Così si salvò il tesoro di Montecassino

von Senger und EtterlinjpgRadici cristiane n.98 ottobre 2014

L’esatta ricostruzione dell’accaduto ha avuto inizio dopo un articolo pubblicato su “Radici Cristiane” Che ha smontato la vulgata, secondo cui il merito sarebbe stato totalmente dei tedeschi. Una parte ha rischiato d’esser trafugata. Ma il piano è fallito, grazie ad alcuni provvidenziali interventi

di Gianandrea De Antonellis

Il titolo del volume di Benedetta Gentile e Francesco Bianchirli, I misteri dell’Abbazia. La verità sul tesoro di Montecassino, potrebbe far pensare ad un romanzo gotico inglese nello stile di Ann Radcliffe, la scrittrice inglese che a fine Settecento ambientava in Italia — in particolare nei suoi allora poco accessibili Appennini — i suoi racconti cupi e pieni di fosche passioni.

In effetti l’ambientazione del libro è proprio negli Appennini, il periodo è quello altrettanto cupo e fosco della seconda guerra mondiale, gli interessi in gioco molteplici e contrapposti. Solo che non si tratta di un romanzo, bensì di un saggio, anche se dai contorni romanzeschi, in cui i giornalisti Benedetta Gentile e Francesco Bianchini, nati rispettivamente a Firenze e nel Veneto proprio negli anni in cui si svolse la vicenda che descrivono, focalizzano la propria attenzione sul trasporto dei tesori, che si trovavano a Montecassino: non soltanto quelli appartenenti alla più che millenaria abbazia, ma anche quelli quivi trasportati da Napoli (in particolare dal Museo Archeologico), per sottrarli alla furia devastatrice della guerra.

Con il senno di poi, ci si sarebbe resi conto dell’ avventatezza della decisione, ma al momento del trasloco Montecassino sembrava un luogo ottimale, dove ricoverare i reperti antichi, i volumi preziosi, poiché nessuno avrebbe immaginato che l’aviazione alleata si sarebbe scatenata contro l’antico monastero benedettino, che lo stesso comando tedesco ebbe cura di lasciare fuori dal conflitto, evitando di installarvi batterie militari, nonostante l’ottima posizione strategica, anche quando il fronte di guerra si concentrò sulla linea Gustav

TROPPO BELLO, PER ESSERE VERO

Dopo l’8 settembre, allorché si delineò un pericolo per l’abbazia, onde evitare che la sua possibile distruzione facesse perdere i vari tesori artistici, bibliografici, documentali ed archeologici che essa racchiudeva, il comando tedesco, nella persona del tenente colonnello della Wehrmacht, Julius Schlegel (austriaco e cattolico), convinse l’abate a farli trasportare a Roma.

La dedizione della Divisione corazzata Hermann Gòring, di stanza sulla Gustav, aveva permesso di sottrarre alla definitiva perdita una parte consistente del patrimonio culturale italiano. Il fatto che, nell’infuriare di una battaglia chiave della seconda guerra mondiale, i tedeschi avessero distratto tante forze per mettersi al servizio della cultura, aiutava a modificare la percezione negativa che l’Italia post-bellica aveva dell’esercito teutonico, considerato nemico ed invasore.

L’intera vicenda della battaglia di Cassino addirittura ribaltava il giudizio sui due eserciti: in fondo i “buoni” diventavano coloro che avevano rispettato la popolazione e salvato il tesoro dell’abbazia, i “cattivi” quelli che avevano distrutto un gioiello dell’arte e simbolo della cristianità, radendo al suolo l’80% dei paesi circostanti (gli anglo-americani) e che avevano brutalmente violentato la popolazione locale (i “marocchini” della divisione francese). Non a caso lo stesso Schlegel aveva chiesto che il suo nome venisse ricordato con l’apposizione di una lapide nella ricostruenda abbazia. Sarebbe stato il degno coronamento di una bella favola.

