Carlo I D’Asburgo nella «Finis Austriae» (1)

Istituto Storico dell ’Insorgenza e per l ’Identità Nazionale

Estratto da Annali Italiani. Rivista di studi storici, anno II, n.3,

Milano gennaio-giugno 2003, pp.111-162

di Ivo Musajo Somma

Carlo I Asburgo

Per un primo accostamento storico-biografico alla figura dell’ultimo imperatore (*) Per la stesura di questo saggio sono particolarmente in debito nei confronti dell’amico dottor Luigi Casalini, che mi ha fornito un sostanzioso materiale su Carlo, frutto di un suo notevole lavoro di ricerca bio-bibliografica compiuto nel recente passato.

I. LA MONARCHIA AUSTRO-UNGARICA ALLA VIGILIA DEL 1914

1. La nostalgia

Sfogliare il raffinato catalogo della mostra che nei mesi scorsi si è svolta presso la Villa Reale di Monza (Milano), dedicata a «momenti e immagini» dell’impero asburgico fra il 1848 e il 1916 (1), è quasi come compiere un cammino all’indietro nel tempo: pagina dopo pagina, vecchie fotografie in bianco e nero accompagnano il lettore in un viaggio immaginario nel corso del quale è possibile vedere, ad esempio, un gruppetto di ufficiali dell’esercito imperial-regio seduti nel giardino del caffè Sacher di Vienna, il mercato sul Danubio di Budapest o il solenne monumento al feldmaresciallo Johann Joseph Franz Karl von Radetzky (1766-1858) in una piazza di Praga; ma lo sguardo non si fissa soltanto sulle grandi capitali dell’impero, perché altre immagini mostrano la cattedrale di Trento, il castello di Miramar a Trieste, la Maria TheresienStraße di Innsbruck, scorci delle valli tirolesi, Pola e Ragusa affacciate sull’Adriatico…

Dinanzi a tessere di mosaico così sapientemente raccolte, è facile cedere per un istante alla nostalgia di un mondo perduto, pur nella consapevolezza che abbandonarsi al mito postumo della monarchia danubiana non possa essere di particolare utilità ai fini di una lucida analisi storica. In effetti, com’è stato messo in evidenza, «[…] poche civiltà hanno lasciato un ricordo così intenso e indelebile; e oggi, per le generazioni contemporanee, il fascino della vecchia Austria tanto finemente evocata da scrittori e poeti sembra essersi sostituito alla concreta immagine di quel mondo […].Il mito absburgico, lungi dal morire con la fine dell’impero, sembra anzi avere iniziato con questa la sua più suggestiva e interessante stagione» (2).

2. I problemi

D’altra parte, nonostante il suo inequivocabile fascino, la vecchia Austria-Ungheria non era forse assillata da problemi gravi e mai adeguatamente risolti? Il regime dualistico, che salvaguardava diritti e privilegi dell’Ungheria e, in particolare, della riottosa aristocrazia magiara, rendeva la «duplice monarchia» difficilmente governabile, conferendo allo stesso tempo agli ungheresi una posizione di preminenza rispetto a quella degli slavi; la Boemia, da parte sua, mal tollerava di non avere uno statuto giuridico analogo a quello ungherese, che la riconoscesse come Stato sovrano unito all’impero.

La marea montante dei nazionalismi, nell’ultimo periodo precedente il primo conflitto mondiale, aveva portato i diversi popoli della monarchia a guardarsi con sempre maggiore ostilità, mentre nello stesso tempo andavano diffondendosi da un lato il panslavismo – più o meno apertamente fomentato dalla Russia zarista e dalla Serbia -, che propugnava la lotta per la liberazione dei popoli slavi oppressi dal giogo austriaco e magiaro, e dall’altro il pangermanesimo, secondo cui la missione dell’impero nell’Europa centro-orientale era di imporre la superiore cultura tedesca alla barbarie slava, agendo in stretta collaborazione con la Germania retta dalla dinastia degli Hohenzollern.

Non è difficile capire la pericolosità di entrambe queste correnti, le quali, diffondendo rancori e contrapposizioni di carattere nazionalistico, etnico, linguistico e culturale, costituivano un vero e proprio veleno per una compagine sovranazionale come quella asburgica, all’interno della quale convivevano popoli e culture differenti.

Tutti questi problemi, ancora in attesa di essere affrontati con la necessaria radicalità alla vigilia della prima guerra mondiale, hanno fatto ritenere che l’impero asburgico fosse destinato a un inarrestabile declino anche indipendentemente dalla sconfitta nel conflitto degli anni 1914-1918: insomma, le contraddizioni e le debolezze interne della monarchia- una realtà «medievale», incapace di trovare un posto nell’Europa moderna – ne avrebbero in ogni caso segnato la sorte e il conflitto non giunse che a recare all’impero ormai decrepito il colpo definitivo.

Lo stesso conte Arthur von Polzer-Hoditz und Wolframitz (1870-1945), uomo politico austriaco e capo di gabinetto – oltre che amico – di Carlo I, pur difendendo accoratamente l’«idea austriaca» dello Stato, antitetica allo stesso tempo a ogni nazionalismo e centralismo e consapevolmente legata alla tradizione del Sacro Romano Impero, parla a sua volta di una «malattia mortale» che affliggeva l’Austria-Ungheria (3).

Egli criticava, in particolare, il «dualismo» frutto del compromesso – Ausgleich – fra Austria e Ungheria, siglato nel 1867, in base al quale la monarchia fu, di fatto, divisa in due: ad ovest la metà austriaca, comprendente la Galizia – nella Polonia sud-orientale-, la Boemia, la Moravia e le province di lingua tedesca, ad est la metà ungherese, di fatto autonoma per quel che riguardava gli affari interni, con un suo governo, un suo primo ministro e un ordinamento giuridico indipendente.

La difesa, gli affari esteri e il tesoro venivano gestiti in comune. Il confine tra le due parti dell’impero era il fiume Leitha, che scorre a sud di Vienna. Da quel momento la parte austriaca fu chiamata Cisleitania, mentre la parte magiara Transleitania. Polzer-Hoditz riteneva che la vocazione degli Asburgo fosse quella di dar vita a «un Impero di struttura federalistica, ma senza compattezza nazionale, senza tendenze alla centralizzazione e alla germanizzazione, molteplice e vario nella forma del suo Diritto pubblico, nella vita economica e nella politica, nella lingua e nei dialetti, negli usi e nei costumi», capace di mettere in contatto «con lo spirito tedesco e la cultura tedesca, ma senza mai imporli»; in questo senso la lotta per il predominio in Germania fra Austria e Prussia, conclusasi con la vittoria di quest’ultima nel 1866, non fu soltanto lo scontro tra gli Asburgo cattolici e gli Hohenzollern luterani, «[…] ma, intimamente ed essenzialmente, il dissidio fra due principi insanabilmente contrastanti: l’idea imperiale, federalistica e sovranazionale degli Absburgo e l’idea statale centralistica, nazionale degli Hohenzollern» (4).

Il politico austriaco conveniva che, certamente, non erano mancate tendenze di carattere centralistico anche nella storia degli Asburgo, tuttavia esse non furono radicali ed efficaci come altrove, infatti, scriveva: «I diritti delle caste, nei Regni e nelle Province caduti sotto il dominio absburghese, furono ampiamente rispettati; le autonomie di alcune Province si conservarono fino agli ultimissimi momenti dell’esistenza della Monarchia; l’Ungheria, anzi […], aveva addirittura un Diritto costituzionale suo proprio» (5).

A questo proposito, in relazione all’epoca successiva alla Guerra dei Trent’anni, si è osservato che «[…] gli Asburgo, a prescindere dalla loro naturale disposizione a conservare piuttosto che a fare innovazioni, rimasero in certo qual modo indietro nel generale processo che in altri paesi stava già effettuandosi, mirante all’accentramento del potere assoluto. Il particolare carattere dell’enorme compagine dei domini tedesco-asburgici come pure lo sviluppatissimo e cosciente individualismo dei singoli paesi, in cui il potere delle Diete provinciali non era stato completamente fiaccato ma solo arginato, favorivano la tendenza asburgica a conservare più a lungo possibile i vecchi schemi politici e le antiche tradizioni» (6).

