollando.

Il personaggio era strano e come tutti gli gnomi non era uno stinco di santo. «Voleva a tutti i costi essere il più grande» hanno scritto Panerai e De Luca. E aggiunge Giancarlo Galli: «Il trionfo di Sindona avrebbe significato per i nostri finanzieri la loro emarginazione». Per questo fu stritolato. I tamburini del nuovo potere han ripetuto in mille lingue che Sindona fu fatto fuori perché era un corrotto: ma c’è da pensare piuttosto che si potesse dire peste e corna di lui proprio perché aveva perduto. E’ la legge degli gnomi.

Le alchimie finanziarie degli gnomi vincenti, infatti, in questi anni, hanno ben superato lo spregiudicato Sindona. Non è stato forse Merzagora (dunque uno di famiglia) a dichiarare a Panorama (8/2/87): «E’ lui (Cuccia) che vuole Antonio Maccanico… alla presidenza. In Mediobanca e paraggi ci sono grossi grovigli da dipanare, sarebbe un disastro se arrivasse gente troppo desiderosa, per un motivo o per l’altro, di aprire gli armadi…». (A proposito di ‘famiglia’, non è curioso che il nuovo presidente di Mediobanca, Maccanico, sia il nipote di Adolfo Tino, quello che Scalfari definisce ‘l’amico più amico di Mattioli’, quel Tino che presiederà anche il comitato dei garanti de L’Espresso?).

Ma a chi vince si perdona tutto. Perciò per anni -dopo l’eliminazione di Sindona- si è usata l’arma della delegittimazione morale per eliminare i cattolici dal mondo finanziario e bancario. Il risultato? «In questi anni -notava di recente uno studioso del sistema bancario, Gianni Manghetti- un grande cambiamento nella storia del sistema bancario è stata la scomparsa pressoché totale della banca privata» (in I soliti noti, Agnelli, Pirelli, De Benedetti e pochi altri, editore Feltrinelli). A sparire pero è stata soprattutto la presenza cattolica: il Banco Ambrosiano, la Banca cattolica del Veneto con i relativi gruppi.

Spiega don Gino Oliosi del Comitato di collegamento dei cattolici: «La finanza massonica inglese e tedesca fu capace di spedire (con i suoi finanziamenti) Lenin a Mosca perché lo zar non si rassegnava a porre il suo sistema bancario sotto il loro controllo; con molto meno, in Italia, hanno potuto eliminare Banco Ambrosiano e Banca cattolica del Veneto». Vittimismo cattolico? Fatto sta che oggi il gruppo ‘Ambrosiano’ (con la Cattolica del Veneto, e poi Toro Assicurazioni, ecc.) è controllato da Gemina (ovvero Agnelli e Mediobanca).

Fra i più zelanti collaboratori alla liquidazione dell’Ambrosiano è giusto ricordare Nino Andreatta, che a suo tempo, come ministro del Tesoro, rifiutando un possibile salvataggio del Banco attraverso una grossa banca americana, decretò la liquidazione coatta.

Andreatta, che attraverso Il Mulino e l’Arel, è oggi uno dei colonnelli di De Mita (che dall’83 ha assicurato un seggio senatoriale anche a Guido Carli) è stato un protagonista della battaglia contro lo Ior. Secondo don Oliosi «è connaturato alla massoneria un progetto di controllo totale delle coscienze attraverso un nuovo ordine tecnocratico nelle sue mani: ed essa sa che solo la presenza della Chiesa può resistergli».

Per questo gli alfieri più funzionali a quel progetto sono «i cattolici dell’autodemolizione» della Chiesa. Politici, intellettuali, dirigenti di associazioni. Ma sì, eccone qualche esempio fra i moralisti. La Fuci, ad esempio, che già nelle tesi del 40° Congresso nel 1969, chiedeva «il superamento dell’ideologia e della dottrina sociale e la rinunzia all’integralismo, l’abolizione del regime concordatario, il distacco dal potere economico, essendo scandalo e compromesso per i poveri».

Sarà proprio un ex presidente della Fuci ‘maritainiana’, l’onorevole Franco Bassanini, eletto nelle liste del Pci, uno dei più implacabili militi contro l’ora di religione nelle scuole, contro il Concordato e contro lo Ior. E’ l’altro lato della scelta religiosa. Nessuno è più vezzeggiato, adulato, applaudito dai giornali del nuovo potere, quanto i cattolici «moralizzatori», quelli della «Chiesa povera», e quelli della «Chiesa religiosa», con l’annessa distinzione dei piani.

Pochi mesi dopo il referendum sul divorzio, l’autorevole The Economist così disegnava la nuova situazione italiana: «A dirigere l’Italia ci sono adesso i supergrandi della finanza mondiale o delle multinazionali. Il massimo delle decisioni economiche che un governo può ancora prendere è quello di far pressione sulla gente per indurla a consumare meno combustibile».

Stando così le cose è penoso e tragicomico rileggere il documento dei cattolici progressisti (le riviste: Com, Idoc, Il Regno, Il Tetto e Testimonianze) a favore del divorzio: «Per una società nuova, autonoma, laica non più controllata dal potere economico né dalla Chiesa sua alleata».

Il 9 giugno del ’74 Scalfari su L’Espresso delineava già una prospettiva: «Nello spazio di pochi giorni le strutture economiche del Paese hanno registrato mutamenti di grande portata, dei quali sembra difficile sottovalutare gli effetti prossimi e quelli remoti. La Banca d’Italia, la Confindustria e i sindacati operai hanno preso quasi simultaneamente le distanze non solo dal governo, ma dalla classe politica nel suo insieme». Il capitale massonico decide di cavalcare la tigre rivoluzionaria per portare a compimento la conquista e l’omologazione. E’ l’inizio del grande conformismo. E degli anni di piombo.

*  *  *

IL 1976, CATTOLICI A CONVEGNO MA SONO I GIORNI DEL BUIO.

“Credevamo che dopo il Concilio sarebbe tenuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E’ venuta invece una giornata di nuvole e di tempeste e di buio”. Così drammaticamente, Paolo VI commentava dall’alto del soglio pontificio la stagione che cattolici stavano vivendo.

Sono gli anni del grande accordo tra capitale e PCI. La grande stampa osanna a Berlinguer, Agnelli vola a Mosca a stringere l’accordo con Gheddafi. E sempre nel ’76 prende il largo La Repubblica di Scalfari. I cattolici o annuiscono o sono fuori scena. Intanto continua la stagione della violenza e delle intolleranze. Nelle scuole i libri di testo spesso sono ridotti a piccoli manuali dell’eversione. I grandi intellettuali osannano.

Nei confronti di Comunione e Liberazione si arriva spesso al linciaggio. Sedi devastate, attacchi personali, campagne di stampa. Intanto monsignor Bartoletti, voluto da Paolo VI alla segreteria della Cei, aveva ideato il Convegno su evangelizzazione e promozione umana. Ma alla vigilia del convegno Bartoletti muore. Paolo VI chiede le dimissioni del comitato preparatorio. Ma i membri non obbediscono. E il convegno decollò. La relazione d’apertura venne pubblicata dall‘Espresso...

newsweek coverIn quegli anni la nuova borghesia italiana flirta con la sinistra. Con la benedizione dell’alta finanza internazionale: Newsweek, fedele portavoce delle multinazionali americane, dedica alla copertina a Berlinguer. Il 9 dicembre 76 Gianni Agnelli vola a Mosca e parla mezz’ora con Gheddafi. La Libia diventa azionista della Fiat.

Anche quella volta il grande tessitore dell’operazione fu Enrico Cuccia. Il progetto non ha nulla di improvvisato: da mesi Agnelli e andava ripetendo che la Dc non può pretendere il 80% del potere. Così la grande alleanza fra borghesia e classe operaia si compie. Nel silenzio compiacente di gran parte del mondo cattolico.

Sono già passati sei mesi da quel fatale 12 maggio. Il futuro direttore di La Repubblica dal suo ufficio di via Po, fissando una Roma grigia e piovosa, poteva tirare le somme: «Dunque è vero; i no del 12 maggio non erano un isolato scoppio di euforia libertaria. Erano -fu detto fin da allora- il segno di una svolta, l’inizio di un’inversione di tendenza. Ora la tendenza si è saldamente fissata… il partito democristiano… è entrato in grave crisi e sta cedendo… man mano che passano i mesi, il suo cedimento si accentua, lo scricchiolio diventa una frana» (L’Espresso, 24.11.74). Già Del Noce aveva avvertito: «E’ la vittoria di una nuova borghesia che ha coinciso con la negazione dello spirito religioso».

unità 1975Infatti con le elezioni del 15 giugno 1975 la frana diventa terremoto. La Dc crolla al 34%, il Pci balza al 32%, conquista le amministrazioni di tutte le maggiori città italiane, con gli applausi (e i voti) della borghesia illuminata. E’ tutto un correre sul carro vincente. La Dc è isolata, screditata. Tutto sembra perduto (onore compreso).

Il mondo cattolico ormai in rotta dà uno spettacolo vergognoso: molti si mimetizzano, i disertori si affollano alle uscite, c’e chi si arruola nell’esercito nemico, i più alzano bandiera bianca, si chiudono in cantina e vanno in letargo (ma qui dort, dinê, dice un proverbio francese: chi dorme, mangia!). I giornali del grande capitale bladiscono Berlinguer. La Malfa apre al Pci. Agnelli già da mesi andava dicendo che «la Dc non più pretendere l’80% del potere».

Newsweek -fedele portaparola della grande finanza Usa- dedicherà una copertina a Berlinguer e spiegherà che «Nerone, se nascesse oggi, sarebbe democristiano». In compenso accredita il Pci come un partito democratico oche affascina per la sua calma, l’immagine di stabilità che riesce a dare in un Paese dove isterismo, settarismo e vanità… hanno caratterizzato i partiti al governo».

E poi la sequela degli incontri ravvicinati. Il 10 giugno ’76 per esempio l’onorevole Peggio rivela di «avere buoni rapporti con il mondo della finanza internazionale» e di essersi incontrato con «altissimi dirigenti di due delle maggiori banche americane». L’onorevole Barca dichiara che con il Pci al governo le multinazionali non dovrebbero andarsene dal Paese. Napolitano e Segre vengono invitati a parlare nel tempio della finanza liberal arnericana, il Council of Foreign Relations.

Del resto l’alta finanza stava scommettendo grosso sul Pci di Berlinguer e sulla forza d’urto della sinistra al potere; tali erano le esigenze del suo mercato (con questa pericolosa investitura solo un governo presieduto da Andreotti terrà legato il Pci alla difficile concretezza del governare, lontano dalla demagogia, salvando il Paese da pericolose avventure di tipo ‘portoghese’). Ma indubbiamente l’alta finanza scommise sul Pci.

Per esempio proprio fra ’75 e ’76 Agnelli realizza quell’operazione Gheddafi che salverà la Fiat dalla bancarotta e porrà le basi dell’attuale impero. Il grande tessitore fu, anche quella volta, Enrico Cuccia. Con l’interessarnento del Pci, Agnelli ottiene l’avallo di Mosca: «Gianni Agnelli vola a Mosca e parla mezz’ora con Gheddafi» informa Il Messaggero del 10 dicembre ’76. E l’Economist, la settimana successiva, si chiede: «Sarà l’Urss il principale beneficiario dell’accordo, ottenendo investimenti che diversamente la Fiat non avrebbe saputo come finanziare?» (18. 12.76).

La roba

Ma il flirt della nuova borghesia italiana con la sinistra non fu un’improvvisazione. Scalfari attribuisce a Mattioli la primogenitura di quel progetto. Questa borghesia laicista si caratterizza per «un complesso netto di superiorità derivante dalla padronanza tecnica e culturale di quello che Raffaele Mattioli definiva la roba, cioè il denaro come merce da trafficare – spiega Scalfari. Per trafficare la roba -aggiunge il nostro- bisogna conoscere i misteri della banca e della moneta… e in politica bisogna ‘tenere insieme’ l’establishment e l’opposizione. Il progetto di alleanza tra la grande borghesia e la classe operaia prese corpo in quella stanza e partì da quegli uomini. Da don Raffaele soprattutto… l’alleanza tra grande borghesia e classe operaia era un’ipotesi elitaria e prettamente laica».

Adesso il grande momento era arrivato; il progetto va sotto il nome di patto fra produttori (alla Fiat, che è presente da anni nei Paesi dell’Est, sapevano bene che con il Pc al potere gli operai «lavorano molto, guadagnano poco e non scioperano mai»).

Fertilizzante cattolico

Lucidamente, qualche anno prima, don Milani aveva previsto: «La classe che non ha esitato a scatenare il fascismo, il razzismo, la guerra, la disoccupazione, se occorresse cambiare tutto perché non cambi nulla non esiterà ad abbracciare il comunismo». Era stata moderata e filo-Dc fra gli anni ’50 e ’60, sarà filo-Pci negli anni ’70 strumentalizzando per il proprio progetto impeti ed energie morali del residuo mondo cattolico, e esercitando un «terrorismo ideologico» (Paolo VI), che giunge spesso alla violenza fisica, contro quei cattolici che non erano funzionali a tale progetto.