Ma forse la storia era un po’ troppo bella per essere vera e già qualche anno fa, nel 2005, il conte Carlo Gustavo di Groppello aveva scritto alla nostra rivista, per far sapere che alcuni documenti di un archivio privato potevano raccontare una versione leggermente diversa di questa vicenda.

COME ANDARONO DAVVERO LE COSE

Di che si trattava? Di un memoriale del vero eroe di questa vicenda, il tenente generale barone Frido von Senger und Etterlin, aristocratico proveniente dalla cavalleria, profondamente cattolico (era addirittura terziario benedettino), il quale ordinò e fece eseguire altresì il rientro a Roma in Vaticano del prezioso convoglio al completo, salvo pochissime casse di beni artistici sottratte da ufficiali fedelissimi di Hermann Gòering, “patrono” della Divisione omonima, al quale furono “donate”. E giallo dell’intera vicenda ruota intorno alla effettiva destinazione delle casse portate via da Montecassino. Esse giunsero pressoché intatte a Roma, dove furono custodite fino al termine del conflitto, ma il loro percorso sembra non essere stato né sicuro né diretto, come la propaganda nazista aveva finora sostenuto.

Molti sono i dubbi sollevati dai due giornalisti, che hanno consultato una gran massa di documenti, venendo a scoprire che alcune casse erano state trasportate a Spoleto, vale a dire in una direzione diversa da quella per Roma. Perché? Secondo la versione tedesca, semplicemente per una questione di sicurezza, poiché nella città umbra si trovava il comando della Divisione Gòring. Secondo altre fonti, perché in tal modo sarebbe stato più facile farle giungere direttamente in Germania. Fu appunto l’intervento del barone Frido von Senger und Etterlin, che dal suo alto grado di tenente generale poteva — ben più del subordinato tenente colonnello Julius Schlegel — influire sul destino delle casse. Allora si trattò di vero e proprio salvataggio o piuttosto di furto sventato?

LA VERITÀ STA NEL MEZZO

Forse la verità si trova nel mezzo: premettendo che il volume di Gentile e Bianchirli si limita ad offrire tutti i dati a disposizione e non pretende di dare una spiegazione esaustiva e definitiva, almeno fino a che non saranno resi disponibili ulteriori documenti (alcuni dei quali presso l’Archivio Segreto Vaticano), la versione più probabile è che il progetto di salvare le opere d’arte fosse realmente genuino, ma che la “fedelissima” Divisione Gòring, che prendeva il nome dal numero due del regime, non si sia voluta far sfuggire l’occasione di offrire un gradito “regalo” al citato Feldmaresciallo.

E pare che questo “regalo” giungesse a destinazione, mettendo lo stesso Gòring più in imbarazzo di quanto lo rendesse felice. Infatti, anche se esisteva un apposita sezione del Ministero della Cultura per salvaguardare le opere d’arte nei Paesi occupati (e l’Italia tale era diventata, dopo l’armistizio dell’8 settembre, che non aveva impedito la discesa della Wehrmacht lungo lo Stivale), Hermann Gòring era un insaziabile collezionista, che approfittava del suo immenso potere per costringere anche i Paesi alleati a cedergli personalmente capolavori che accumulava, nella convinzione di essere un «uomo del Rinascimento, un esperto più raffinato a fronte dello stesso Hitler, dai gusti decisamente piccolo-borghesi» (pag. 86).

Gli autori ripercorrono anche la vicenda degli oggetti che giunsero in Germania, ma il nucleo del loro studio riguarda l’azione del barone von Senger, che da terziario benedettino difese i beni dell’abbazia, facendo intervenire il feldmaresciallo Albert Kesselring, comandante in capo del settore Sud, affinchè venissero portati a Roma; mentre, da aristocratico, dopo la guerra preferì tacere sulle eccessive millanterie del tenente colonnello Schlegel.

È stata infatti la figlia del Barone, la contessa Maria Josepha Gani, che dopo aver letto l’articolo di Radici Cristiane, aveva contattato il conte Carlo Gustavo di Gropello, il quale le aveva suggerito di rendere pubblici alcuni documenti privati, da cui ha preso il via questa interessante e puntuale ricostruzione.

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