3. Declino fatale o possibile primavera?

Davvero la duplice monarchia si avviava ineluttabilmente verso la catastrofe? Nel 1912 il giurista e politico austriaco Josef Redlich (1869-1936) elencò senza mezzi termini i gravi problemi di un impero con poca coesione e pressato da emergenze amministrative, politiche, finanziarie, diplomatiche, in balia dei nazionalismi e guidato da un monarca troppo anziano e osservò in conclusione: «Nulla di tutto questo autorizza la speranza di un miglioramento. E tuttavia, come e dove potrebbero esistere tutti questi popoli, tutte queste culture, tutte queste genti, se non in questa impossibile Austria-Ungheria […]?» (7).

L’impero appariva come un’assurdità nell’Europa dell’epoca, e tuttavia continuava ad adempiere alla sua missione storica. Da parte sua, il conte Chojnicki, nel celebre romanzo di Joseph Roth (1894-1939) La Cripta dei Cappuccini, osservava che la situazione dell’Austria non aveva nulla di strano e poteva apparire anomala solo in un mondo in preda al delirio nazionalista: «In questa monarchia […] niente è straordinario. Con questo voglio dire che il cosiddetto straordinario, per l’Austria-Ungheria, è l’ovvio. Con questo voglio pure dire che solo in questa pazza Europa degli Stati nazionali e dei nazionalisti ciò che è ovvio sembra bizzarro. Sicuro, sono gli sloveni, i galiziani polacchi e ruteni, gli ebrei col caffetano di Boryslaw, i mercanti di cavalli della Bácska, i musulmani di Sarajevo, i caldarrostai di Mostar che cantano il Dio conservi» (8).

Con buona pace di quanti, prima e dopo il 1918, hanno considerato la monarchia danubiana come un corpo morto, da eliminare quanto prima possibile dalla scena europea, magari in attesa che l’erba giungesse a coprire le piazze di Vienna (9), l’impero nel 1914 non era un organismo senza vita in attesa della fine. Nonostante le sconfitte militari subite a opera della Francia nel 1859 e della Prussia nel 1866- entrambe alleate della monarchia sabauda -, che lo avevano privato della Lombardia e del Veneto e lo avevano escluso dalla Confederazione tedesca, durante la seconda metà del XIX secolo l’impero asburgico era stato protagonista di un tale sviluppo economico, sociale e culturale, che descriverlo come una realtà sclerotizzata e agonizzante pare veramente insensato.

Sebbene dal punto di vista industriale e militare l’Austria-Ungheria rimanesse in condizioni di inferiorità rispetto a potenze quali la Germania e la Gran Bretagna, essa costituiva non di meno una compagine di tutto rispetto per ampiezza dei territori, numero degli abitanti, varietà delle risorse e, non da ultimo, per l’elevato livello della sua civiltà: in questo senso lo storico Tapié ha addirittura ipotizzato che essa avrebbe potuto essere considerata una potenza destinata a un brillante futuro (10); egli osserva, infatti, che «la prosperità dei decenni tra il 1867 e il 1914, malgrado i brevi periodi di crisi o di stagnazione, si manifestava in tutto l’Impero, con un benessere maggiore e più generalmente diffuso» (11).

È essenziale, per quanto possa risultare difficile a molti, non lasciarsi indurre a credere, col senno di poi, che, siccome la duplice monarchia scomparve dopo la Grande Guerra, allora essa fosse senz’altro destinata a non sopravvivere. Alan Sked, che pure – in un modo a mio avviso non condivisibile – attribuisce all’imperatore Francesco Giuseppe pesanti responsabilità in relazione allo scoppio della prima guerra mondiale, precisa come parlare di «declino e caduta della duplice monarchia» sia di per sé fuorviante (12) e sostiene che «la Monarchia cadde perché perse una grande guerra.

Ma fin quasi al termine della guerra la sua sopravvivenza, anche in caso di sua sconfitta, non fu mai messa in questione» (13). Pur considerando l’esito della guerra, ci si può legittimamente chiedere se la scomparsa dell’Austria-Ungheria ne fosse la conseguenza inevitabile: le forze centrifughe erano dunque così forti da provocare lo smembramento della monarchia uscita vinta dalla guerra?

In realtà, come ha messo in evidenza François Fejtö in un libro ormai celebre (14), la fine dell’impero fu stabilita fuori di esso e la sua causa scatenante va cercata nella trasformazione del primo conflitto mondiale, iniziato come una guerra «classica» – per quanto atroce a causa degli armamenti moderni sperimentati per la prima volta -, in una guerra con caratteristiche di tipo «ideologico»: da un certo momento in avanti, infatti, le forze dell’Intesa – Francia, Gran Bretagna e Italia – non perseguirono più soltanto la vittoria, ma puntarono alla vittoria totale, per arrecare un colpo mortale all’avversario, peraltro opportunamente demonizzato in precedenza (15).

La concezione della guerra come una sorta di missione destinata a proseguire su scala europea quella lotta contro la monarchia e il clericalismo avviata dalla Francia nel 1789 nacque negli ambienti della sinistra francese. Per le forze repubblicane, anticlericali, progressiste, non di rado legate alla massoneria il fine era quello di «repubblicanizzare l’Europa» e il nemico da abbattere, ben più della Germania – che comunque fu costretta a un trattato di pace umiliante – era proprio l’Austria-Ungheria: infatti, colpendo l’impero asburgico, il simbolo vivente dell’antico ordine civile europeo, si poteva infliggere un colpo fatale tanto al principio monarchico quanto, indirettamente, al cattolicesimo (16): gli Asburgo, che per secoli avevano detenuto la corona del Sacro Romano Impero – assunta prima ad Aquisgrana e poi a Francoforte – e avevano difeso la cristianità dai suoi nemici esterni ed interni, continuavano infatti ad incarnare il principio stesso dell’impero cristiano.

Le aspirazioni nazionali dei popoli della monarchia, appoggiate anche da Stati Uniti d’America e Gran Bretagna, furono utilizzate per portare a compimento questa «crociata politica», senza peraltro che i popoli medesimi venissero in alcun modo interpellati riguardo al futuro che li attendeva, al punto che parlare di «democrazia» o di «libertà nazionali» a tale proposito sembra fuori luogo. François Fejtö afferma in proposito: «Si sa che numerosi deputati serbi, croati e sloveni del Reichstag [il parlamento] si sollevarono contro l’unione delle loro regioni alla Serbia, desiderosi di rimanere in seno all’Austria-Ungheria. Nulla prova che gli abitanti della Boemia, della Moravia abbiano voluto separarsi dalla monarchia. Quanto agli Ungheresi, essi proclamarono fino all’ultimo la loro volontà di rimanere nell’ambito della monarchia. In queste condizioni, non si dovrebbe affatto parlare di democrazia né di libertà delle nazioni. Queste, lo ripeto ancora una volta, non vennero consultate»(17).

D’altra parte merita davvero di essere sottolineato il modo in cui, nel corso del conflitto, «[…] a parte la diserzione di qualche reggimento ceco, l’esercito multinazionale si batté fino all’ultimo per l’impero come patria e non come prigione dei suoi popoli» (18), il che aiuta a comprendere come, nonostante i molti problemi irrisolti, gli elementi di coagulo capaci di tenere uniti i popoli dell’impero erano tutt’altro che scomparsi.