Paolo VI avverte esattamente la radice di questa tragedia: «C’è un grande turbamento in questo momento nel mondo e nella Chiesa, e ciò che è in questione è la fede. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Gesù nel Vangelo di san Luca: Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sopra la terra?» (in Jean Guitton, Paolo VI segreto).

Ed ancora: «Credevamo che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. E venuta invece una giornata di nuvole e tempeste, e di buio, e di ricerche e di incertezze, si fa fatica a dare la gioia della comunione» (Omelia per la solennità dei Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 1972).

Ciò che rende così totalitario il potere laicista è che si imbatte e strumentalizza «un cristianesimo sempre più minorato, ridotto ad un teismo vago e impotente» (De Lubac). «Ciò che mi colpisce quando considero il mondo cattolico, è che all’interno del cattolicesimo sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non-cattolico, e può avvenire che questo pensiero non cattolico all’interno del cattolicesimo diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della Chiesa (in Jean Guitton, Paolo VI segreto).

Questo cristianesimo ridotto a spunto morale, a ricerca intellettuale, a scala di valori è il più prezioso alleato del Potere. Come notava acutamente il filosofo Kolakowskij, il ‘supporto di valori’ con cui i cristiani tentano di ‘redimere’ il comunismo o il capitalismo «non ha altro significato che la disponibilità dei cristiani a fare da fertilizzanti per una tirannia futura».

Si potrebbe rileggere la storia dei cattolici in Italia, in questi decenni, su questa tragica falsariga. Facciamo un esempio. Giustamente Scoppola, tirando un bilancio del progetto ‘maritainista’ dei dossettiani (tradotto poi dalla sinistra Dc nell’ideologia della democrazia), scrive: «Dobbiamo registrare una vistosa eterogenesi dei fini: quelle energie cattoliche che si erano poste in movimento per la ricostruzione di una cristianità nuova, che si collocasse oltre la contrapposizione storica fra capitalismo e comunismo, di fatto hanno agito in una diversa direzione: sono servite a creare le condizioni di una nuova fase di compromesso tra capitalismo e democrazia e hanno perciò reso possibile quello sviluppo industriale che il Paese ha registrato», che -secondo Scoppola- ha prodotto «il nemico vero, la società consumistica destinata a corrodere in profondità la fede del popolo italiano».

Scottati dall’esito della loro terza via, i cattolici negli anni ’70 han preso a contestare i valori cristiano-borghesi, propugnando valori cristiano-progressisti, svolte a sinistra e liquidazione di una presenza sociale e politica in quanto cattolici: ancora una volta così si trovavano ad offrire giustificazioni morali alle nuove scelte del Potere, al nuovo conformismo. Per questo Del Noce, a proposito della relazione di Bolgiani al Convegno “Evangelizzazione e promozione umana” (Epu), definiva i ‘maritainisti’ della Lega democratica «clerico-moderati di sinistra». Singolare è stata -in questa temperie- la nascita di Comunione e liberazione.

Cl nasce già nel ’54 come «altro» rispetto al conformismo culturale e sociale «cattolico» degli anni ’50. Nei primi anni ’50 era ancora molto diffuso un costume cristiano «ma si trattava in effetti di un falso equilibrio sostenuto solo dal rispetto formale di leggi e consuetudini in cui non si credeva più, e che quindi ben presto sarebbero state abbandonate… Il sopravvivere delle vecchie forme, attraverso il culto, le feste popolari e la mobilitazione associazionistica cattolica-coprivano una situazione di crisi che però aveva già raggiunto il cuore del cattolicesimo italiano» (Comunione e Liberazione, intervista a don Giussani, Jaca Book).

«Il cristianesimo non aveva più nulla a che vedere con la vita, con tutte le sue urgenze più significative; con la concezione ed il sentimento del reale, con la necessità di giudicare, di rendersi ragione di tutto quello che arricchisce e fa diventare l’uomo più uomo».

Così l’essenza del fatto cristiano non costituiva più una proposta di vita. Ma qual è questa essenza? «E’ l’annuncio di Cristo, centro di tutta la vita dell’uomo e della storia. E questo si vive mettendosi insieme, vivendo una vita di comunità, perché Cristo è presente nella storia dentro il segno della grande comunità che è la Chiesa.

Ebbene, venti anni dopo, nel ’74, con il referendum sul divorzio, sia coloro che vollero il referendum sia i cattolici del no non si erano resi conto che il cristianesimo non aveva ormai più nulla a che vedere con la vita della gente. Oltre tutto, in quegli anni, il dilagante potere laicista aveva distrutto anche il fragile costume cristiano degli anni ’50. Solo nel 1984 -dieci anni dopo il referendum- anche i «cattolici democratici» capiscono (sia pure superficialmente e quindi ancora moralisticamente) di essere stati funzionali al nuovo potere.

Luigi Pedrazzi (uno dei capi dei cattolici del no, già dossettiano e direttore de Il Mulino) scrive: «Ciò che feci allora non mi piace più… penso che fummo più che altro mosche cocchiere». In fondo né i cattolici del sì, né i cattolici del no hanno riconosciuto e accettato fino in fondo la sfida portata al cattolicesimo da una secolarizzazione totalizzante.

ClComunione e liberazione, nella tempesta del referendum sul divorzio, vota sì e si impegna nella battaglia referendaria per aderire al suggerimento dell’autorità della Chiesa. Anche questa obbedienza non è l’ultima testimonianza della novità che l’esperienza di Cl era nella Chiesa italiana. Ma venuta meno, distrutta l’essenza dell’evento cristiano nella vita delle persone, demolito l’edificio della fede, la cattedrale, il potere laicista ha buon gioco ad usare i singoli mattoni (i valori), forniti da zelanti cattolici, per costruire la sua città di produttori-consumatori. E non serve ricordare che furono un tempo pietre della cattedrale…

L’ameba

C’è un’operazione editoriale che sintetizza questa capacità di colonizzazione, per cui fra ’75 e ’76 si costituì il triangolo Carli-Agnelli-Lama: è la nascita de La Repubblica, costruita e finanziata dai salotti dell’alta finanza per cucire insieme il capitale liberal della Confindustria, la tecnostruttura della Banca d’Italia e la nomenclatura del Pci. «Quella linea politica fece molto discutere» racconta Scalfari «e parve strana, ma aveva la sua ragion d’essere nel nostro progetto di modernizzazione del Paese».

Repubblica n_1Il Pci del resto era perfettamente preparato a questa operazione: sia sul terreno culturale (Gramsci insieme a Gobetti costituisce quella scuola torinese -come la chiama Noventa- che farà da ponte fra l’idealismo italiano di De Sanctis, Spaventa, Croce e Gentile ed il nuovo laicismo); sia per la sua leadership (da Gramsci ad Amendola a Berlinguer e Napolitano, i «contatti» anche personali con la massoneria e la finanza laicista sono innumerevoli).

Il Pci di Gramsci è stato sempre ed è più laicista-massonico che marxista. Ed un cattolicesimo ridotto ad impeto morale è stato l’humus da cui ha succhiato parassitariamente tensioni ideali e militanti. Quella di Repubblica è una strategia trasversale: conquistare all’ideologia liberal tutte le leadership (politiche ed intellettali) dei grandi partiti di massa, ovvero «laicizzare tutte le chiese» (Scalfari).

Per questo l’operazione fatta in quegli anni con Berlinguer è la stessa realizzata negli anni successivi al conformismo di sinistra con la segreteria Dc di De Mita: «Un’operazione analoga a quella compiuta nel Pci l’abbiamo fatta nella Dc… quella di De Mita infatti è senz’altro una cultura liberal e non cattolico-popolare» (Scalfari). E come allora una leadership cultrale del mondo cattolico, per favorire quell’operazione funzionale al disegno laicista, ha teorizzato e praticato la diaspora e una riduttiva e ambigua interpretazione della «scelta religiosa», così, con la stessa logica, oggi strumentalizza ideologicamente e partiticamente l’autorevole indicazione all’unità anche in politica dei cattolici.

Oggi La Repubblica è divenuto uno status symbol: simbolico del nuovo potere. «Il nostro giornale diventa interprete della classe dirigente liberal, compresi i liberal presenti nella Dc e nel Pci, espressione di quella che potremo chiamare la parte intelligente del Paese… La Repubblica è davvero il giornale di tutti i laici e di tutti i liberals, dovunque essi siano» (Scalfari in Nuova Antologia n. 2159).

Che oggi esista un Superpartito de La Repubblica (Intini l’ha chiamato una P3) funzionale a gigantesche concentrazioni di potere è chiaro anche agli sprovveduti. Ancora più impressionante è l’enorme potere di manipolazione dell’opinione pubblica della stampa liberal (che è davvero dominante). E’ uno scenario sociale che ricorda molto da vicino la cupa dittatura tecnocratica delineata già da Comte: «Il positivismo -scriveva questi- riserva ai banchieri (e ad industriali illuminati) la supremazia temporale dell’Occidente», ma è necessario che «degni ambiziosi siano chiamati ad organizzare una formidabile opinione pubblica».

Dove cercare quei «degni ambiziosi»?

Alla corte dei Principi della finanza italiana fin dagli anni ’50 i mandarini del gruppo di Scalfari fremevano per ottenere l’investitura (e gli investimenti…). La grande omologazione degli anni ’70 li vedrà protagonisti. Un cupo conformismo radical-marxista di colpo domina incontrastato in Italia. Fa una certa impressione rileggere oggi un’intervista di Agnelli di quei mesi al Corriere della Sera diretto da Ottone (oggi manager de La Repubblica): «dovremo avere dei governi molto forti, che siano in grado di far rispettare i piani cui avranno contribuito altre forze oltre quelle rappresentate in Parlamento; probabilmente il potere si sposterà dalle forze politiche tradizionali a quelle che gestiranno la macchina economica; probabilmente i regimi tecnocratici di domani ridurranno lo spazio delle libertà personali. Ma non sempre tutto ciò sarà un male. La tecnologia metterà a nostra disposizione un maggior numero di beni e più a buon mercato…» (Corriere della Sera, 20.1.75).

Schiavi felici insomma. Produttori-consumatori con la benedizione degli gnomi e del Pci. Da questa ubriacatura l’alta borghesia liberal si svegliò solo col frastuono della P38 delle Br. Allora i benpensanti caddero dal settimo cielo: sembrava la calata degli Ichsos (le «sedicenti Brigate rosse…» si scriveva con malizia). Ma si trattava dei loro figli e allievi, che fino a ieri avevano bevuto la scienza rivoluzionaria dalle cattedre universitarie e dalla carta stampata della borghesia illuminata.

«Era comico notare lo sgomento e le preoccupazioni dei nostri saccenti in cerca di una risposta: da dove sono venuti fuori i nichilisti? Da nessuna parte, sono sempre stati con noi, in noi e presso di noi» (I demoni). Cosi scriveva già Dostoevskij al primo apparire, in Russia, del terrorismo rivoluzionario, che i salotti illuministi avevano suscitato e foraggiato.

Insieme alla strana acquiescenza dei cattolici e sorprende la rapida diffusione di Comunione e Liberazione. Una realtà che non soggiace al progetto laicista. E ne paga le conseguenze. Chi non è funzionale a quel progetto infatti subisce un «odio ideologico» che giunge spesso alla violenza fisica. Il 14 febbraio ’76 La Stampa di Agnelli e Il Manifesto escono insieme con notizie che Cl è finanziata dalla CIA. Nelle università, nelle scuole, nelle fabbriche l’attacco alla comunità di Cl è già consuetudine. La notizia poi sapientemente amplificata, non fa altro che legittimare e intensificare un costume già in atto. La smentita arriverà tre anni più tardi il 17 giugno 79, dopo un procedimento giudiziario.

Così molti anni dopo, in Italia, gli anni di piombo saranno figli dei tanti cattivi maestri che pontificavano dai pulpiti della aristocrazia borghese. Alla devastazione umana prodotta negli anni del grande conformismo, troppo presto dimenticato, anche i cattolici hanno dato un loro contributo.

Foto di gruppo con spranghe

lotta continuaLa scuola. Per anni si avallò e si giustificò la dilagante, quotidiana e sistematica violenza di spranghe e catene degli ultrà. Ma ancora più perniciosa fu la manipolazione e l’istigazione ideologica della stessa scuola di Stato. C’è da restare senza fiato, oggi, a rileggersi due memorabili volumetti (L. Lami, La scuola del plagio e G.A. Mazzola, La scuola della resa, ed. Armando) che raccolgono un’antologia di un centinaio di libri di testo circolanti in quegli anni nelle scuole statali.

Libri di lettura per le elementari, ad esempio, pieni di lettere di Gramsci, discorsi di Allende, fumetti su Il Manifesto di Marx, racconti sull’attentato di Piazza Fontana, scritti di Che Guevara, ricerche «con la documentazione dei consigli di fabbrica» fino a Marcuse, la Rossanda e Dario Fo.

«Il mio fucile ammazzerà tutti i tiranni» si poteva apprendere nel sussidiario Devi sapere (ed. Atlas). Ed ancora: «I padroni tagliavano i fili della luce per vendere le candele» (ed. Ottaviano). Il libro di lettura per le elementari Uomo come (Fratelli Fabbri editore, attualmente del gruppo Agnelli) catechizzava con Engels («le rivoluzioni sono una conseguenza necessaria…») e spiegava: «E’ necessario passare alla lotta di classe… lotta che la prepotenza dei padroni rende necessariamente violenta».

Ma un capolavoro di sensibilità pedagogica fu l’enciclopedia scolastica Io e gli altri tutta volta a spiegare «che la polizia serve per spaccare le teste degli studenti e degli operai, che i bambini non nascono sotto i cavoli, che il lavoro può essere noioso e il capufficio imbecille… noi proponiamo una visione marxista del mondo». Per questo testo «i preti, gli insegnanti e gli uomini politici dovrebbero essere arrestati, giudicati e condannati per plagio».

Quando nel ’73 partirono alcune denunce da varie parti d’Italia per le mascalzonate contenute in quell’enciclopedia, L’Espresso -subito seguito dal coro unanime di tutta la stampa- lancia una «crociata antifascista»: «E’ certo una enciclopedia laica, e, se vogliamo, di sinistra, ma più ancora è una enciclopedia moderna, che mette in gioco tutti i portati delle nuove scienze, dall’etologia all’antropologia culturale… è stata lodata perfino da Famiglia Cristiana» (Anche Il Popolo ne tessè le lodi!).

Naturalmente gli autori furono ampiamente prosciolti e celebrati come martiri antifascisti. Così i ragazzi nelle scuole di Stato poterono continuare ad apprendere che «gli italiani per obbedire alla Chiesa e al Papa votano Dc» (da Un bel paese, edizioni Zanichelli), e che «dobbiamo finirla con questa società di merda» (da Il Cile non è una favola edizioni piani Ottaviano). E studiare su antologie scolastiche come Armi improprie (si noti il titolo) le cui sezioni erano: «Giustificazione del delitto: l’assassino innocente. Virgilio, uno dei più sinistri rompiscatole. Censura (seguita dal finale di «Ultimo tango a Parigi», scena di brutale assassinio). Il guerrigliero: un riformatore sociale. La borghesia fa massacrare gli operai. Lessico marxista Anarchici e ribelli nei canti del popolo. La classe operaia come potere esecutivo dello Stato».

Era stato per primo Umberto Eco, dalle colonne dell’Espresso a lanciare la crociata iconoclasta contro i vecchi libri di testo. Per riconoscenza molte nuove antologie stamparono il suo celebre Elogio di Franti, dove un Eco anarco-marxista tesseva le lodi del cattivo Franti che altri non sarebbe se non il «grande» Gaetano Bresci!

«I piccoli vizi della viltà sono più distruttivi di quelli della ferocia» diceva Vincenzo Cuoco, e il vergognoso ottuso conformismo di cui fecero mostra gli «audaci» intellettuali italici (quasi tutti) in quegli anni ebbe infatti i suoi perniciosi effetti.

Piombo di giornali

«Ah, giornalismo obiettivo! Quante fregature abbiamo dato al lettore…» confessa Giampaolo Pansa in un capitolo di Carte false dedicato al conformismo «rosso» di quegli anni. Ecco le confessioni di Bocca, inviato in Vietnam, che faceva allora grandi reportage rivoluzionari (che mandavano in deliquio i nostri piccoli vietcong), spiegare oggi con candore che «mi autocensuravo».

E così Tiziano Terzani, uno dei più autorevoli inviati in Indocina, che solo verso l’85 riconosce di non aver profferito verbo sulla tirannia vietcong, sui massacri di Pol Pot, su milioni di vittime innocenti perché gli occhiali dell’ideologia censuravano quelle immagini. Una settimana dopo la sua drammatica confessione su La Repubblica del 29 marzo, arriva al giornale di Scalfari una lettera che si può ben definire storica.

E’ firmata da «una qualunque» certa Fiorella Franceschini. Una fra milioni di giovani di una generazione distrutta: «Quella che vuol sembrare un’onesta autoaccusa» scrive la Franceschini a Terzani «è in realtà un facile lavaggio di coscienza. Chi risarcisce tutta quella generazione che credette ai rapporti giornalistici di chi era in prima fila sul posto, che ascoltò i resoconti di guerra degli osservatori, le cui dichiarazioni registrate furono fatte circolare in Italia anche in ambienti scolastici? Quella generazione di giovani non poteva che dare fiducia a coloro che avevano avuto la possibilità di conoscere i ‘governativi’, i corrotti governativi, i poveri Khmer rossi e gli eccidi dei civili di cui sembravano responsabili solo gli americani… Ora scopro che impunemente si può dire: ho sbagliato, ero lì a vedere… Ho visto gli eccidi dei Khmer e li ho giudicati strumentalmente camuffati dalla Cia… I giovani degli anni ’70, signor Terzani, avrebbero preferito sapere la verità allora».

Le mani sporche

Tuttavia Terzani ha almeno fatto la sua cocente autocritica. Caso più unico che raro. Perché un esercito di intellettuali, accademici e giornalisti, ieri maestri di sovversione (non dimentichiamolo: Pol Pot ha conosciuto Marx a Parigi, alla Sorbona!) pontificano oggi -con qualche capello in meno, e più spudorati che mai- dalle stesse cattedre impartendo lezioni di «tolleranza» e di filoatlantismo. Mister Scalfari che nel ’68 plaudeva agli assalitori dell’editore Springer (L’Espresso, 21.4.68) ed esaltava il gruppo di Scalzone (3.8.69) apriva un suo libro, L’autunno della repubblica, invitando «a non disperare della rivoluzione», spiegando ai suoi giovani lettori: «La rivoluzione non si compie mai coi giorni dorati del vino e delle rose, ma attraverso un lungo cammino per anni oscuri, confusi, fangosi e talvolta sanguinosi».

Ieri incendiari, oggi pompieri, ma sempre sulla pelle altrui. E Bocca ancora confessa: «Mi metto fra coloro che hanno esagerato il pericolo di un golpe fascista… In parte notevole erano delle buffonate». Per non dire degli scandali. Sarà proprio Pansa a dover per primo denunciare il dilagare sulla stampa dei giornalisti dimezzati: una connivente copertura garantita per anni ai ladrocini del Pci.

Mentre con i cattolici… Ricordate Gui e la Lockheed? «Lo mettemmo in croce sulle prime e sulle ultime pagine… ricordo che alla Camera si difendeva parlando con voce strozzata e piangeva. Risultò innocente perché era innocente» (Pansa). Così per Murmura, Così per i vituperati Caltagirone («Quante fregature abbiamo dato ai lettori…» ammette Pansa). Ma intanto scripta manent e anche righe di assoluzione in ultima pagina un anno dopo, non ripagano un linciaggio morale.

In pieno regime

Con la Chiesa i conti sono ormai chiusi definitivamente (come dimostra l’infame, nota copertina dell’Espresso con una donna incinta nuda crocifissa). «Il potere l’ha (la Chiesa) così cinicamente abbandonata» scriveva Pasolini «progettando senza tante storie di ridurla a puro folklore». Ed ancora: «I nuovi industriali e i nuovi tecnici sono completamente laici, ma di una laicità che non si misura più con la religione. La religione sopravvive in quanto ancora prodotto naturale di enorme consumo e forma folkloristica ancora sfruttabile» (Scritti Corsari).

Ma insieme a questo disastroso sgretolamento del mondo cattolico assistiamo anche al rapido, sorprendente diffondersi di Comuntone e liberazione. Questa realtà di giovani a cui, per l’incontro con la proposta cristiana, «premeva prima di ogni altra cosa verificare se la fede valesse o no nella vita» per ubbidienza alla indicazione dei Vescovi, e ad un paterno suggerimento del segretario della Cei, monsignor Bartoletti, si impegna nelle elezioni di quegli anni per favorire la Democrazia cristiana.

Scriveva Del Noce nel 1975: «Cl ha un successo impressionante… e sono molti anche fra i laici coloro che vi vedono l’unica forza che potrà rigenerare la Dc». In effetti la Dc, ormai ridotta allo stremo si vede offerta una insperata, sorprendente, energica ancora di salvataggio: nelle elezioni (decisive) del 20 giugno ’76, Zaccagnini quantificherà -in un’intervista a Famiglia Cristiana– in un milione i voti convogliati sulla Dc da questo movimento di giovani: è quanto basta perché il Pci, balzato al 33%, non vinca. Ma soprattutto naufraga un dogma laicista: Cristo ha oggi più che mai una forza d’attrazione per il cuore dell’uomo (e soprattutto per i giovani che si volevano irregimentate) sconosciuta alla mentalità comune. Il Potere questo non può permetterselo.

Il 14 febbraio del ’76 una strana coppia, La Stampa dell’avvocato Agnelli e Il Manifesto escono insieme con la notizia bomba: Cl è finanziata dalla Cia. Naturalmente si accodano subito La Repubblica, L’Espresso e Panorama, rincarando la dose. Di prove non c’è neanche un’ombra, ma basta la parola.

La bomba esplode in una polveriera; l’attacco alle comunità di Cl è una prassi ormai abituale in moltissime università, scuole e città italiane. Anzi in un certo senso la notizia dei finanziamenti Cia sembra offrire «legittimità» a quello stillicidio di violenze contro gente inerme. «Vedete? abbiamo ragione» sembrano dire i katanga armati di spranghe, catene, coltelli e molotov: «Comunione e corruzione, Cl e la Cia una bella compagnia», ecco gli slogan coniati per l’occasione.

Naturalmente, dopo la sparata dei giornali, la caccia al ciellino si intensifica. Per alcuni sarà questa la palestra delle P38 e delle future squadre Br. Solo il 17 giugno ’79 Il Manifesto e La Stampa, portati in tribunale da Cl, dovranno ritrattare. Con candida semplicità La Stampa dedica cinque righe: «Naturalmente si trattava di notizie che, per la loro stessa fonte, non potevano sul momento essere oggetto di particolare controllo. Siamo perciò ora lieti di poter dare atto al movimento di Comunione e liberazione, così come ai suoi dirigenti e aderenti tutti che essi non hanno mai ricevuto sovvenzione alcuna dalla Cia». Semplice no?

Ma intanto erano state 150 le aggressioni in pochi mesi: sedi bruciate, ragazzi aggrediti e sprangati, o schedati e banditi da università e da interi quartieri. Il cardinale Poletti, in un accorato intervento dopo l’aggressione di due studenti di Cl ridotti in fin di vita diceva: «Da parecchio tempo assistiamo ad un aumento allarmante di episodi efferati e non possiamo restare indifferenti… E’ veramente in pericolo la libertà… il nome stesso ‘cristiano’ in ogni sua espressione è spesso contrastato come se fosse colpa sociale».

Il segreto di Cl

Ma dove stava dunque la forza così originale di Cl? I vecchi arnesi del vocabolario politico si rivelano impotenti a spiegare.

Nella Chiesa si apre una stagione densa di contrasti e tempeste. Il Convegno «Evangelizzazione e promozione umana» manifesta tutti i segnii della crisi. Né gli intendimenti di Monsignor Bartoletti, ideatore del convegno assieme a Paolo VI, si doveva risvegliare con energia la Chiesa per un nuovo grande annuncio di Cristo, redentore tutto l’uomo. Ma dopo l’improvvisa morte di Bartoletti il convegno viene appaltato ai lumi della Lega democratica. Paolo VI chide invano le dimissioni del comitato preparatorio.

Il convegno legittimò la pluralità delle opzioni politiche dei cattolici. Dalle colonne de Il Tempo Del Noce criticò spietatamente la relazione di apertura di Bolgiani. Si consuma il suicidio della presenza sociale dei cattolici. Lo strumento è l’abbandono della Dc. Per i personaggi più in vista di certo mondo cattolico lo scudo crociato non è più interprete delle loro istanze.

All’assemblea della Cei del 20 maggio ’76, prima del convegno, Scoppola rimbecca i vescovi per essersi espressi sulle candidature di alcuni cattolici democratici nel Pci: «interventi della Chiesa in campo politico che si esprimono in termini di costrizione e di minaccia sono oggi rifiutati dalle coscienze dei cattolici». Dello stesso parere era Orfei, oggi strenuo difensore della linea demitiana

Innanzitutto proprio la fede era capace di cogliere un’attesa profonda e inespressa… Nel settembre del ’77 il quotidiano Lotta continua pubblica una lettera firmata «un amico di Roberto», che dice: «scrivo queste righe perché un nostro compagno si è suicidato. Purtroppo fatti come questi sono sempre più frequenti non fanno neanche notizia…».

E concludeva: «Tra i tanti motivi che ci spingono a modificare il nostro comportamento politico e personale, c’è anche il desiderio che nessun compagno sia costretto più ad andarsene così; c’è il desiderio che tra la nostra splendida teoria piena di futuri paesi delle meraviglie e la nostra ‘squallida’ pratica quotidiana non si lasci più aperto un varco così grande dove un uomo possa perdersi».

In un baratro di cinismo o di disperazione si stava infatti perdendo tutta una generazione. L’utopia rivoluzionaria naufragava sotto la scure implacabile della vita quotidiana. Per quella generazione cantava allora Francesco Guccini: «Io dico sempre non voglio capire / ma è come un vizio sottile e più penso / più mi ritrovo questo vuoto immenso / e per rimedio soltanto il dormire. / E poi ogni giorno mi torno a svegliare / e resto incredulo, non vorrei alzarmi / ma vivo ancora e son lì ad aspettarmi / le mie domande, il mio niente, il mio male».