Polzer Hoditz – il quale era peraltro, così come l’imperatore Carlo, un acceso sostenitore del mutamento in senso compiutamente federalistico della compagine imperiale -, dopo aver riportato il giudizio dello studioso spagnolo Aniceto Sardó y Vilar, a parere del quale le nazioni europee asservite e oppresse non andavano senz’altro cercate in Austria, «paese che, in fatto di libertà, di civiltà ed umanità è bene al di sopra delle menzogne e delle calunnie di libellisti politici malevoli», commentava: «Giudizio esatto, poiché non si può negare che in nessuno Stato del mondo, ad eccezione della Svizzera, le nazionalità mai hanno goduto di altrettanta protezione e considerazione dei loro interessi» (19).

Non posso far a meno di osservare, en passant, che la Gran Bretagna, negli stessi anni in cui sosteneva i «popoli oppressi» dell’impero austro-ungarico, reprimeva nel sangue le rivendicazioni nazionali in Irlanda, al punto che i vescovi cattolici irlandesi, nell’ottobre del 1920, giunsero a pronunciarsi con un documento collegiale nel quale si legge tra l’altro: «Non è facile per i Pastori del gregge mantenere la legge divina ed assicurarne l’osservanza quando l’oppressione è predominante in un paese. Ma il loro compito diviene quasi impossibile là dove le caratteristiche del Governo sono il terrorismo, la parzialità e la violazione dei princìpi proclamati dai suoi membri»; i presuli continuavano denunciando assassinii, perquisizioni e arresti indiscriminati, incendi e distruzioni che trovavano un paragone «per ciò che riguarda l’assassinio degli innocenti e la distruzione dei loro beni, nelle atrocità del terrore turco o negli eccessi dell’armata rossa della Russia bolscevica» (20).

La lealtà – reale, non fittizia – nei confronti del sovrano e della dinastia, la religione cattolica, come pure le altre confessioni liberamente professate, l’esercito imperial-regio – all’interno del quale tutte le nazionalità avevano diritto di accedere alle cariche di comando -, l’amministrazione e la burocrazia efficienti e non corrotte, i comuni vantaggi economici erano solidi punti di forza per il vecchio impero.

In particolare, «l’imperialregio esercito costituiva, sotto molti aspetti, un elemento supplementare a favore dell’unione tra i diversi popoli dell’impero. Il tedesco, unica lingua usata nei quadri di comando e che, per questo motivo, doveva essere capita e parlata dagli ufficiali e dalla truppa, rafforzava la coesione. Si trattava in pratica di un vero e proprio crogiolo in cui vivevano, fianco a fianco, nella vita di ogni giorno, popolazioni venute da tutte le regioni dell’impero. L’ingresso nei quadri degli ufficiali, oltre ad essere un mezzo di promozione sociale […], accelerava il processo di assimilazione e finiva col creare un modello umano, una sorta di archetipo austro-ungarico che, pur senza rinnegare le proprie origini etniche, si sentiva molto più solidale con l’insieme della monarchia che con una regione in particolare» (21).

Per quel che concerne il problema linguistico, in Cisleitania, la parte austriaca della monarchia, le diete provinciali deliberavano nelle lingue locali e i diversi gruppi linguistici disponevano ognuno di un sistema d’insegnamento completo, compreso quello universitario; pure in Ungheria – dove non mancavano tensioni fra i magiari egemoni e gli altri gruppi nazionali – l’insegnamento elementare e secondario avveniva nelle lingue locali, mentre quello universitario si svolgeva solo in ungherese o in tedesco, anche se i croati disponevano di una loro università a Zagabria.

In buona sostanza, «[…] in un secolo in cui gli antagonismi nazionali si presentavano violenti, la monarchia austro-ungarica era riuscita a far coesistere nazionalità diverse, perché la sua organizzazione era sufficientemente elastica da permettere a tutte di avere un loro posto al sole. […] Tutte le nazionalità hanno goduto della protezione della legge e avevano totale libertà di coscienza e di culto» (22).

La liberazione dei popoli avvenne a Versailles mediante la creazione a tavolino di nuovi Stati ognuno dei quali, nella realtà dei fatti, non poteva che riunire etnie, religioni e lingue differenti; secondo lo storico John W. Mason, infatti, «le razze erano a tal punto mescolate tra loro in molte regioni dell’Europa orientale che era impossibile districare il nodo semplicemente ridisegnando i confini nazionali sulla carta geopolitica» (23).

Nonostante ciò, ognuno di questi Stati concepiva se stesso come uno Stato nazionale a tutti gli effetti, con la conseguente repressione delle rispettive minoranze (24); il nuovo ordine instauratosi, per esempio, in Cecoslovacchia e in Jugoslavia, passato l’entusiasmo iniziale, fece ben presto rimpiangere la situazione precedente. La pretesa rinascita delle nazioni portò così a una situazione che doveva rivelarsi esplosiva: di lì a poco, infatti, l’Europa visse una nuova, tragica, guerra e i Paesi che avevano fatto parte dell’impero furono schiacciati tra il totalitarismo nazionalsocialista e quello sovietico, il quale avrebbe a lungo dominato le regioni già austro-ungariche.

A ragione l’imperatore Francesco Giuseppe (1830-1916) considerava il suo impero come una casa e un rifugio per i popoli che lo abitavano, i quali, divisi e dispersi nell’Europa centrale, se avessero potuto contare solo sulle proprie forze sarebbero stati in balia delle potenze circostanti; il sovrano si espresse in questi termini nel corso di un colloquio avvenuto nel 1904 col suo aiutante di campo barone Alberto Federico Margotti (1869-1940), il quale ne fece menzione nelle sue memorie, apparse in Austria nel 1921 e in Italia per la prima volta dieci anni dopo (25).

Secondo uno studioso: «Sul piano spirituale, culturale, dell’omogeneità dei regimi costituzionali, era molto più unita l’Europa di prima della guerra […] di quella post-bellica, che, priva di equilibrio e di valori comuni, dopo soli vent’anni sarebbe precipitata in una nuova guerra. Se i contrasti di nazionalità erano stati l’occasione dello scoppio del primo conflitto, del secondo saranno la causa lontana, sulla quale germinarono gli imperialismi totalitari.L’ordine ritornerà nella instabile Europa orientale, ma al prezzo di una dura dominazione ideologica; l’Europa ritroverà l’equilibrio, ma al prezzo di una sua drastica divisione» (26).

In conclusione, il ricordo, oggi, della monarchia danubiana costituisce soltanto un cedimento alla nostalgia? Forse si tratta semplicemente di riconoscere il valore di quella civiltà mitteleuropea sbocciata sotto le ali dell’aquila bicipite, che, avendo unito nel corso di una lunga stagione – viribus unitis, ma rispettando le identità di ognuno – i popoli e le culture dell’Europa centro-orientale, potrebbe rappresentare un esempio e magari anche un modello per l’Europa di oggi, nuovamente e forse ancor più profondamente lacerata che non negli anni del primo conflitto mondiale da tensioni etnico-nazionalistiche, e allo stesso tempo impegnata a ricostruire una propria unità, il cui carattere meramente economico e tecnocratico rende però assai incerto il tentativo intrapreso.

II. CARLO D’ASBURGO

1. L’arciduca

Nell’immaginario collettivo l’imperatore Francesco Giuseppe I, che resse la duplice monarchia dal 1848 al 1916, è divenuto il simbolo stesso della «felix Austria», attraverso un processo di identificazione dell’impero col suo vecchio sovrano avviatosi già durante gli ultimi anni di vita del Kaiser asburgico. Come scrive Adam Wandruszka, «dovere e onore, cavalleria e correttezza soldatesca erano per lui supremi valori. Per il modo con cui cercava di vivere conforme ad essi, ha esercitato un’azione altamente educatrice e plasmatrice sui suoi popoli, specialmente sulla burocrazia e sull’esercito. Nonostante tutti gli errori politici, che andò commettendo durante la lunga vita, il sovrano che riuniva nel suo i nomi dei predecessori Francesco e Giuseppe ha cercato di raggiungere il suo ideale di primo impiegato del suo stato e di “buon padre di famiglia” e, secondo la convinzione di gran parte dei suoi sudditi, ci è anche riuscito» (27).