Il quotidiano era questa sete di un significato qui e ora… «Noi non siamo entrati nella scuola cercando un progetto alternativo per la scuola; vi siamo entrati con la coscienza di portare ciò che salva l’uomo anche nella scuola, che rende vero l’uomo e autentica la ricerca del vero, cioè Cristo nella nostra unità… La nostra forza non è un progetto sociale, culturale, politico… ma è la coscienza del mistero che abbiamo addosso» (Incontro degli universitari di Cl, Riccione 1976).

«E’ quello che è successo alla Chiesa primitiva che è andata nel mondo non per cambiare la filosofia, ma per rendere presente ciò che essa era, per rendere presente Cristo, condividendo tutti e tutto, anche la filosofia. E così, con i secoli, si è costituita nei monasteri, nelle scuole e nelle università una nuova filosofia e una nuova cultura».

Queste parole giudicavano anche la pericolosa tentazione ideologica che si era infiltrata fin dentro Comunione e liberazione: «Noi abbiamo vissuto questi ultimi dieci anni dentro una provocazione imponente di tipo sociale e politico e questo ci ha fatto lentamente scivolare sulla china del riporre la nostra speranza e la nostra dignità nel progetto generato da noi». E non si trattava di una nuova tesi teologica. Singolare era la domanda che l’allora direttore di Renovatio Baget-Bozzo, pose nel ’77 a don Giussani: «L’identità cristiana nella storia e principalmente un’identità dottrinale?»

Nella risposta si affermava fra l’altro: «Mi sembra semplicemente inadeguato. Per me l’identità Cristiana nella storia è principalmente un Fatto, il Fatto di ima realtà rimuova, di una nuova creatura che è la Chiesa»; e si richiamava il memorabile discorso di Paolo VI del 24 luglio ’75: «Dov’è il Popolo di Dio, del quale tanto si è parlato e tanto si parla? Questa entità etnica sui generis… che tutto converge verso Cristo…. (Il nostro tempo, n. 2, 1977). Insomma Cl riportava al centro l’avvenimento cristiano, nella modalità con cui esso sempre si è comunicato, a partire dalla Galilea, per 2000 anni: un incontro.

Un convegno equivoco

La leadership del mondo cattolico italiano fin dall’inizio non lesinò ostilità e diffidenza. Ma si trattava -negli anni ’70- di un mondo cattolico ormai esistente perlopiù nelle sacrestie e nelle liste del Pci. Al contrario Paolo VI sembrò quasi tirare un respiro di sollievo: «E’ questa la strada, vada avanti così», disse a don Giussani nel ’75.

Ed alcuni mesi dopo a degli studenti di Cl: «Siamo molto attenti all’affermazione del vostro programma che andate diffondendo, del vostro stile di vita, dell’adesione giovanile e nuova rinnovata e rinnovatrice agli ideali cristiani… Vi benediciamo, e con voi benediciamo e salutiamo il vostro fondatore, don Giussani. Vi diciamo grazie delle attestazioni coraggiose, forti e fedeli che date in questo momento particolarmente agitato, un po’ turbati per certe vessazioni e certe incomprensioni da cui siete circondati». A

d esempio Giuseppe Lazzati dubitava addirittura dell’ortodossia del movimento, e nei suoi 15 anni di rettorato alla Cattolica di Milano, pur devastata dall’ideologia laicista, dalla violenza, da infiltrazioni brigatiste, vedrà in Cl l’ostacolo per un rinnovamento conciliare dell’Università Cattolica (v. Corriere della Sera, 2.3.85).

Si può parlare di antitesi netta fra Paolo VI e i suoi allievi ‘maritainisti’? «L’esplodere della crisi» scrive Scoppola «crea una spaccatura fra i ‘montiniani’ e Montini stesso che è il Papa. Una parte della cultura cattolica si sente tradita da Montini». Non a caso in quegli Anni il Papa aveva voluto alla segreteria della Cei un non-maritainiano come monsignor Bartoletti. Il quale vedeva in Cl un vero ‘segno’: «nessuna garanzia migliore della loro stessa vita» ripeteva a chi metteva in dubbio l’autenticità ecclesiale del movimento.

E nella tempesta delle aggressioni e delle violenze: «La coraggiosa e chiara testimonianza cristiana che gli aderenti a Cl offrono quotidianamente nella vita civile è per noi motivo di attenta considerazione, di doveroso appoggio, di sicura speranza… la nostra parola di conforto e di incoraggiamento e di apprezzamento vuole essere solo un segno dell’immancabile aiuto del Signore per quanti vivono e soffrono, lietamente, per l’Avvento del Suo Regno».

Bartoletti aveva di fronte un quadro drammatico. Nell’estate del ’75, dopo le elezioni del 15 giugno, annotava: «Divisione nel mondo cattolico e nello stesso tessuto ecclesiale. Si è potuto evitare l’esplosione del dissenso, ma non l’azione sconsiderata di sacerdoti e di laici impegnati nelle associazioni e nei movimenti» (anche l’Azione cattolica italiana solo per merito della mediazione del presidente Agnes non si schierò apertamente a favore del divorzio).

Fu proprio monsignor Bartoletti l’ideatore del Convegno della Chiesa italiana «Evangelizzazione e promozione umana». Negli intendimenti suoi e di Paolo VI si doveva risvegliare con chiarezza ed energia la Chiesa per un nuovo grande annuncio di Cristo, redentore di tutto l’uomo: istituita da Cristo scriveva «la Chiesa si presenta al mondo come segno efficace di salvezza, totale e trascendente, di integrale liberazione… La salvezza compiuta nel Cristo e partecipata a tutti gli uomini costituisce il contenuto della evangelizzazione».

Ed ancora: «In questo disegno di salvezza dell’uomo che l’evangelizzazione propone è compreso anche quello che intendiamo con parola promozione». L’improvvisa morte di Bartoletti, il 5 marzo del ’76 fa precipitare gli eventi. «Monsignor Enrico Bartoletti» scriveva Andreotti «alle prese con le conseguenze del referendum, che certamente avrebbe voluto evitare, può letteralmente dirsi che morì di crepacuore» (Ad ogni morte di papa, pag. 121). E’ una morte che letta alla luce delle altre improvvise morti di Giovanni Paolo I (1978), dall’arcivescovo di Firenze cardinal Benelli (1982), dell’arcivescovo di Bologna monsignor Manfredini (1983) non può che destare drammatiche domande.

«Nella prima riunione del Comitato (dopo la morte di Bartoletti) Maverna (il successore) propose ai partecipanti di ‘rimettere il proprio mandato’. Lo faceva per suggerimento vaticano e invocava la necessaria docilità ai responsabili pastorali. Il proseguimento dei lavori fu dovuto ad un escamotage formale… e alla volontà di Poma.

Paolo VI è ormai defilato. ‘Per noi è finita’ aveva sussurrato davanti alla salma di Bartoletti… Da allora non esercitò più una efficace direzione della Cei. La gestione del Convegno veleggiò in forme provvisorie fino all’esplosione della sua celebrazione» (Il Regno, 12/87). I principali componenti di quel Comitato erano padre Sorge e Lazzati (che sararmo i vice presidenti del Convegno stesso), Scoppola, Bachelet, Ardigò, Agnes, Rosati, De Rita, Gaiotti.

Tutte le vicende del Convegno rattristarono il Papa. Senza Bartoletti il Convegno si avviava verso lidi ben diversi da quelli per cui fu pensato. Comunione e liberazione vive il suo momento di massima emarginazione: si giunse persino ad assimilarla ai Cristiani per il socialismo come un’antitetica, ma uguale ‘deviazione’. E’ incredibile, ma il Convegno fu di fatto appaltato proprio a quella Lega democratica concepita dai cattolici del no che appena due anni prima avevano rotto la comunione ecclesiale votando e facendo votare a favore del divorzio.

In una relazione ufficiale, Bolgiani sostenne addirittura che gli anti-divorzisti furono l’ultimo rigurgito del vecchio integralismio reazionario e che la provvidenziale sconfitta aveva fatto emergere i veri cattolici del dialogo e del rinnovamento. Paolo VI, celebrando in San Pietro la Messa di inizio, vedendo il cardinal Siri (che nel ’75 aveva pensato di riportare alla guida della Cei) gli si fa incontro e gli sussurra: «Eminenza, sono molto preoccupato ma se c’è qui Lei mi sento più tranquillo».

Ed il Cardinale: «Santità, bisognava far qualcosa prima, e poi io starò qui finché ci sarà Lei, poi me ne andrò». Questo episodio inedito la dice lunga sul clima di quel Convegno. Paolo VI vi terrà dunque un’omelia memorabile (quanto inascoltata): «La fede vivente è una fede irradiante. La Chiesa credente è Madre e Maestra, e con la dottrina del Concilio ci conferma e ci ammonisce che quanti siamo suoi figli dobbiamo essere fieri del nome cristiano, e testimoni di quanto questo nome significa e ci insegna».

Tanto diversa fu la strada percorsa dal Convegno che Paolo VI per tutto il resto del Suo pontificato non lo citerà mai. Ed è un caso unico. Il Consiglio Permanente della Cei dopo redasse una «presentazione» degli atti del Convegno che tentava di correggerne in qualche modo gli eccessi.

La relazione Bolgiani, ad esempio, fu una vergognosa damnatio memoriae di Pio XII, presa in blocco dai testi del laicismo massonico-azionista, come dimostrò, senza peli sulla lingua, Del Noce su Il Tempo del 17 novembre. La relazione Bolgiani fu pubblicata dall’Espresso, che peraltro due anni prima, in un servizio intitolato «Divorzio: lo salveranno le donne (e i preti)», aveva scritto: «In questa operazione l’altra chiesa in Italia ha trovato il suo più autorevole esponente nel cardinal Michele Pellegrino, di Torino» (24.3.74)

L’idea di un’altra chiesa (progressista, dialogante, ecumenica) che avrebbe avuto il suo inizio con il Concilio -secondo lo schema di Bolgiani- faceva emergere una innovazione improponibile, che pure stava dilagando nella mentalità dei cattolici, minando le basi stesse della fede, la Tradizione e il Magistero. Già nel ’72 Paolo VI aveva respinta con orrore: «una falsa e abusiva interpretazione del Concilio, che vorrebbe una rottura con la tradizione, anche dottrinale, giungendo al ripudio della Chiesa preconciliare, e alla licenza di concepire una Chiesa ‘nuova’, quasi ‘reinventata’ dall’interno, nella costituzione, nel dogma, nel costume, nel diritto» (23.6.72).

Il cardinal De Lubac ha denunciato di recente questa stessa strisciante eresia: «Quante volte ci è stato ripetuto che contrariamente all’antica concezione ‘gerarchica’ e ‘sacrale’ della Chiesa, il Concilio inaugurava una sorta di ‘nuova Chiesa’ ponendo alla base… i laici… ma se apro la Costituzione conciliare leggo: capitolo I: il Mistero della Chiesa; è un richiamo decisivo dell’autentica tradizione, che sbarra la strada a ogni tentativo di secolarizzazione, di politicizzazione, di democratizzazione…».

Del resto, quella stessa relazione proponeva una così acritica, puerile «apertura alle nuove culture del mondo» da apparire grottesca, in quel clima di regime che soffocava la società italiana. Si voleva ‘purificare’ la Chiesa distruggendo tutta la fecondità di opere sociali del cattolicesimo popolare.

Eliminare «la Chiesa che si appoggia su leggi e banche» diceva Pedrazzi, collaboratore (nella Lega e ne Il Mulino) di quell’Andreatta che ha -come ministro del Tesoro- «liquidato» il Banco ambrosiano (il Nuovo ambrosiano è finito poi nelle sapienti mani di Agnelli). Strumento del suicidio della presenza sociale dei cattolici fu allora l’abbandono della Dc come partito dei cattolici.

Da Scoppola a Orfei a Sorge tutti acclamavano finalmente il pluralismo delle scelte. Anche un dottor sottile come Sorge è chiarissimo: «Bisogna superare in linea di principio e nella pratica la vecchia concezione che portava a vedere nella Dc la naturale proiezione politica del mondo cattolico… La Dc è un partito laico; non religioso, ma politico… esso chiede il consenso in base alle sue scelte, perciò possono non riconoscersi in esso coloro che non le condividono, anche se sono cattolici…».

Bolgiani non ha dubbi e chiede alla Lega di realizzare «un piano strategico per la messa in crisi e la rottura del monolitismo di potere mafioso Dc». La Fuci già nel ’69 chiedeva «la rinunzia alla dottrina sociale, al Concordato, il distacco dal potere economico e la rinunzia ad avalli o preferenze verso forze politiche con etichette cristiane».

Le Acli poi navigavano in questo mare di ambiguità. Ancora all’ultimo congresso Rosati sosteneva di non credere «alla negatività delle cose mondane che solo la presenza cristiana riuscirebbe a sanare». I protagonisti della scissione che portò alla nascita dell’Mcl intesero invece far chiarezza; la fede non poteva essere un optional, un condimento nel mondo di cui si potrebbe anche fare a meno (M. Giraldi su Traguardi sociali, gen./feb. ’85).

Pietro Scoppola (cattolico del no e protagonista del Convegno) intervenendo all’assemblea della Cei del 20 maggio ’76, rimbeccò addirittura i vescovi per aver detto la loro sulle candidature di alcuni cattolici-democratici nel Pci: «Gli amici che si sono candidati nelle liste comuniste certamente hanno ritenuto di muoversi in uno spazio di libertà consentito al cattolico… Restava il dubbio nella loro coscienza che l’intervento (dei vescovi) nei loro confronti fosse legato anche a motivazioni politiche. Sappiamo tutti che la storia della Chiesa è piena di esempi del genere. La loro scelta esprime la disperazione che ci attanaglia tutti di fronte alle insufficienze, alle deviazioni del partito che fino a ieri ha rappresentato la maggioranza dei cattolici italiani».

Ed ancora, di lì a poco: «Vi sono verità di fatto, dure, che dobbiamo dire fino in fondo: interventi della Chiesa in campo politico, che si esprimono in termini di costrizione e di minaccia sono oggi rifiutati dalle coscienze dei cattolici».

1978, LA SFIDA AI PARTITI. MORO CONTRO I LIBERAL.

I grandi potentati contro le formazioni politiche. Quando è iniziato lo scontro? E che sbocchi avrà? Il Sabato lancia il dibattito verso il prossimo congresso Dc. Quella ospitata in queste pagine è la ricostruzione accurata di un evento chiave per capire la storia politica che stiamo vivendo. Sono gli anni tra il ’76 e il ’78. Il superpartito liberal vive il suo primo smacco, nella sua scalata politica. L’accoppiata Moro-Andreotti blocca il tentativo dei potentati di mettere in gioco il Pci. Ecco come andò.

*  *  *

Il PSI nell’estate del 76 è ridotto al fantasma di se stesso. De Martino teorizza il suicidio politico del partito. Scalfaro che sponsorizza Giolitti per la successione. Ma invece spunta Bettino Craxi, un uomo che volevo garantire la sopravvivenza del partito piuttosto che i piani delle lobby.

Il nuovo vangelo dell’aristocrazia liberal

Alle idi di marzo del 1966, Il Mondo (tempio del pensiero liberal) cessava le pubblicazioni con questo sconsolato commiato: «Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti -diciamo così- indigeni, che ad esempio in Inghilterra, in America, in Scandinavia neppure esistono… ideali e concezioni politiche, culturali e morali lontane… dal mondo moderno».

Il fastidio, il disprezzo per questo popolo italiano, così vivo, ricco di culture, gruppi sociali, identità politiche, così poco anglosassone è il tratto tipico dell’aristocrazia liberal. «Gli italiani sono un popolo profondamente corrotto» scriveva un liberal della prima ora, Giaime Pintor «ma essi continuano ad esprimere minoranze rivoluzionarie di prim’ordine… L’Italia è nata dal pensiero di pochi intellettuali».

Questa idea aveva radici lontane. Dopo la guerra questa casta di eletti, illluminati, puri si raccolse nel Partito d’Azione. Non avendo nessun seguito popolare, questa pattuglia andò monopolizzando tutto il mondo della cultura e dell’informazione. Da quei pulpiti amplificarono la loro idea: innanzitutto la contrapposizione fra due Italie; quella della politica e dei partiti, l’Italia arraffona, volgare, inetta, parolaia (che era lo specchio del «popolo italiano… fiacco, corrotto, popolo di africani e levantini») e quella rigorosa, efficiente, laica, calvinista della cultura liberal (si trattasse dello storico Centro studi di Mattioli e della Mediobanca di Cuccia, del Grande Capitale privato degli Agnelli, gli Orlando, i Pirelli, della tecnostruttura della Banca d’Italia o dei loro chiassosi portaparola, L’Espresso, Il Mondo, Panorama…).

«Il contrario dell’Italia delle vongole -secondo Scalfari- è l’Italia di Amendola e di La Malfa, un’Italia pulita, rigorosa, in qualche modo ascetica» (Epoca, 19.12.86). L’antitaliano è appunto il titolo della rubrica di Giorgio Bocca su L’Espresso. Ma cosa vogliono dunque?

Nel ’65 «uno dei signori dell’industria» (di Torino), sotto pseudonimo, rilasciava a Elémire Zolla una memorabile intervista (poi pubblicata sul Corriere della Sera del 27.1.75). «E’ il disegno di una Macchina sociale -dice il nostro- in cui le opposizioni finiscono per armonizzarsi… Perché questa Macchina sociale funzioni, occorre liberare la società da certi pregiudizi che producono uno speciale attrito… La Macchina sociale sarà ultimata soltanto quando avremo eliminato tutto ciò che non ne fa parte e perciò la ostacola… Si creerà una nuova morale, che colpirà come unico peccato l’estraneità al lavoro… Tutti saranno sottoposti ad un processo di adattamento reciproco che eliminerà ogni traccia di egoismo, in uno psicodramma permanente… Il sistema sarà tutto in tutti. Anarchico e pianificato». Non è Orwell, né Huxley. Storicamente è l’ideologia della Grande Industria piemontese, che ha colonizzato l’Italia.

E’ sorprendente l’analogia fra il progetto della Macchina sociale e questo passo di Gramsci: «In Italia è nato il primo Soviet dei capitalisti, la Fiat di Giovanni Agnelli, piccolo Stato locale con polizia propria, con un organo giudiziario proprio, con una legge generale propria». «Lo sviluppo ulteriore dirà quale forza storica oggettiverà permanentemente il sostantivo: capitalista o proletario?»

Egualmente oggi «Romiti» come notava Italo Pietra «è un paladino dell’impresa vista come una specie di cellula della società, che in piccolo rappresenta tutto, e al centro di tutto ci sta lui». In breve il messaggio era quello che poi volgarizzerà Romiti: «Gli interessi della Fiat sono gli interessi dell’Italia». E’ una pretesa antica questa. La cultura e i giornali liberal hanno sempre trattato i partiti italiani come un coacervo di interessi di bottega, piccole clientele, capi-cosca preoccupati solo di «maneggiare e incapaci di una visione moderna, che pensi al bene della nazione per «portare l’Italia in Europa». Solo gli illuminati (tecnocrazia e Grande industria) avrebbero invece a cuore i destini del Paese.

Il progetto liberal punta alla sparizione di tutte le culture, i gruppi sociali, culturali, i soggetti umani (il nichilismo) per affermare la sola ideologia della produzione/consumo (la Macchina sociale). Per questo è destinato ad avere una tentazione golpista. Nello Stato -mentre si elimina il retroterra sociale dei partiti, ridotti così a meri gruppi di opinione- vuole una progressiva bipolarizzazione (anche con misure di riforma istituzionale) per ridurre la dialettica fra diversi partiti e diversi interessi al binomio innovazione-conservazione, funzionale al potere economico esistente

La Fiat e il suo «mulino»

«Lo sforzo principale» scriveva di recente Maurizio Blondet «fu quello di deideologizzare i due partiti di massa, per adattarli il più possibile al modello del bipartitismo perfetto delle democrazie anglosassoni (dominate dall’interscambiabilità fra democratici e repubblicani, conservatori e progressisti, gli uni non meno degli altri iscritti nelle logiche neocapitalistiche).

A questo tendeva soprattutto il celebre studio di Galli, Il bipartitismo imperfetto, finanziato negli anni Sessanta da quel laboratorio tecnocratico che è la fondazione Il Mulino». Va detto, in effetti, che in quest’opera di laicizzazione di Dc e Pci, Il Mulino di Bologna è stata una think-tank formidabile. Qui si ritrovano uniti i cattolici democratici di Scoppola, Pedrazzi, Ardigò (che furono anche i cattolici del no a favore del divorzio nel ’74), che poi daranno vita alla Lega democratica, insieme con quegli intellettuali che confluiranno poi nella Sinistra indipendente. Non a caso i due studiosi che nella Dc e nel Pci si occuperanno dei progetti di Riforma istituzionale saranno proprio Roberto Ruffilli (Dc, Lega democratica) e Gianfranco Pasquino (Pci, Sinistra indipendente).

Entrambi provengono da Il Mulino, che ha rapporti amorevoli con la Fiat di Giovanni Agnelli. Nell’orbita de Il Mulino (e comunque ad esso collegati) gravitano anche altri centri bolognesi, come il Cattaneo presieduto da Pedrazzi e l’Arel di Andreatta.

Dentro il mondo cattolico saranno soprattutto gesuiti, con padre Sorge, già direttore de La Civiltà Cattolica, a scommettere su quest’area che va dalla Lega democratica alla Sinistra indipendente, con il progetto del golpe istituzionale (l’esperimento palermitano, propiziato appunto da padre Sorge è un inquietante esempio di distruzione del sistema dei partiti…), chiamato democrazia compiuta.

Il golpe

Dunque nel 1966 il politologo di sinistra Giorgio Galli (oggi docente universitario e firma prestigiosa di Panorama), direttore dal 1965 de Il Mulino, esce con un libro che farà molto discutere, Il bipartitismo imperfetto, e poi, nel 1974, Dal bipartitismo imperfetto alla possibile alternativa. E’ una ricerca di molti anni realizzata e finanziata grazie al Mulino, al Centro Cattaneo, alla Twentieth Century Fund di New York, alla Fondazione Agnelli e all’Istituto Agostino Gemelli di Milano.

La tesi di Galli è la seguente: «La democrazia rappresentativa ha avuto una origine borghese… Le élite economiche, politiche e culturali che si battevano per il trionfo delle istituzioni rappresentative erano o protestanti o laico-illuministe…». In tutti i sistemi istituzionali moderni, come la Gran Bretagna o gli Usa, spiega Galli, il gioco democratico è garantito dalla dialettica di due partiti che si riconoscono entrambi, in sostanza, in quella cultura laico-illuminista (questa è la regola del gioco).

I due partiti possono così competere per il governo alternandosi, secondo criteri della concorrenza del mercato. Ma in Italia i tre maggiori partiti (cattolico, comunista e socialista), nella loro identità culturale, sono nati proprio in contrasto con quella cultura borghese. Inoltre la galassia politica esprime una serie di altri partitini, ognuno dei quali è rappresentativo di gruppi sociali, economici, culturali particolari.

Fino dalla Costituente i cattolici si opposero all’ipotesi di una Repubblica presidenziale (proposta dagli azionisti): la particolarità della democrazia italiana era proprio la ricca varietà sociale e culturale del Paese, che poteva essere protetta e valorizzata proprio da una composita articolazione di partiti. La «dottrina sociale» cattolica aveva sempre sostenuto che il bene comune stava appunto «nell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi come ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (Vaticano II; Gaudium et spes, 26).

Galli applica però alla composita realtà italiana lo schema liberal del bipolarismo anglosassone. Egli in sostanza riduce il gioco ad una dialettica fra i due maggiori partiti, Dc e Pci. Poi osserva che il ricambio fra questi due partiti non è mai avvenuto (né potrà facilmente avvenire) e ne conclude che proprio questo bipolarismo imperfetto (incapace di garantire l’alternanza) blocca la democrazia precipitando il Paese nel disastro.

Galli, a dire il vero, non nasconde affatto che quella dialettica bipolare anglosassone è perfettamente funzionale all’egemonia borghese nella società. Quello che non dice è che la sua attuazione in Italia costituirebbe, per la società, un vero golpe, cancellando di fatto, d’un colpo, tutta la sua multiforme ricchezza. Questa è la Seconda Repubblica -dichiarava Scalfari ad Epoca (19.12.86)-. Quella che io immagino come Terza Repubblica è una fase nella quale i partiti vengano ricacciati fuori dalle istituzioni. Penso che Visentini la pensi come me. Lui non è gollista, è un Grande Borghese».

I liberal all’attacco

L’offensiva liberal ai partiti italiani stava ad esempio portando il Psi con De Martino al suicidio. Nel Pci, il punto d’appoggio era rappresentato da Amendola. Nella Dc ci fu un esponente che in quel lontano 1966 fece suo quel disegno della borghesia liberal. Si chiama Ciriaco De Mita. Di lui -che riconosceva come maestro Ugo La Malfa- scriverà Scalfari: «De Mita ha una cultura liberale, e non cattolico-popolare». E’ l’unico leader dc ad avere affermato: «Ho sempre pensato che la religiosità appartiene alla coscienza singola».

Bodrato dirà di lui: «Ha un’intelligenza crociana, sottovaluta i fenomeni sociali e l’importanza del consenso, considera la politica come un contrasto fra i vertici». De Mita salì alla ribalta intervenendo alla Camera il 14 marzo 1966, allorché chiese di «puntare tutto su una politica di adeguamento delle istituzioni come modo per garantire l’evoluzione politica» e propose al Pci una convergenza sulle riforme istituzionali «per la creazione di nuove regole». Era un vero e proprio proclama bipolarista.

L’obiettivo dichiarato di De Mita: «La vittoria storica della Dc coinciderà con la vittoria elettorale del Pci» (non a caso il laico Arrigo Levi, ammiratore di De Mita ha scritto soddisfatto: «De Mita non ama la Dc»).

Scalfari, il grande sponsor del politico irpino, scriverà: «L’amicizia con De Mita nasce soprattutto su un suo progetto positivo: quello di laicizzare al massimo la Democrazia cristiana, affrancandola dal vecchio moderatismo, di scardinare il doroteismo». Insomma un partito borghese moderno, un partito repubblicano di massa. Ma come, perché e con quali sponsor questo politico, prima del tutto isolato nella Dc, ed a lei estraneo culturalmente, ha potuto diventarne il padrone assoluto e incontrastato?