Secondo Margutti «egli era un cattolico convinto che si atteneva con scrupolo ai dogmi e ai precetti della Chiesa. Pure non impose mai le sue convinzioni religiose agli altri, quantunque apprezzasse assai in quelli che lo circondavano la presenza di una salda fede» (28).

Meno nota, soprattutto in Italia (29), è la figura del suo successore e pronipote, Carlo I, al quale spettò l’arduo compito di governare l’impero asburgico nella fase estrema della sua storia plurisecolare. Colui che a ventinove anni sarebbe divenuto l’ultimo imperatore d’Austria-Ungheria nacque il 17 agosto 1887 nel castello di Persenbeug, sul Danubio, nella Bassa Austria, dall’arciduca Otto (1865-1906), figlio di Carlo Ludovico (1833-1896), fratello terzogenito di Francesco Giuseppe, e dalla principessa Maria Josefa (1867-1944), figlia di re Giorgio II di Sassonia (1826-1914). L’infanzia del giovane arciduca si concluse, per così dire, già nel 1894, quando, sotto l’egida del precettore conte Georg Wallis Carrighmain (1856-?), ebbero inizio il corso di studi e la rigorosa educazione previsti per un Asburgo.

Compiuti i diciotto anni, nel 1905, Carlo iniziò a prestare servizio nell’esercito imperial-regio come ufficiale subalterno presso un reparto di cavalleria, il settimo reggimento dragoni, di stanza a Bilin, in Boemia. Fin dall’infanzia e dalla prima giovinezza il futuro imperatore mostrò, insieme all’affabilità destinata a rimanere tipica del suo carattere, anche un vivo senso di carità, che lo portava, per esempio, a cercare di aiutare in ogni modo – perfino regalando gli abiti del suo guardaroba – i bisognosi. Non si tratta di una nota agiografica.

Lo storico inglese Gordon Brook-Shepherd, consapevole della possibilità di essere frainteso, osserva a questo proposito: «[…] erano i segni precoci di quella bontà d’animo che mantenne sempre intatta, da arciduca, da imperatore, da esule. La promessa che balenava nel bambino si mantenne nell’uomo. Non è un ritratto disegnato da genitori accecati dall’affetto o da cortigiani ossequiosi. È un’immagine che tutti hanno riconosciuto autentica, fossero parenti prossimi o lontani, fautori o avversari politici in patria o all’estero. Per il biografo, la descrizione è estremamente difficile, benché persuaso della sua autenticità e al lettore, probabilmente, riesce stucchevole, dacché la bontà umana interessa di rado e soltanto in circostanze eccezionali» (30).

Il padre di Carlo morì nel novembre del 1906 a soli quarant’anni: l’arciduca Otto, uomo di grande fascino e frequentatore entusiasta della mondanità viennese, si spense in seguito a una dolorosa malattia. La notizia fu comunicata al figlio e alla moglie mentre si trovavano nella stazione ferroviaria di Milano, di ritorno da Cannes, dove avevano partecipato a una festa di nozze. Il matrimonio di Otto e Maria Josefa – che nel 1895 ebbero un secondo figlio di nome Maximilian Eugen (1895-1952) – non era stato dei più felici a causa della profonda diversità del loro temperamento: la seconda, infatti, era amante della casa e della famiglia quanto il primo amava invece i piaceri del bel mondo.

Donna colta, di grande fede e molto attiva – seppur in modo assai discreto – nelle opere di carità, Maria Josefa dovette esercitare un certo influsso sul figlio. Di lei scrisse Polzer-Hoditz: «Nel periodo del massimo furore repubblicano, quando non si rispettavano nemmeno le cose più sacre, nella propaganda infernale che si condusse contro la Dinastia non fu risparmiata nemmeno questa nobile Donna, che durante l’intera sua vita non ha fatto che del bene, che non aveva nemici, perché non poteva averne. In mancanza d’altro fu attaccata per la sua pietà; se non che non c’è nulla di più sbagliato che rimproverare all’arciduchessa Maria Josepha “beghineria” e “bigottismo”, parole che presuppongono una posa, un atteggiamento insincero, mentre nulla è più vero che la semplice pietà della madredell’imperatore Carlo» (31).

Con la morte di Otto – al quale il figlio rimase sempre sinceramente legato, sebbene la famiglia avesse perduto, con il passare del tempo, la propria unità (32) -, Carlo veniva ormai a trovarsi secondo nella linea di successione al trono imperiale, preceduto solo dallo zio Francesco Ferdinando (1863-1914) (33), il quale peraltro era un uomo giovane e vigoroso e quindi nulla, in apparenza, lasciava immaginare il corso che avrebbero preso gli eventi.

In ogni caso, il diciannovenne Carlo sospese momentaneamente la vita di guarnigione per completare la propria formazione di futuro sovrano e si recò a Praga. Lì, nei due anni successivi, avrebbe seguito il programma di studi elaborato da Polzer-Hoditz, che già da allora era divenuto un amico leale per il giovane arciduca. Nella villa toscana di Capezzano Pianore nei pressi di Viareggio (Lucca), nel giugno del 1911, Carlo, che dopo gli studi a Praga era tornato alla vita militare, rimanendo per lo più lontano dalla capitale, si fidanzò con la principessa Zita Maria delle Grazie (1892-1989), nata proprio a Pianore e figlia del duca Roberto Ludovico Maria di Borbone-Parma (1848-1907) e dell’infanta del Portogallo Maria Antonia Amelia de Bragança (1862-1959), sposata in seconde nozze.

Il matrimonio ebbe luogo nel castello di Schwarzau, nella Bassa Austria, il 21 ottobre 1911, alla presenza, fra gli altri, dell’ottantunenne Francesco Giuseppe. Nei due giorni precedenti, un velivolo del vicino campo d’aviazione di Wiener Neustadt aveva sorvolato il castello lasciando cadere una pioggia di fiori e gli abitanti del villaggio avevano organizzato una festa con fuochi d’artificio e bande musicali.

La luna di miele portò Carlo e Zita da occidente a oriente attraverso le terre della monarchia danubiana: da Reichenau, nell’attuale Baden-Württemberg, al Tirolo fino a Riva del Garda e poi, da Gorizia e Trieste, attraverso la costa dalmata, fino in Bosnia. Più tardi, dopo un breve periodo di servizio come ufficiale di cavalleria a Brandeis, sull’Elba, Carlo fu trasferito nella lontana Galizia, ai confini orientali dell’impero; infine, nel novembre del 1912, egli fu assegnato al 39° reggimento di fanteria di stanza a Vienna, dove fu messa a disposizione della futura coppia imperiale la residenza di Hetzendorf, poco lontano dal palazzo reale di Schönbrunn. Il 20 novembre dello stesso anno nacque il primogenito Otto.

2. Carlo erede al trono austro-ungarico

Di lì a poco, l’attentato di Sarajevo avrebbe segnato una svolta epocale nella storia d’Europa: secondo i ricordi di Zita, l’arciduca Francesco Ferdinando, una sera di maggio del 1914, avrebbe confidato a lei e al marito, stupefatti, un inquietante presentimento riguardo alla propria morte; quando, dopo una cena fino ad allora tranquilla, la moglie dell’erede al trono, duchessa Sofia Chotek von Chotkowa und Wognin di Hohenberg (1868-1914), si allontanò per mettere a letto i bambini, Francesco Ferdinando si rivolse improvvisamente a Carlo in questi termini: «”Ti debbo dire qualcosa, ma presto, perché non voglio che tua zia senta quando rientrerà. So che fra poco mi uccideranno. In questa scrivania vi sono documenti che ti affido. Se succede qualcosa prendili. Sono per te”. Mio marito protestò: “Ma tu stai scherzando”. Suo zio replicò: “No, parlo sul serio”. Nessuno poté aggiungere parola perché la duchessa Sofia ricomparve e noi ci sforzammo di fare il possibile perché il resto della serata trascorresse come se non fosse accaduto nulla d’insolito» (34).