L’anno nero

 La conferenza di Portorico del 1976 dà l’Italia sull’orlo del baratro. La catastrofe economica sembra imminente. Incombe la disoccupazione (il numero degli occupati è uguale a quello del 1960), l’inflazione arriva al 20%, comincia a farsi sentire il terrorismo. Per di più a maggio si verifica un catastrofico terremoto in Friuli, dopo qualche mese il disastro di Seveso (che viene strumentalizzato subito dall’Espresso per lanciare una campagna di legalizzazione dell’aborto).

Alle elezioni poi il Pci supera il 30%, per la prima volta nella storia d’Italia. Kissinger chiede, in Italia l’avvento di «facce nuove». Guido Carli, già governatore della Banca d’Italia, che si appresta ad essere designato da Agnelli suo successore alla presidenza della Confindustria, chiede già il 25 maggio, «l’associazione del Pci alla conduzione politica del Paese».

Agnelli dichiara a Panorama che «la Dc con il 38% non può continuare a pretendere 1’80% del potere». Umberto Agnelli e Amendola -sotto gli auspici de Il Mulino- concordano «sulla necessità che il grande capitale e le forze di sinistra svolgano una lotta comune contro le rendite parassitarie». Questa idea, chiamata patto fra produttori, tornerà spesso negli anni successivi. E’ un sofisticato tentativo della borghesia liberal per un accordo diretto con il Pci per scavalcare totalmente (e delegittimare) la rappresentanza dei partiti.

Per questo la Confindustria di Agnelli e Carli parrebbe intenzionata a scendere direttamente in campo per costituire il polo borghese, riconoscendo al Pci il ruolo antagonista. Il «golpe bipolare» si delinea in una storica intervista rilasciata da Agnelli a La Repubblica, alla vigilia delle elezioni del ’76: «Il potere politico stava diventando sempre più inefficiente e arrogante… Si è parlato e scritto molto dell’arroganza del potere. Credo che sia un fenomeno degenerativo quasi inevitabile quando il sistema non consente alternative. E il sistema italiano non ha consentito alternative… E’ un dato di fatto. Ma altrettanto è un dato di fatto che ad un certo punto c’è stata una degenerazione ed il potere è diventato arrogante. Personalmente detesto l’arroganza» (27.4.76).

Umberto Agnelli sottopone alla Confindustria il progetto di una entrata in politica, «non già con un illecito sconfinamento nel campo dei partiti, ma con un incessante contributo d’idee…». La borghesia liberal sta dunque pensando di entrare direttamente in scena facendo un suo partito. Giorgio Galli scrive: «La borghesia faccia il suo partito e trovi finalmente un suo strumento politico». E Massimo Riva, poi parlamentare della Sinistra indipendente, scrive sul Corriere della Sera di Ottone: «Confindustria facciamone un partito» (7.9.75).

Alla fine si decide di giocare un’altra carta. «Colonizzare» il Pci portandolo su posizioni liberal (per questo nasce nel ’76 La Repubblica di Scalfari e Caracciolo, il cognato di Agnelli). E comprarsi la Dc (come fosse in svendita) per farne un partito repubblicano di massa: i due poli.

Così matura la candidatura di Umberto Agnelli nella Dc: «Sarà difficile eppure l’unica cosa che si può tentare è cambiare la Dc». Si scatena un grande putiferio, con le elezioni del 20 giugno. Il Corriere della Sera titola: «Un Agnelli vuol rifondare la Dc». E Giovanni Galloni, leader della corrente di Base, afferma: «(questa candidatura) segnala la ripresa dell’antica vocazione della Dc come forza popolare».

I risultati del 20 giugno 1976 portano il Pci al 33,8% (la Dc è al 38,9%). Ci sono dunque le condizioni per realizzare quel patto fra produttori che assesterebbe un brutto colpo al sistema dei partiti. E la sua forma non può essere che quella di un accordo fra una Dc «agnelliana» e un Pci «scalfarizzato». I giochi sembrano ormai fatti. A far saltare il piano saranno Moro e Andreotti.

Andreotti il guastafeste

Moro, che è la mente della Dc (e presidente del Consiglio in carica), capisce a questo punto che un qualche coinvolgimento del Pci è inevitabile. Del resto si tratta di uscire dal terribile incubo della bancarotta e del crollo dell’economia nazionale. Ma Moro è un «cattolico buono» (come lo definirà Paolo VI) e un vero democristiano.

Pochi mesi prima, quando tutta la stampa liberal voleva «linciare» sulle piazze la Dc per il caso Lockheed (criminalizzando Gui, che invece risultò poi innocente) fu proprio lui, Moro, con tutta la sua autorità morale, che in un memorabile discorso alla Camera prese le difese di Gui e -con grande energia- del suo partito («non ci faremo processare nelle piazze…»). (E degno di nota che, in quel caso, chi non approvò Moro fu Ciriaco De Mita).

Dunque Moro, in quel 1976, intuì il pericolo mortale, per la Dc e per tutto il sistema dei partiti, se si fosse realizzato il progetto liberal. Perciò, nella sorpresa generale, egli sceglie Giulio Andreotti (che neanche faceva parte della maggioranza del partito). Evidentemente, per Moro, era l’unico che potesse tentare un approccio con il Pci senza schiacciare tutti gli altri partiti e senza trasformare la Dc in un partito repubblicano di massa.

Infatti Andreotti vara un governo con l’astensione del Pci, ma senza nessun compromesso ideologico: «Una forte dose di pragmatismo antiemergenza» ha scritto Andreotti «ma con una precisa impostazione sui punti fermi della nostra collocazione internazionale: l’Alleanza atlantica e la Comunità europea. Se vi fossero dubbi in proposito avrei restituito senza esitazioni il mandato».

Così in tre anni di governo (con varie soluzioni) -dall’agosto ’76 al giugno ’79- l’Italia esce dal novero dei Paesi destinati allo sfascio. Il presidente Andreotti annota sul suo diario i risultati: la bilancia dei pagamenti da -2.300 a +5.000 miliardi di lire; la riserva valutaria da -1.000 miliardi a +15.549 miliardi di lire; gli scioperi ridotti da 286 a 154 miliardi di ore; risparmio postale da 3.000 a 5.000 miliardi di lire e quello bancario da 52.000 a 90.000 miliardi e l’inflazione dal 23% all’11,6% (novembre ’78). Nel biennio 79-80 si ha in Italia un record d’investimenti e la crescita del Pnl è inferiore solo a quella giapponese. Si usciva dunque dal tunnel.

«Purtroppo -osserva Andreotti nel 1981- la rottura di questa intesa di solidarietà aveva fatto riprendere il cammino inverso a quello al quale si era protesi (inflazione sotto il 10%) ed oggi siamo di nuovo gradualmente arrivati ad un livello allarmante.

Il superpartito contro Andreotti

Giulio Andreotti

Giulio Andreotti

Appena varato il governo, il 4 settembre ’76, L’Espresso di Scalfari esce con una copertina che promette rivelazioni clamorose: il nuovo presidente Andreotti è il fantomatico «Antelope Cobbler» del caso Lockheed. «Mi domando -annota Andreotti nel Diario- se si tratta solo di una mascalzonata giornalistica o se dietro ci sia una manovra per ottenere la caduta del governo…».

Fatto sta che quei documenti, di provenienza americana, sono così grossolanamente artefatti che la cosa cade nel ridicolo (si noti che L’Espresso li ha soffiati a La Stampa che era anch’essa interessata all’acquisto: sono gli stessi mesi in cui il giornale di Agnelli pubblica in esclusiva la notizia -anch’essa spacciata per americana- di finanziamenti Cia a Cl!).

Comunque la sequenza e la provenienza degli attacchi è impressionante. Dopo L’Espresso, il 13 ottobre è il momento di Guido Carli, il 18 ottobre La Malfa e Amendola, il 18 novembre Umberto Agnelli (che, con un convegno all’Hilton, fonda nella Dc la sua corrente liberal e tecnocratica), il 20 novembre Fanfani e Visentini, e poi sempre e comunque, La Repubblica...

E’ emblematico che proprio i teorici del patto fra produttori attacchino il governo (anche facendo leva sugli istinti anticomunisti della Dc moderata): evidentemente i guastafeste sono Moro e Andreotti, che sono riusciti a far saltare il progetto laicista di scardinamento del sistema dei partiti, tenendo insieme una coalizione di partiti così diversi, per realizzare i provvedimenti urgenti richiesti dall’emergenza. Per il Superpartito liberal era uno scacco gravissimo.

Nel frattempo arriva poi un altro guastafeste. Il Psi, nell’estate del ’76, è ridotto al fantasma di se stesso (il 9%). De Martino teorizza addirittura il suicidio politico del partito. Per questo Scalfari sponsorizzava Giolitti, per la successione. Ma invece spunta Bettino Craxi, «il tedesco del Psi» (dice subito La Repubblica). E’ il giovane leader di una corrente dal nome significativo: Autonomia socialista. Insomma è un uomo di partito che vuol garantire la sopravvivenza del partito piuttosto che i piani delle lobby.

Per i liberal, che avevano assegnato al Psi il ruolo di mosca cocchiera del Pci, è un vero disastro. Craxi non ci sta, ed infatti si annuncia subito sparando a zero su Marx (contro cui rispolvera addirittura Proudhon). «Viva l’Italia» diventa il suo «programma». Proprio l’Italia viva e creativa disprezzata dai liberal: quella Craxi vorrebbe «rappresentare».

Gli amerikani nella Dc

Ma chi sono dunque i liberal che dentro la Dc si oppongono ad Andreotti, soffiando sul fuoco dell’anticomunismo? Nel ’77 riescono addirittura a coinvolgere certi ambienti d’Oltreoceano. Ad un convegno negli Usa, con Enzo Bettiza interviene Massimo De Carolis che denunzia «tanto il machiavellismo di Moro e la realpolitik di Andreotti quanto l’ideologia baciapile di Comunione e liberazione… Moro e Andreotti cercano di congelare la dialettica interna al partito, perché non credono che forze nuove possano emergere».

De Carolis era un tecnocrate liberal, ma anticomunista (il suo nome comparve nell’elenco degli iscritti alla P2 e lui smentì. Peraltro fin dai primi documenti politici della loggia di Gelli l’avversario è sempre individuato nella minaccia del Pci e dei clericali…»).   Fino al 1980 le varie aree tecnocratiche si trovano coalizzate contro Moro e Andreotti. Nel 1980, dopo la sconfitta di Andreotti, l’Italia è in mano ai potentati economici e finanziari (i partiti sono impotenti e sconfitti): si prepara il grande scontro interno al Palazzo, fra le varie fazioni…

Il caso Moro

Tuttavia ciò che rese possibile questa vittoria è stata la «puntuale» eliminazione di Moro da parte delle Br. Il 1978 era cominciato con il solito tiro incrociato contro Andreotti. Da una parte il Pci, ben istigato, che spingeva per entrare nel governo. Dall’altra, nella Dc, Rossi di Montelera (gruppo De Carolis) raccoglie firme contro questa ipotesi e Donat-Cattin, in una intervista a La Repubblica, minacciava catastrofi per quell’eventualità. Tengono bordone -annota Andreotti- anche l’Avvenire, la Civiltà Cattolica e l’Osservatore (ma quello della domenica).

Scrive ancora Andreotti: «Qualche tentativo di bloccare il nostro difficile iter arriva perfino a rivolgersi al Papa. La risposta è secca: ‘Ma quali garanzie hanno più di Andreotti? Lo lascino lavorare’».

L’11 gennaio il capogruppo del Pci dice che se cade Andreotti verrà La Malfa. Tre giorni dopo La Malfa in una intervista indica Fanfani come «il più consapevole della situazione di emergenza» e propone per tutti i partiti (Pci compreso) un patto sociale come quello dei laburisti in Inghilterra. Il 22 gennaio anche Amendola (avamposto liberal nel Pci) attacca Andreotti. Ma Moro impone di nuovo il suo nome, e su Andreotti (oltre al solito Scalfari) spara adesso anche la Confindustria (Carli il 22 febbraio su La Repubblica e Savona su Panorama del 28 febbraio).

E alla riunione dei gruppi parlamentari, il 28 febbraio ’78, che Moro pronuncia il suo ultimo discorso, il suo testamento politico. E’ una difesa decisa del lavoro fatto con Andreotti contro l’attacco scatenato dal «gruppo dei Cento».

La Repubblica del 25 febbraio ’78 sponsorizza questo gruppo che si apprestava a dar battaglia: «E’ evidente l’incontro fra le loro idee e quelle neoliberiste di Guido Carli, quelle sul ruolo dell’impresa sviluppate da Agnelli, quelle che animano le nuove leve imprenditoriali». Come poi accadrà al Congresso del 1980 costoro attaccano il governo Andreotti in apparenza proponendo un ritorno al pentapartito (e quindi solleticando i moderati nella Dc), ma in realtà con il proposito di ridurre la scena al bipolarismo Dc/Pci.

Infatti proprio in quei giorni di febbraio del ’78, un loro nume tutelare, Umberto Agnelli, dichiarerà: «Dopo dovremo trovare una formula che differenzi molto la maggioranza dalla minoranza… Io non escluderei che un partito (il Pci) che ha il 35% dell’elettorato possa essere una reale alternativa in Italia… Così sia pure nella profonda differenza fra noi e loro quella alternativa ci sarà». Ma in quel febbraio ’78, per il Superpartito, Moro stava davvero diventando un ostacolo storico.

Scalfari cerca di istigare il Pci: «Perciò il momento di concludere è arrivato per tutti. La strategia di Moro e della Dc è chiarissima: la carota della maggioranza e il bastone di un programma di parte. E’ venuto il tempo di rompere questo gioco» (24.2.78). Varato il nuovo governo Andreotti, dove il Pci fa parte della maggioranza, Moro diventa il naturale successore di Leone alla presidenza della Repubblica. E per il Superpartito liberal è una prospettiva disastrosa.

Così proprio per il 16 marzo, il giorno in cui il nuovo governo Andreotti/Moro doveva presentarsi alle Camere, La Repubblica esce con una sparata tanto assurda quanto clamorosa: Moro sarebbe «Antelope Cobbler» (la stessa sparata de L’Espresso contro Andreotti, nel ’76).

Un tragico destino vuole che proprio quella stessa mattina le Br realizzino il più radicale e perverso attacco alla democrazia italiana: rapito Moro e uccisi gli uomini della scorta. La Repubblica viene precipitosamente ritirata dalle edicole. La conclusione di questo dramma che sconvolge il Paese è la uccisione di Moro. Mille sono state le ipotesi su retroscena, protagonisti, coinvolgimenti, mandanti… Il 20 settembre ’78 sul Diario di Andreotti si legge: «A New York una scritta: Moro = Andreotti è segnalata dai Servizi ai nostri. Il Sismi mi dice anche che fonte degna di fede anticipa attentati delle Br contro me e Craxi». Oggettivamente le Br, eliminando Moro, hanno fatto il gioco del Superpartito liberal. Del resto anche per i brigatisti rossi e neri il primo obiettivo era l’abbattimento del sistema dei partiti.

agguato_Moro

Uno strano testamento

Poi il 14 ottobre accade uno strano episodio (oggi dimenticato). Eugenio Scalfari da mesi stava istigando il Pci contro Andreotti. Così quel giorno esce La Repubblica con una rivelazione che lascia di sasso tutti gli ambienti politici. Scalfari afferma di essere il depositario di una sorta di testamento morale e politico che Moro gli avrebbe affidato il 18 febbraio 1978 con la raccomandazione di tacere, «almeno per il momento».

Come e perché Moro abbia deciso di confidarsi proprio con il suo più acerrimo accusatore, Scalfari non lo spiega (al tempo del processo alla Dc intentato dai liberal per il caso Lockheed, Scalfari aveva scritto: «Per tutte queste ragioni, onorevole Moro, lei ha cessato da tempo, per quanto mi riguarda, di essere moralmente credibile»).

Scalfari dice che dopo aver mantenuto la consegna del silenzio fino a quel momento «se continuassi a tenere per me quei pensieri e quelle parole mi sembrerebbe un tradimento. E’ singolare che Scalfari sfoderi questo sorprendente documento proprio alla vigilia di un dibattito parlamentare sul caso Moro, e soprattutto alla vigilia di una importante verifica del presidente del Consiglio Andreotti con il Pci.

Ecco infatti le dichiarazioni postume di Moro: «Il Pci può fin d’ora essere associato al governo -avrebbe detto a Scalfari- insieme a noi e alle altre forze democratiche. Questo è possibile. Questo anzi è necessario… Di una cosa possiamo essere certi: non c’è più sicuro alleato del Pci per una politica di distensione internazionale… e dopo la fase dell’emergenza si aprirà quella dell’alternanza… Non è affatto un bene che il mio partito sia il pilastro essenziale di sostegno della democrazia italiana. Noi governiamo da 30 anni questo Paese. Lo governiamo in stato di necessità perché non c’è mai stata la possibilità di un ricambio… Resta il fatto che la nostra democrazia è zoppa fino a quando lo stato di necessità durerà».

Era una vera bomba. Perché qui Moro si rivelava un «bipolarista» accanito proprio nei giorni (febbraio ’78) in cui tutta la stampa liberal -a partire da La Repubblica- lo accusava del contrario perché stava tessendo fra i partiti la tela dell’accordo.

Peccato che Moro, essendo morto, non ha mai potuto né confermare né smentire le rivelazioni scalfariane. D’altronde quelle espressioni non facevano parte del levigato lessico moroteo, mentre emanano un deciso sapore scalfariano. Il bersaglio di quella intervista postuma era chiaramente Andreotti, che veniva così messo in difficoltà con i comunisti.

D’altra parte restano delle perplessità inquietanti su questo episodio. Perché mai, ad esempio, solo sei giorni dopo il presunto misterioso colloquio, che sarebbe avvenuto il 18 febbraio, Scalfari accusava pesantemente Moro come se non avesse mai parlato con lui? (scriveva: «Il momento di concludere è arrivato per tutti. La strategia di Moro e della Dc è chiarissima: la carota della maggioranza e il bastone di un programma di parte. E’ venuto il tempo di rompere questo gioco»).

Claudio Mauri, in un suo libro dedicato al più temuto giornalista italiano (Il Cittadino Scalfari, editore Sugarco) pubblica anche due articoli di Moro scritti esattamente nei giorni del presunto colloquio con Scalfari (e poi apparsi su Il Giorno e L’Unità) in cui Moro sostiene l’esatto contrario.

Ma c’è un altro sorprendente particolare che lascia di stucco. Scalfari, pubblicando l’intervista postuma il 14 ottobre ’78 dice che il colloquio risale appunto al 18 febbraio e spiega: «Non ci vedevamo da quando nella primavera del ’68…». Dieci anni dunque. Ma qualcosa non torna (quel 18 febbraio fra l’altro era il giorno in cui morì la mamma di Scalfari).

Proprio il 4 febbraio del ’78, lo stesso Scalfari, sul suo giornale, presentando una conversazione con Moro scrive: «Qualche settimana fa l’ho incontrato, dopo un lungo periodo di tempo…». Inutile poi dire che il contenuto di questa conversazione pubblicata con Moro ancora vivo, non contiene nessuna delle clamorose affermazioni della confessione postuma. Ma piuttosto la vera grande intuizione di Moro: «Ho sempre avuto l’angoscia dei margini troppo stretti dell’area democratica…».

Un’idea esattasnente opposta a quella «bipolare», l’idea della valorizzazione di tutti i partiti (che già anni prima aveva portato al centrosinistra). “… certamente la P2 aveva tra i suoi scopi il far fuori la DC di Zaccagnini e di Moro…” (Tina Anselmi, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2. Intervista rilasciata a Panorama. “Tutti gli uomini chiave che dirigevano le operazioni di polizia giudiziaria nel rapimento Moro erano della P2”. Trasmissione Rai 2 Il testimone, mercoledì 13 aprile 1988.

Ma dunque come si spiegano queste «dimenticanze» di Scalfari? Non si spiegano. Non a caso tutti i partiti (soprattutto il Pci) accolgono le rivelazioni di Scalfari -che dovevano scatenare il finimondo- con diffidenza e disagio. Nessuno volle parlarne. E Scalfari si è guardato bene dal chiarire tutti gli inquietanti interrogativi.

Si può solo osservare che quelle dichiarazioni sembravano calibrate apposta per mettere in crisi il governo Andreotti. E poi Scalfari è arrivato a sostenere -nell’ultimo libro (La sera andavamo in via Veneto, edizioni Mondadori, pag. 246)- che nel ’77-’78 sia Moro che Andreotti aspiravano al Quirinale e dunque che la sparizione di Moro sarebbe stata un terno al lotto per Andreotti. In verità i fatti dicono l’esatto contrario: la sparizione di Moro fu ciò che permise la sconfitta di Andreotti, e la vittoria del capitale laicista.

Del resto il libro di Scalfari contiene un altro elemento strano: un brano di quella intervista postuma. Ma quel brano nell’intervista postuma del 14 ottobre ’78 non c’è! Scalfari, infatti, riporta nel libro questa presunta citazione: «Sono contrario al compromesso storico vagheggiato da Berlinguer. I nostri sono due partiti alternativi e tali debbono restare. Ma la ricostruzione dello Stato in termini moderni non può che essere fatta insieme.

La società italiana non reggerebbe al trauma di un’operazione di così enorme portata se entrambe le due grandi forze popolari non fossero associate all’impresa. Dopo, ciascuno riprenderà la sua strada. Io non mi dispero affatto che la Dc per alcuni anni possa stare all’opposizione. Anzi me lo auguro, perché la Dc deve rigenerarsi».

Se l’intervista postuma del 14.10.78 sembrava fatta a puntino per dare addosso ad Andreotti, queste dichiarazioni, pubblicate da Scalfari in un libro dell’85-’86 (facendo finta di averle già pubblicate), sono identiche a ciò che, proprio fra l’85 e l’86, De Mita andava dicendo ai quattro venti, per mettere in difficoltà il governo Craxi: ovvero riforme istituzionali con il Pci («la ricostruzione dello Stato in termini moderni…») e poi alternanza bipolare fra Dc e Pci (con gli altri partiti come mosche cocchiere di questa o quello).

16 marzo 1978. In via Fani un commando delle Brigate Rosse rapisce Aldo Moro. Il 9 maggio il cadavere del presidente della DC verrà fatto ritrovare in via Caetani. Nel febbraio di quell’anno Eugenio Scalfari scriveva: “La strategia di Moro e della DC è chiarissima, la carota della maggioranza e il bastone di un programma di parte. E’ venuto il momento di rompere questo gioco”.

Moro_Br

Aldo Moro ostaggio delle Br

Fatto sta che, scomparso Moro, l’istigazione di Scalfari verso il Pci ebbe finalmente successo: «Dal ’79 in poi» racconta Scalfari «la questione morale ha preso il posto del compromesso storico nell strategia berlingueriana. Quella è stata secondo me la svolta ti fondo, nella evoluzione del Pci… In questi dieci anni» conclude «il nostro gruppo di opinione e soprattutto le testate giornalistiche che lo rappresentano, La Repubblica, L’Espresso e Panorama, ha adempiuto egregiamente, per la sua parte, al ruolo di ‘laicizzare’ la chiesa comunista».

E’ un brano rivelatore. Il grande cavallo di battaglia è proprio lo spauracchio dello scandalismo: la questione morale viene da loro contrabbandata come la degenerazione del sistema dei partiti, che va dunque «riforrnata». (Ma lungi da loro per esempio l’idea di ‘moralizzare’ la finanza o la Grande Industria).

Il tam tam si farà assordante verso il 1980 grazie anche ai giornali del gruppo Rizzoli (controllato da Gelli): la via d’uscita che questi indicavano doveva essere una sorta di golpe istituzionale che portasse al governo dei tecnici (così Visentini sul Corriere), o alla Repubblica presidenziale (il programma della P2), tappe intermedie verso la costruzione del bipartitismo perfetto. (Il governo degli onesti vagheggiato dal Pci con la svolta di Salerno dà la misura del dominio ideologico che i liberal esercitavano sul Pci dell’ultimo Berlinguer). Nella primavera del ’79 infatti -quando il Pci abbandona il governo Andreotti- si concentra la svolta.

La massoneria all’opera

Il 30 marzo ’79 in Senato viene bocciato l’estremo tentativo di Andreotti (sarebbe il 5° governo), ma «ciò che ha più colpito gli ascoltatori» secondo il cronista de La Repubblica «è stata l’assoluta differenza di tono e di impostazione fra il discorso pronunciato dal capogruppo dei senatori dc, il fanfaniano Bartolomei, e quello Successivo del presidente del Consiglio. Una prova palpabile della profonda frattura che oggi percorre tutta la Dc».

Il 12 giugno, Giampaolo Pansa intervista uno «stretto collaboratore di Zaccagnini». Non ne fa il nome, perché costui va giù diro: «C’è un disegno che parte da lontano -spiega- e con due l’obbiettivi: quello immediato è far fuori la segreteria Zaccagnini. Poi verrà il tentativo più grosso, distruggere la Dc come partito popolare per trasformarla in un raggruppamento laico moderato…».

Una congiura insomma -chiede Pansa- e di chi? «Tanto per cominciare autorevoli personaggi del grande capitale: per esempio, Umberto Agnelli. Poi la massoneria. Quindi certi palazzinari. E poi ancora Eugenio Cefis… Si, proprio lui! E’ stato in attività per tutta la campagna elettorale a favore dei Cento, dei bisagliani, dei fanfaniani duri, di tutti quelli che sono contro di noi. Del resto basta vedere quanto è accaduto in Confindustria prima del 3 giugno. Di solito, alla vigilia di ogni campagna, la Confindustria stabiliva di dare dei contributi ai partiti democratici. Questa volta è intervenuto Agnelli e ha detto: alt! Niente soldi alla Dc, finanziamo solo i candidati che diciamo noi, liberali, bisagliani, destra dc (quelli che si erano opposti al Moro-Andreotti, ndr)… Ma quello che demoralizza -prosegue l’esponente dc- è il conformismo dei giornali… Del resto la Sipra è in mano ai fantasmi e Rizzoli sta con la grande destra» (a quel tempo non si sapeva ancora della P2: ma è notevole registrare il concerto unanime della stampa, a partire da quella ‘gelliana’, per la liquidazione di Zaccagnini e Andreotti).