Il successivo 28 giugno l’erede al trono e la moglie Sofia cadevano nella capitale bosniaca sotto i colpi di rivoltella dello studente anarco-nazionalista serbo Gavrilo Princip (1894-1918), il quale, in nome del panslavismo, oltre a scatenare una tragedia senza precedenti, uccise il miglior amico che gli slavi potessero avere all’interno dell’impero.

Uomo serio e capace, fortemente legato alla sacralità del principio monarchico e alla Chiesa cattolica, il Thronfolger Francesco Ferdinando fu sempre assolutamente leale nei confronti dello zio imperatore, anche se negli ultimi anni mostrò insofferenza nel sopportare un certo immobilismo che caratterizzava la politica di Francesco Giuseppe. Francesco Ferdinando si era circondato nella sua residenza viennese del Belvedere di collaboratori appartenenti a tutte le nazionalità dell’impero, lavorando a porre le basi del suo futuro governo, che con ogni probabilità sarebbe stato caratterizzato da un mutamento istituzionale: l’arciduca, infatti, non amava la divisione austro-ungherese dell’impero – il cosiddetto «dualismo» – e rimproverava alla classe dirigente magiara di suscitare, con il suo atteggiamento arrogante e nazionalistico, il malcontento degli slavi che abitavano le terre della Corona di Santo Stefano, proponendosi di venire incontro alle giuste rivendicazioni di questi ultimi, così come a quelle dei cechi.

Sull’antipatia di Francesco Ferdinando nei confronti degli ungheresi ha scritto Polzer-Hoditz: «Sono convinto ch’egli sarebbe diventato un grande imperatore e che avrebbe portato degnamente anche la Corona di Santo Stefano, la quale era certamente più sacra a lui che a quei magiari i quali accolsero a colpi di mitragliatrice il loro Re, incoronato della Sacra Corona. Non gli ungheresi odiava Francesco Ferdinando, sibbene i dirigenti la politica ungherese, magiarocentrici e sciovinisti, ch’egli considerava i più pericolosi nemici dell’Ungheria. Questi, sì, li odiava; e li odiava con la tenacia appassionata che gli era caratteristica. Ma non credo di sbagliare affermando, d’altra parte, che proprio l’Ungheria, conservata intatta, costituiva ai suoi occhi il più bel gioiello della sua Corona» (35).

Fautore di una politica estera prudente e più indipendente dalla Germania, egli era risolutamente contrario alle tentazioni espansionistiche e alle avventure militari (36). Secondo Victor-Lucien Tapié, Francesco Ferdinando, «uomo di tradizione agraria e signorile, provava una certa ripugnanza verso il sistema capitalistico ed il liberalismo che erano spesso accompagnati dall’indifferenza in materia religiosa, persino dall’anticlericalismo e dall’ateismo.

Non amava gli Ebrei, a causa della loro potenza finanziaria, e credeva che la framassoneria esercitasse un’influenza nefasta. In compenso s’interessava alla questione operaia. Propendeva per il cristianesimo sociale, poiché non poteva ammettere che l’arricchimento degli uni avesse come conseguenza l’asservimento e la miseria degli altri. Tale era la forte personalità che intendeva restaurare l’Austria-Ungheria sulla base di princìpi monarchici e religiosi, dei quali possiamo dire che, nella struttura sociale del paese, non erano ancora in contraddizione con i fatti, né con le aspirazioni di un grandissimo numero di persone»(37).

3. La Grande Guerra

Con l’inizio delle ostilità, Carlo, divenuto l’unico successore designato di Francesco Giuseppe, dovette allo stesso tempo svolgere incarichi al fronte, per incontrare le truppe e assistere da vicino alle operazioni di guerra, ed essere presente a Vienna, al fine di prendere dimestichezza con le incombenze del governo ed essere introdotto dal vecchio sovrano al suo ormai prossimo ruolo di imperatore.

Il battesimo del fuoco dell’erede al trono avvenne sul fronte nordorientale, in Galizia, dove egli ebbe forse una prima, poco positiva, impressione del capo di stato maggiore austro-ungarico, il generale Franz Conrad von Hötzendorf (1852-1925): costui, infatti, era sempre stato favorevole a una politica estera tendenzialmente aggressiva e – almeno per un certo tempo – simpatizzò per gli ambienti militaristi tedeschi ai quali invece Carlo era a buon diritto ostile, così come, prima di lui, lo era stato Francesco Ferdinando.

Il futuro imperatore era seriamente preoccupato per le conseguenze che la guerra avrebbe avuto sull’impero e sui suoi popoli e per la condizione delle truppe, il cui coraggio e la cui fedeltà alla dinastia non mancò di menzionare a più riprese nelle lettere che scriveva a Zita.

In una di esse, risalente all’ottobre 1914, si legge ad esempio: «La gente a casa continua ancora a credere che la grande battaglia fra pochi giorni sia finita, come a suo tempo a Sadowa. Oggi durano invece le battaglie settimane e settimane, come adesso in Francia. Ora spero che presto i francesi e gli inglesi ricevano dei duri colpi, affinché le nostre truppe alla fine, e per il valore e per la fatica, vengano ricompensate e possano vincere»; e in una del mese successivo: «[…] proseguii per la Russia verso Olkusz, dove si trovava il mio reggimento n. 19. La banda militare suonava il “Gott erhalte”, il reggimento era disposto come i buoni soldati del 39° nei bellissimi tempi in primavera sul Wasserwiese al Prater. Il reggimento si presenta bene ma ha perso moltissimi uomini […]. Dopo essere sfilato a cavallo ho interpellato alcuni militari, fra essi uno della truppa e il portabandiera, che aveva ricevuto la medaglia al merito, tenni poi un breve discorso in ungherese […]. Seguì un fragoroso Eljen» (Éljén a Király!, «Evviva il re!», era la tradizionale acclamazione ungherese al sovrano (38).

Nei mesi successivi Carlo continuò ad occuparsi dei problemi di governo accanto a Francesco Giuseppe – ma, per correttezza nei confronti dell’imperatore, evitò di creare attorno a sé una propria cerchia di collaboratori, come invece aveva fatto Francesco Ferdinando -, visitando allo stesso tempo tutti i fronti di guerra in qualità di ufficiale di collegamento incaricato di mantenere i legami fra l’imperatore e le armate impegnate sul campo.

Molte fotografie dell’epoca ritraggono l’arciduca mentre passa in rassegna le truppe, conferisce medaglie o si ferma a parlare con i soldati (39): del resto la sua presenza al fronte sarebbe stata continua anche una volta divenuto imperatore (40). Nel maggio del 1915, rompendo le precedenti alleanze e ingolosita dalle promesse di ampie acquisizioni territoriali a spese dell’impero, l’Italia entrò in guerra a fianco dell’intesa: si aprì così un nuovo fronte per l’esercito imperiale, che proprio contro le truppe del Regno d’Italia – già di per sé un nemico storico della dinastia – si batté con particolare ardore: la scelta di campo del governo italiano, infatti, era considerata dagli austro-ungarici molto vicina a un tradimento.

Nel momento in cui l’Italia dichiarò guerra all’Austria- Ungheria, l’esercito di quest’ultima era schierato sul fronte orientale: per questo motivo lo stato maggiore italiano confidava, fra l’altro, di poter facilmente sfondare lo sguarnito fronte dolomitico con un deciso assalto che, in breve tempo, avrebbe portato le proprie truppe a metter piede in Val Pusteria, nel Tirolo; esse si trovarono invece di fronte le milizie territoriali degli Standschützen tirolesi, soldati che in gran parte avevano passato i quarant’anni e giovani reclute sotto i diciannove, i quali, rispondendo all’appello dell’imperatore, difesero le loro valli con estrema tenacia fino a quando dalla Galizia, sul fronte austro-russo, furono trasferiti al confine con l’Italia i Kaiserjäger e le al tre truppe dell’esercito regolare austriaco e di quello tedesco (41).

Francesco Giuseppe designò il suo successore proprio al fronte italiano, nel marzo del 1916: a Carlo fu affidato infatti il comando del XX Corpo d’Armata, composto dai Kaiserjäger tirolesi e da reggimenti di fanteria comprendenti reparti austriaci, boemi, ungheresi e romeni: un tipico esempio della «sovranazionalità» dell’esercito. In tale circostanza l’arciduca si dimostrò all’altezza della situazione e guidò brillantemente le proprie truppe in battaglia. Egli si preoccupò sempre, peraltro, delle condizioni materiali e spirituali dei soldati e fece tutto il possibile per non sacrificare vite umane in modo superficiale.

In un ordine al proprio corpo d’armata che si accingeva a entrare in azione scrisse tra l’altro: «Ogni comando che ha grandi perdite senza motivo fondato viene responsabilizzato da me e senza alcuna indulgenza. Lo slancio e lo spirito d’offensiva delle nostre truppe stupende sono immensi e la rabbia contro il nemico secolare talmente acuita, di modo che la guida dev’essere incondizionatamente orientata affinché la truppa non subisca danni e proprio a causa dello sfrenato continuo attaccare. […] Pongo quale sacrosanto dovere di offrire il meglio, affinché i feriti vengano presto curati e le truppe in ogni modo possibile ben trattate. […] Proibisco nel modo più severo il rubare ed il saccheggiare […]. Ogni soldato del XX Corpo d’armata dev’essere compenetrato dalla convinzione che noi siamo i portatori della Kultur, anche nel paese del traditore» (42).

In seguito, a causa di una grave crisi verificatasi sul fronte nord-orientale, Carlo fu assegnato a un corpo d’armata impegnato contro i russi, pur proseguendo allo stesso tempo, per quanto possibile, la propria attività politica a Vienna. L’11 novembre del 1916 l’erede al trono fu richiamato nella capitale a causa delle precarie condizioni di salute dell’imperatore, il quale, fino alle ultime ore di vita, non volle modificare le proprie abitudini, dormendo ancora su una branda di ferro dell’esercito e mantenendo tutti gli appuntamenti di lavoro.

Zita ricorda: «Mio marito e io parlammo per l’ultima volta con l’imperatore il giorno in cui morì, poco prima delle dodici. […] Quando udì che stavo per entrare anch’io nella sua stanza insieme con l’arciduca, ci fece dire di attendere fintanto che non avesse indossato l’uniforme. […] Quando entrammo il suo aspetto ci parve del tutto normale ed egli, nonostante la febbre e la debolezza, parlò con noi come d’abitudine. Ci confidò di essere felice d’aver ricevuto la benedizione papale e non nascose la gioia che gli avevano provocato le recenti vittorie delle nostre armate in Romania. […] Alcune ore più tardi, quando era evidentemente prossimo alla morte, ci riferirono queste sue parole: “Sono salito al trono in circostanze assai difficili e lo lascio in circostanze ancora più gravi. Non avrei voluto che toccassero a Carlo, ma è l’uomo che ci vuole e saprà farvi fronte”» (43).

La notte del 21 novembre 1916 il vecchio sovrano concluse il suo lungo pellegrinaggio terreno; all’uscita dalla stanza di Francesco Giuseppe il principe Ferdinand Zdenko Maria Lobkowitz (1858-1938) si avvicinò a Carlo «[…] e gli fece il segno della croce sulla fronte, con gli occhi lucidi di pianto, dicendo: “Dio benedica Vostra Maestà”» (44): egli fu il primo a rivolgersi al ventinovenne Carlo con il titolo imperiale.

4. L’incoronazione

Il giorno 30 si svolsero i funerali di Francesco Giuseppe. Il nuovo imperatore e i suoi collaboratori non ebbero la possibilità di preparare un proclama ai popoli dell’impero dai contenuti particolarmente significativi, dai quali trasparisse effettivamente il programma di governo di Carlo: raggiungimento della pace il prima possibile e ristrutturazione dell’Austria-Ungheria su basi federalistiche.

Nel manifesto si leggono comunque espressioni che non paiono vuote parole di circostanza: «Voglio fare di tutto per bandire, nel tempo più breve, gli orrori e i sacrifici della guerra e rendere ai miei popoli i benefici scomparsi della pace, non appena me lo permetteranno l’onore delle armi, le condizioni vitali dei miei stati e dei loro fedeli alleati e la testardaggine dei nostri nemici. Io desidero essere per i miei popoli un principe giusto e pieno di affetto; voglio mantenere le libertà costituzionali e gli altri diritti e vegliare con cura alla parità giuridica per tutti. […] Animato da un profondo amore per i miei popoli, voglio consacrare la mia vita e tutte le mie forze a questo alto compito» (45).

Il 27 dicembre 1916 la nuova coppia imperiale fu accolta nel castello di Budapest: «Le vie della capitale ungherese erano più che pavesate a festa: in quella sbalorditiva magnificenza di colori, negli archi di trionfo, nelle bandiere, nelle orifiamme, negli stemmi, nelle scritte, nei tappeti, nei fiori, c’era come una gioia fatta materiale e corporea. Lo splendore quasi mistico delle cerimonie tradizionali, antichissime, il patriottismo puro dei magiari così caldi, così pronti all’entusiasmo, le grida d’evviva che da mille e mille gole salivano verso gli Sposi imperiali dovevano legare per sempre all’Ungheria il cuore del giovane sovrano, tanto facilmente accessibile alle manifestazioni dell’altrui commozione»(46).

Il 30 dicembre 1916, nella cattedrale di Budapest, Carlo venne incoronato Re Apostolico d’Ungheria mediante l’imposizione della sacra corona di Santo Stefano, la quale, secondo la tradizione, era stata inviata da Papa Silvestro II (999-1003) al santo re Stefano (István) d’Ungheria (969ca-1038) nell’anno 1000 (47).

Alle otto e mezza il re e la regina designati uscirono dal palazzo reale con la carrozza di gala, tirata da otto cavalli bianchi, e salirono le colline del castello fino alla cattedrale. La prima parte della cerimonia si svolse nella chiesa addobbata di velluto rosso: Carlo cinse la spada di Santo Stefano, ricevendola dalle mani del cardinale arcivescovo, il principe primate d’Ungheria mons. János Csernoch (1852-1927), e l’agganciò al fianco dell’uniforme di feldmaresciallo, sopra la quale indossava un antico mantello cerimoniale, poi estrasse la lama e menò ritualmente nove colpi, tre di fronte, tre a sinistra e tre a destra.

L’arcivescovo, quindi, assistito dal primo ministro ungherese conte Stefano Tisza von Borosjenö et Szeged (1861-1918) nella sua veste di «paladino laico», pose la corona di santo Stefano, sormontata dalla caratteristica croce piegata, sul capo di Carlo precedentemente asperso del sacro crisma e gli pose nelle mani lo scettro e il globo imperiale.

A quel punto giunse dall’esterno il suono delle fanfare, delle trombe e delle salve di cannone. Venne poi il turno di Zita, vestita di broccato bianco ricamato in oro, con un manto di ermellino: la corona di santo Stefano le fu posata per un attimo sulla spalla destra e poi venne incoronata con un’altra e diversa corona ungherese e, accompagnata dal primate al trono, a fianco del marito, fu così proclamata regina d’Ungheria.

Fuori dalla cattedrale, ai piedi della colonna della Trinità, ebbe luogo un altro momento della cerimonia: il nuovo re, intitolato Carlo IV d’Ungheria, con la sacra corona sul capo, reggendo una croce nella sinistra e tenendo tese tre dita della mano destra alzata, giurò fedeltà alla costituzione ungherese; quindi salì in groppa a un cavallo con la bardatura e le staffe d’oro e, seguito dai più importanti nobili ungheresi vestiti del tipico abito da cerimonia magiaro, cavalcò lentamente nel piazzale aperto del castello verso la Collina detta dell’Incoronazione (o Diszer), costruita con terra estratta dal suolo di tutte le sessantatré contee ungheresi.

Il nuovo re salì da solo, al galoppo, sulla montagnola, da dove brandì la spada verso i quattro punti cardinali, esprimendo con un gesto simbolico il suo impegno a difendere il paese da ogni nemico e a conservarlo intatto.

Infine, Carlo scese dalla collinetta mentre tutti i campanili di Budapest iniziavano a suonare, i cannoni sparavano a salve e la folla gridava «Éljén a Király!», «lunga vita al re!» (48). Se l’entusiasmo degli Ungheresi dovette dare coraggio al sovrano, egli, giurando fedeltà alla costituzione ungherese, aveva tuttavia limitato le proprie possibilità di mutare l’assetto costituzionale della duplice monarchia; non a caso Polzer-Hoditz avrebbe ritenuto opportuno risolvere con decisione alcuni problemi politici, prima di procedere alla cerimonia di Budapest: si trattava soprattutto di imporre ai magiari un mutamento costituzionale dell’impero che prevedesse più ampie autonomie nazionali, mentre il governo ungherese, guidato da Tisza, era fermamente intenzionato a conservare, con il sistema dualista, la propria posizione di forza (49).

5. La sconfitta

Una volta divenuto sovrano, Carlo, indipendentemente dalla situazione sui campi di battaglia, che tra il 1916 e il 1917 non sembrava del tutto compromessa (in fondo, a guerra finita, l’esercito tedesco si trovava ancora in territorio francese), avviò subito le trattative per arrivare alla firma di un armistizio (50) con la Francia e l’Inghilterra.

Queste iniziative di pace, pur tenacemente sostenute dall’imperatore, fallirono per più di un motivo: la diffidenza delle potenze dell’Intesa, l’opposizione del Reich germanico, i cui vertici militari continuavano a credere nonostante tutto nella vittoria, l’atteggiamento ambiguo – per dire il meno – del ministro degli Esteri austriaco conte Ottokar Czernin von und zu Chudenitz (1872-1932); anche gli italiani, purtroppo, si distinsero, attraverso l’omologo di Czernin Giorgio Sidney Sonnino (1847-1922), per l’opposizione a qualsiasi trattativa di pace che non prevedesse pesanti sacrifici territoriali dell’impero a vantaggio del regno d’Italia: l’offerta da parte di Carlo del Trentino – un sacrificio accettato in modo sofferto dall’imperatore, che aveva contribuito in prima persona alla difesa del Tirolo dall’invasione italiana – fu ritenuta insufficiente, dal momento che l’Italia, sulla base degli accordi segreti siglati a Londra nell’aprile del 1915, in seguito ai quali si era risolta a dichiarare guerra all’Austria, si aspettava dalla vittoria, oltre al Tirolo meridionale fino al passo del Brennero, l’acquisizione di Trieste, dell’Istria e di parte della Dalmazia.

Per le forze che nell’ambito dell’Intesa erano più ostili all’impero e caldeggiavano la guerra a oltranza, fino alla vittoria totale, le iniziative di pace di Carlo costituirono addirittura una grave minaccia: secondo Fejtö, un analogo turbamento si poteva riscontrare «[…] nei repubblicani radicali, austrofobi, di Parigi, Londra, Roma, ogniqualvolta corresse voce su negoziati in vista di una pace di compromesso» (51).

Il fatto che persino gli alleati tedeschi non comprendessero la sempre maggiore gravità della situazione fu particolarmente sconfortante per Carlo, che pronosticò: «Se i sovrani degli imperi centrali non riescono a concludere la pace nel giro dei prossimi mesi, il popolo lo farà al loro posto e sulle loro teste, e allora le ondate della rivoluzione spazzeranno via tutto quello per cui hanno combattuto i nostri figli e i nostri fratelli» (52).

La storia, come si usa dire, non si fa con i «se», ma, nonostante ciò, resta vero che, se la pace separata offerta da Carlo nella primavera del 1917 fosse stata accettata, centinaia di migliaia di vite umane sarebbero state risparmiate, l’Europa avrebbe evitato il collasso economico e morale al quale giunse negli ultimi mesi di guerra, si sarebbe potuto costituire un fronte comune contro il bolscevismo, l’Austria-Ungheria sarebbe sopravissuta e, in poche parole, la storia d’Europa avrebbe seguito un altro corso (53).

Non solo i tentativi di restituire la pace ai popoli della monarchia fallirono, ma anche la volontà di Carlo di continuare nella linea che intendeva rimodellare l’impero su basi federalistiche si concluse con un insuccesso per motivi diversi, fra i quali, oltre all’ostinata opposizione della classe dirigente magiara e alla poca lungimiranza del parlamento austriaco, la mancanza di collaboratori sufficientemente esperti e coraggiosi: lo stesso, fedelissimo, Polzer-Hoditz, quando nell’estate del 1917 gli fu offerta dall’imperatore la carica di Presidente del Consiglio austriaco, non ritenne di poter accettare, e, d’accordo con il principe Konrad zu Hohenlohe Waldenburg Schillingsfürst (1863-1918), propose per l’incarico il già menzionato professor Joseph Redlich, il quale, peraltro, non fu poi in grado di formare un governo.

Allo stesso tempo, la possibilità di imporre il nuovo ordine dell’Austria-Ungheria con un decreto imperiale fu scartata da Carlo, dal momento che i socialdemocratici vi si sarebbero certamente opposti in nome della difesa del principio costituzionale (54). Se, da un lato, l’imperatore non intendeva governare attraverso decreti sovrani – e per questo convocò nuovamente il parlamento austriaco, le cui attività erano state sospese all’inizio della guerra -, dall’altro rimaneva il fatto che i parlamentari di Vienna e di Budapest non se la sentivano di varare, in pieno tempo di guerra, la riforma dell’impero e il piano autonomistico concepito da Polzer-Hoditz e voluto da Carlo (55).

L’imperatore riuscì solo a condurre in porto, il 2 luglio 1917, un’amnistia generale che annullò tutte le numerose condanne emesse dai tribunali militari – spesso in modo sommario – contro gli agitatori politici nazionalisti, soprattutto – ma non esclusivamente – di nazionalità ceca; molti di coloro che beneficiarono dell’amnistia erano, con ogni probabilità, realmente dediti all’eversione e il gesto del sovrano fu da alcuni molto criticato, ma nulla servì a smuovere Carlo dal suo convincimento di aver agito per il meglio ai fini di restaurare l’armonia fra i suoi popoli.

Gli stessi avversari non mancarono di riconoscere nel provvedimento imperiale un grande successo politico: in seguito all’amnistia, il leader nazionalista ceco Tomáš Garrigue Masaryk (1850-1937) commentò dal suo esilio che se l’imperatore fosse riuscito a realizzare un’altra mossa del genere, la causa del nazionalismo sarebbe stata perduta (56).

Con il passare del tempo, però, la situazione della vecchia Austria-Ungheria e dei suoi sovrani andava sempre più deteriorandosi, sebbene nell’ottobre del 1917 l’esercito austro-germanico – sotto il comando dell’arciduca Eugenio d’Asburgo-Lothringen (1863-1954) e con la supervisione dello stesso imperatore, che ispezionò ogni settore del fronte seguendo a distanza ravvicinata l’avanzata delle truppe – riuscisse a cogliere la grande vittoria di Caporetto sul fiume Isonzo, oggi in Slovenia (57).

Infine, in un estremo tentativo di ottenere la pace dentro e fuori i confini della patria, il 16 ottobre del 1918, Carlo, da sempre convinto sostenitore del principio federalista, volle comunque promuovere una nuova struttura autonomistica per la parte austriaca dell’impero asburgico, promulgata attraverso il celebre «Manifesto dei popoli».

In base a esso ogni gruppo etnico doveva costituire una propria organizzazione statale all’interno di un impero a carattere federale: «Ai popoli – così si esprimeva il sovrano -, sul cui diritto all’autodeterminazione verrà costruito il nuovo impero, va il mio invito a partecipare alla grande opera per il tramite dei consigli nazionali formati dai deputati al parlamento di ciascuna nazione, i quali ne rappresenteranno gli interessi nei loro reciproci rapporti e nei contatti con il mio governo» (58). Il destino dell’impero, nonostante ciò, era ormai segnato.

Polzer-Hoditz, molto critico a riguardo, osservò che «s’erano avuti cinquant’anni di tempo per mettere l’Austria su basi federali: ma oggi era troppo tardi; nelle circostanze in cui stava per avvenire, un simile passo avrebbe dato all’Austria il colpo mortale» (59).

Di lì a poco, parallelamente al collasso militare, ebbe inizio il crollo dell’impero: mentre l’Ungheria e le altre nazionalità si separavano dall’Austria e cominciavano a divampare sommosse di ispirazione socialista, il sovrano, il 3 novembre, autorizzò l’alto comando a concludere l’armistizio sul fronte italiano. Il 9 novembre 1918 l’imperatore tedesco Guglielmo II, due giorni prima che venisse proclamato l’armistizio sul fronte occidentale, abdicò e fuggì dalla Germania, dove venne proclamata la repubblica.

Quella stessa notte Carlo avrebbe confidato al conte Károly Hunyady de Kéthely (1864-1933) e al barone Karl Martin Werkmann von Hohensalzburg (1878-1937): «Anche l’Austria crollerà, sull’esempio della rivoluzione tedesca. Proclameranno la repubblica e non vi sarà più nessuno per difendere la monarchia… Io non voglio abdicare e non voglio fuggire dal paese. Se mi cacceranno dal trono non mi priveranno di nessuno dei miei diritti fintanto che non vi rinunzierò io. Però desidero vedere se i partiti che soltanto pochi giorni or sono si sono dichiarati per la monarchia hanno conservato il coraggio delle loro convinzioni» (60).

6. La fine della monarchia asburgica e l’esilio

L’11 novembre 1918 Carlo, costretto dagli eventi, si ritirò dagli affari di Stato, in attesa che il nuovo governo austriaco decidesse il futuro assetto politico-istituzionale: egli, in seguito, ribadì sempre di non aver mai abdicato, ma solo di aver rinunciato temporaneamente all’esercizio della propria funzione (61). Quel giorno l’intero gabinetto governativo si presentò all’imperatore per essere sollevato dal proprio incarico: certuni fra i ministri furono insigniti di alcune decorazioni, e, secondo Brook-Shepherd, molti uscirono dallo studio piangendo (62).

Carlo decise di trasferirsi con la famiglia nel casino di caccia reale di Eckartsau, 65 chilometri a nord-est di Vienna. Così Zita descrisse il commiato dalla reggia di Schönbrunn: «L’imperatore ed io ci recammo con i nostri figli alla cappella, dove sostammo brevemente, pregando Dio di consentirci il ritorno, e da qui passammo alla cosiddetta sala delle cerimonie, dove si erano raccolti tutti quelli che erano rimasti ancora con noi. Li salutammo e li ringraziammo ad uno ad uno. Quindi scendemmo lo scalone per raggiungere il cortiletto interno nel quale ci attendevano le automobili. Lungo le arcate, schierati in duplice fila, c’erano i nostri cadetti delle accademie militari, adolescenti fra i sedici e i diciassette anni, con gli occhi lucidi ma ritti sull’attenti e devoti sino all’ultimo all’imperatore, degni in tutto e per tutto del motto che avevano ricevuto in passato da Maria Teresa: Allzeit Getreu (perennemente fedeli)» (63).

Il 4 marzo 1919 il primo parlamento della repubblica austriaca tenne la seduta inaugurale. Il governo, costituitosi il 15 dello stesso mese e formato dai socialdemocratici e dagli ex monarchici denominatisi cristiano-sociali, stabilì di proporre all’imperatore tre scelte (64): rinunciare a tutti i diritti e abdicare formalmente – in questa eventualità Carlo e la sua famiglia potevano rimanere in Austria come privati cittadini -, oppure andare in esilio nel caso si fosse opposto ad abdicare; infine, l’internamento, se avesse detto no sia all’abdicazione sia all’abbandono del paese. Carlo decise infine di partire per l’esilio, rifiutando di abdicare.

Dopo settecento anni di regno degli Asburgo, il 23 marzo 1919 la famiglia imperiale lasciò l’Austria alla volta della Svizzera. Il giorno della partenza per l’esilio da Eckartsau la famiglia imperiale assistette alla messa, con Otto che serviva come chierichetto; quando il servizio divino ebbe termine, i fedeli intonarono in lacrime il «Gott erhalte», l’inno imperiale. Alle 18 e 35 Carlo e Zita scesero a congedarsi da domestici, guardacaccia, contadini e sindaci della zona: al passare della coppia tutti caddero in ginocchio; sulla strada una folla di duemila persone li attendeva e alcuni veterani salutarono l’imperatore prima che egli salisse sul treno che lo doveva portare in Svizzera.

Il colonnello britannico Edward Lisle Strutt (1874-1948), che accompagnò i sovrani nel loro viaggio verso l’esilio, rimase talmente colpito dalla famiglia imperiale che al momento del congedo si inginocchiò davanti a Zita e le baciò la mano (65). Appena giunto in Svizzera – al castello di Wartegg sul lago di Costanza, di proprietà dei Borbone-Parma: dopo qualche settimana la famiglia imperiale si trasferì però a Villa Prangins, sul lago di Ginevra e, infine, dopo il «tentativo di Pasqua», al castello di Hertenstein, presso il lago di Vierwaldstatt -, Carlo mise a punto il cosiddetto «Manifesto di Feldkirch», destinato al popolo austriaco, che ebbe però pochissima diffusione.

Nel proclama attaccava e dichiarava prive di valore tutte le decisioni della repubblica austriaca, sostenendo, fra l’altro: «Il governo dell’Austria ha trascurato il mio proclama dell’11 novembre 1918, da me emanato in un’ora oscura, in quanto lo stesso giorno decideva di presentare all’Assemblea nazionale provvisoria una risoluzione nella quale l’Austria tedesca veniva dichiarata una Repubblica, scavalcando in questo modo il diritto a decidere sulla futura forma costituzionale dello Stato, che in base al mio proclama sarebbe spettato esclusivamente a tutto il popolo…Di conseguenza tutte le disposizioni impartite e tutti gli atti intrapresi in questo riguardo dal governo dell’Austria tedesca e dall’Assemblea nazionale costituente a partire dall’11 novembre 1918 e tutto quanto risolveranno di fare in futuro è privo di qualsiasi valore legale per quanto concerne Me e la Mia famiglia… È per questo che lascio l’Austria tedesca… Fui chiamato sul trono dei miei avi in tempo di guerra. Ho tentato di guidare i Miei popoli verso la pace, in pace volevo e voglio essere tuttora per loro un padre giusto e benefico. Feldkirch, 24 marzo 1919» (66).

La risposta non si fece attendere: l’esilio. Secondo le clausole varate il 3 aprile 1919 dall’assemblea nazionale, il sovrano deposto e i membri della dinastia venivano banditi dal suolo austriaco a meno che non avessero rinunciato formalmente a far parte della dinastia e si fossero dichiarati fedeli cittadini della repubblica; venivano inoltre confiscati tutti i beni degli Asburgo, compresi i fondi personali, esclusa qualche piccola proprietà di cui erano state però congelate le rendite (67). Carlo non esitò a rifiutare l’offerta di una transazione economica molto generosa, a patto che rinunziasse a tutti i diritti di sovranità per se stesso e per i suoi eredi; alla delegazione inviata per trattare egli replicò con pacata fermezza che la corona degli Asburgo non poteva essere trattata come merce di scambio (68).

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