Pochi mesi dopo, infatti, il 20 febbraio 1980, la Dc, scaricato Andreotti, destituirà anche Zaccagnini, cambiando maggioranza. Venne eletto Piccoli solo perché poteva garantire l’unità del partito nella fase di transizione (Piccoli era accettato anche da Zaccagnini, più di Forlani che era stato proposto da Andreotti).

Ma transizione verso cosa? La prospettiva -per quelle lobbies che vollero questa svolta nella Dc- era rappresentata da colui che fu eletto vicesegretario di Piccoli, Ciriaco De Mita (non a caso, nella recente intervista a Panorama, Andreotti sostiene che De Mita «ha in mano la Dc da otto anni», cioè proprio dal 1979). La stampa per anni ha continuato a dire che il Congresso del preambolo (1980) fu una grave svolta moderata e uno stop al rinnovamento. Ma non ha mai spiegato perché proprio da lì cominci il processo che porterà De Mita al vertice della segreteria.

Non a caso proprio De Mita considera invece quel Congresso un momento in cui «il rinnovamento è andato avanti… (anche se) la scelta di Piccoli può essere apparsa contraddittoria rispetto al processo in corso e anche se, nel 1980, vince lo schieramento contrapposto a quello guidato da Zaccagnini» (cfr. Intervista sulla Dc, a cura di Arrigo Levi, Laterza).

La segreteria Piccoli è solo una fase di transizione, per preparare l’era De Mita (proprio in quei mesi del resto Piccoli denuncerà sotterranee manovre massoniche contro la Dc). E’ significativo che i due vincitori di quel Congresso, Donat Cattin (ideatore del preambolo) e Piccoli (che ne uscì segretario) siano oggi fra i più decisi oppositori della segreteria De Mita.

Il ritorno al pentapartito, deciso al Congresso dell’80, è stato infatti poi utilizzato da De Mita per affermare il disegno bipolare. Del resto De Mita proprio nel gennaio 1980 (alla vigilia della sua elezione alla vice-segreteria), con una serie di interviste a La Repubblica aveva rassicurato sui suoi programmi futuri i suoi sponsor liberal: Bisogna trovare un accordo sui problemi (istituzionali) fra tutti i partiti costituzionali (cioè con il Pci, ndr).

Una volta trovato l’accordo, il governo può essere fatto o dalla Dc con i partiti laici e socialisti, o dal Pci con i partiti laici e socialisti. Questo lascerebbe distinti i ruoli della Dc e del Pci nella società e preparerebbe l’alternanza» (è la stessa idea di Umberto Agnelli…). In sostanza, rivisto in prospettiva storica, tutta la maggioranza del preambolo lavorò per il re di Prussia.

De Mita fu il vero architetto della strategia del 1980. Fu De Mita a convincere Piccoli a restare ancora segretario, nell’81, perché gestisse, nel novembre, l’Assemblea degli esterni (ispirati da padre Sorge), dove peraltro fu decisa la cancellazione delle correnti e l’elezione diretta del segretario (caldeggiata con zelo dall’onorevole De Mita, che in forza di questa -negli anni della sua segreteria- compirà un vero colpo di mano, commissariando tutto il partito).

Finché arriva il De Mita-day salutato dall’entusiasmo di Scalfari. Quasi nessuno, dentro la Dc, si rese conto che per la prima volta la Dc cadeva nelle mani di forze esterne alla Dc. E’ stato proprio Scalfari a raccontare a Epoca (19.12.86), compiaciuto e soddisfatto, come fin dai primi giorni dopo l’elezione, il nuovo segretario De Mita, anche per nomine importanti, perfino per la vicesegreteria del partito (Mazzotta) o la presidenza dell’Iri (Prodi), abbia consultato non i leader del partito, ma lui, Scalfari.

Del resto è emblematico che negli stessi giorni del Congresso in cui doveva essere eletto segretario, il 5 maggio ’82, De Mita si sia incontrato, in una villa attigua al palazzetto dove si svolgeva il Congresso, con personaggi davvero sorprendenti: Carlo Caracciolo (editore de La Repubblica e de L’Espresso e cognato di Gianni Agnelli), Flavio Carboni (inquisito per la sparizione di Roberto Calvi di cui era «collaboratore, nonché socio di Caracciolo ne La Nuova Sardegna e ne L’Espresso) e Armando Corona (il nuovo Gran Maestro della massoneria di Palazzo Giustiniani, la stessa che ha prima osannato e poi scaricato Licio Gelli).

L’episodio è raccontato per filo e per segno nel recentissime libro di Corona; il quale si è giustificato scrivendo che l’incontro servì «per prendere un caffè e scambiare brevi parole».

La svolta

Ma la vera svolta risale al ’79, alla caduta di Andreotti. Il 1980 segna infatti il collasso dei partiti ed il dilagare delle varie fazioni del potere finanziario laicista. Il 5 ottobre ’80 si verifica un episodio che al momento non fu compreso in tutta la sua portata. Il Corriere della Sera pubblica in terza pagina una lunga intervista a tal Gelli Licio «capo indiscusso della più potente loggia massonica denominata Propaganda 2, P2» (a Torino esisteva una loggia Propaganda 1, «alla quale» come spiega Piazzesi «si erano iscritti alcuni fra i personaggi più eminenti di quella città»).

Gelli -guarda caso- nell’intervista in questione, realizzata da Maurizio Costanzo (iscritto alla P2) sul giornale di Rizzoli, Di Bella e Tassan Din (anch’essi P2) sparò a zero sui sindacati, contro lo Statuto dei lavoratori, propose una completa revisione istituzionale, attaccando ferocemente tutti i partiti (e dileggiando i politici) che sarebbero inetti, corrotti e meschini.

Per tutto il 1980 l’attacco ai partiti e alla politica come causa di sfacelo e corruzione cresce a dismisura. Con il novembre 1980 la parola d’ordine assordante è: questione morale. Il Corriere della Sera (di Gelli) lancia ogni giorno dalla prima pagina clamorose denunce di corruzione dei partiti, ma anche La Repubblica tiene il passo. (Sul fronte comunista e cattolico molti «utili idioti», agitano anch’essi la bandierina candida della questione morale).

Con il terremoto in Irpinia, il 22 novembre 1980, si scatena il più grave attacco al sistema dei partiti, accusati di totale inettitudine. I due giornali di Rizzoli e Scalfari riescono a portare il terremoto anche nella Roma politica amplificando strumentalmente certe intemperanze di Pertini in visita in Irpinia (singolare, alcuni anni dopo, questo passo di Scalfari: «Pertini è stato insomma un contropotere anziché il coordinatore e il regolatore degli altri poteri… S’è detto che, insieme al segretario generale Antonio Maccanico, fossi io l’altro consigliere ascoltato dal presidente, buon suggeritore secondo alcuni, tessitore di trame secondo altri. Naturalmente è tutto radicalmente inventato»).

Tenevano bordone a Pertini, Leo Valiani, Romano Prodi (attuale presidente Iri) e anche Alberto Cavallari che arriva ad esaltare il «presidenzialismo» che di fatto si sarebbe realizzato con Pertini.

I1 3 dicembre il Corriere della Sera titola in prima pagina: «Dc: oltre 100 deputati chiedono pulizia nel partito». E l’articolo di Albergo Sensini, anch’egli nelle liste di Gelli (ma ha smentito) spiega che in quell’appello «compaiono alcuni peones che in piena segreteria Zaccagnini si batterono con coraggio per spezzare le eterne oligarchie… vi compaiono poi alcuni degli hiltoniani, quelli che per una breve stagione sognarono una Dc liberal-democratica e fecero capo a Umberto Agnelli e al gruppetto degli intellettuali dell’Arel (Andreatta) … quest’opera di moralizzazione è un’iniziativa lodevole» concludeva compiaciuto Sensini.

Per fronteggiare l’emergenza economica e terroristica il Corriere della Sera e La Repubblica hanno un piano, si chiama Bruno Visentini. Per tutto il dicembre ’80 è un gran tam tam sulla sua proposta di «un governo dei tecnici». Il 14 dicembre ecco il Corriere in prima pagina: «Per Visentini è diventata soffocante la stretta dei partiti sullo Stato».

Il 18 dicembre Sensini sviluppa la proposta Visentini sostenendo la necessità di un governo forte (quasi ‘presidenziale’). Il 23 il Corriere dedica la prima pagina ad una intervista al leader dei liberal, al Grande Borghese per eccellenza: «Visentini: un governo di capaci con o senza tessera di partito».

In certi salotti politici comincia a prender quota la candidatura Visentini. In occasione della consegna di un premio all’Accademia dei Lincei, secondo alcuni giornali, Visentini dice a Pertini «Presidente, pensavo che mi consegnasse qualche altra cosa e mi desse un incarico!». La candidatura è vivamente caldeggiata da Corriere e Repubblica che soffiano sul fuoco dell’emergenza additando lo sfascio e la catastrofe imminente per colpa dei partiti.

strage Bologna 1980

la stazione di Bologna devastata da una esplosione

Ad alimentare questa feroce campagna catastrofista, per tutto il 1980, si ha una spettacolare e sospetta escalation del terrorismo nero e rosso. Il primo culmina nell’attentato alla stazione di Bologna, nell’agosto 1980.

Il secondo nel sequestro del giudice D’Urso, una vicenda che spaccherà il Paese e farà epoca. La polemica sul black-out nei confronti dei proclami dei terroristi diventa incandescente c’è in gioco la vita del magistrato. E nel caso egli venga assassinato per il fronte della fermezza sarebbe il momento propizio per chiedere un ‘governo forte’.

Sul fronte della fermezza sono schierati ovviamente con decisione, anche i liberal scalfariani (ma come si sa con la liberazione di D’Urso si sgonfiò l’armata della ‘fermezza’…).

Il 1980 comunque vede venire alla luce quella convergenza tra i tre più forti gruppi di potere: 1) la P2 di Gelli, che controlla i giornali del gruppo Rizzoli, l’Ambrosiano con annessi e connessi, e alte sfere della burocrazia dello Stato, dell’esercito e dei servizi segreti; 2) il gruppo Agnelli -la più grossa concentrazione di potere industriale e finanziario del Paese- con giornali, Confindustria, Mediobanca eccetera, 3) De Benedetti, Caracciolo, Scalfari, con particolari agganci nella tecnostruttura di Bankitalia e altri importanti centri finanziari.

E fra 1977 e 1980 sono innumerevoli i patti, le liti, gli accordi stipulati per i comuni interessi (vedi gli Atti della Commissione d’inchiesta sulla P2 per il patto Rizzoli-Scalfari-Caracciolo). Ma queste tre grandi lobbies, che nel 1980 sono ormai padrone assolute della piazza, con i partiti ridotti a fantasmi di se stessi (o ‘burattini’ di molti burattinai), stanno ormai per scatenare la guerra per l’egemonia.

Gelli dal Corriere, spara a zero contro i partiti

Perdente sarà la fazione che non ha più coperture internazionali, la P2, il cui Gran Maestro era stato fra i pochi italiani invitati all’insediamento di Carter. «Si tratta di capire perché» ha scritto Giorgio Galli «dopo tante repliche trionfali sino all’inverno 1980, si verifica il crollo del 17 marzo 1981 (la perquisizione della villa di Gelli ed il ritrovamento degli elenchi, ndr)… Ancora una voltai spiega Galli «la risposta va trovata negli Stati Uniti… Nel caso specifico si può supporre che nell’establishment statunitense vi sia preoccupazione per il traffico di armi e droga che figura fra le altre attività della P2».

Siano questi o altri i motivi è certo che la P2 è fatta fuori quando perde gli agganci Usa. Non a caso a dare lo sfratto alla lobby di Gelli sarà Spadolini, l’uomo politico italiano più attento alle ragioni americane e per di più di casa nella tradizione massonica italiana. Scrive appunto il Gran Maestro attuale, Armando Corona: «Il fatto poi che quel provvedimento (lo scioglimento della P2, ndr) fosse stato preso da un governo che, per la prima volta, era presieduto da un laico, da un repubblicano, il segretario del partito che si richiamava storicamente al fondatore della massoneria italiana, aveva aumentato le insinuazioni e le strumentalizzazioni».

Ma è tanto lo zelo che prodigano in quell’operazione che riescono quasi a far dimenticare che si trattava della loggia fiori all’occhiello di Palazzo Giustiniani, e non di una deviazione… Il capolavoro poi è consistito nell’essere riusciti a rovesciare sui partiti le responsabilità: si è presentata la P2 come un fenomeno di degenerazione del sistema dei partiti quando era l’esatto contrario. Craxi, i conte al bau-bau delle fazioni vincenti, ha più volte parlato di una guerra fra consanguinei, di un regolamento di conti nel palazzo. «Un nuovo gruppo di potere» scriveva L’Avanti «reso arrogante dalla protezione giornalistica, lancia da un’ala del Palazzo i suoi affondo contro un’altra ala dal Palazzo».

Basti vedere, del resto, dove sono finite le spoglie della fazione perdente a cominciare dall’Ambrosiano, dal Corriere della Sera passati da una lobby all’altra ma sempre all’interno della stessa «famiglia», e senza spargimento di sangue.

*  *  *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: