Umano, post-umano, trans-umano

eco-umanaStudi cattolici n.643 Settembre 2014

di Michelangelo Pelàezi

Le catastrofi naturali, dovute in parte a barbarie umana, i danni irreparabili al paesaggio causati da scempi edilizi, la scomparsa di specie vegetali e animali a motivo di gravi alterazioni dell’ecosistema come conseguenza di insostenibili sviluppi della tecnica, gli stessi danni alla salute umana da attribuire a dissennati comportamenti dell’uomo stesso hanno fatto sì che si sia diffusa l’idea che la scienza ecologica costituisca una dura requisitoria contro l’agire umano fino a diventare una potente denuncia dell’antropologia ebraico-cristiana che pone l’uomo al centro della creazione.

La frase della Genesi (2, 15): «II Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse», viene considerata da un ecologismo radicale («antiumanesimo verde») l’origine di tutti i misfatti causati a una natura che tale ecologismo neopagano rende sacra e intangibile dopo averla destituita della sua vera identità di natura creata.

La frequenza con cui si presentano questioni e problemi ecologici mette ogni giorno in prima pagina una pubblicistica non sempre illuminata da una corretta visione del rapporto uomo-ambiente. Tali questioni e problemi hanno bisogno di essere trattati con i metodi delle scienze umane; non basta spiegarli semplicemente con i metodi delle scienze naturali. I problemi che l’ecologia studia sono tutti collegati all’agire dell’uomo. La questione ecologica si pone con l’apparizione dell’homo sapiens, il quale, non essendo vincolato a una nicchia ecologica, riesce a vivere in ogni ambiente modificandolo con il suo  lavoro.

L’uomo, a differenza delle altre specie viventi, è in un certo modo indipendente da un determinato ambiente  e perciò  liberamente aperto al mondo. Se l’uomo può essere responsabile di gravi danni all’ambiente, è altresì vero che allo stesso tempo è l’unico capace di trovarne soluzioni e per imparare, anche dai suoi errori, a essere il buon custode della creazione. Sorge dunque un problema squisitamente etico. Come deve regolarsi l’uomo nei suoi rapporti con l’ambiente per svolgere bene il suo compito di custodire e coltivare il creato?

L’ecologia è dunque una scienza umana profondamente etica, in grado di definire la collocazione dell’essere umano nel mondo. Scienza dunque normativa, non limitatamente descrittiva di fenomeni naturali e meno ancora assoggettata a una visione strettamente economicistica della realtà. Antropologia ed etica, scienze inseparabili, sono dunque le discipline alla base dell’ecologia che, per quanto avente per oggetto  conoscenze  fisico-chimiche, bio-mediche, storiche, economico-sociali, non può essere altro che ecologia umana alle prese con sempre più numerose sfide teoriche e pratiche: specificità dell’uomo, il suo abitare la Terra insieme agli altri esseri viventi e in particolare le relazioni con i suoi simili, il suo rapporto con la tecnica, strumento privilegiato per custodire la «casa» in cui abita, ma pure in grado di causare vere stragi ecologiche.

Luca Vaierà, docente di Etica ed Ecologia umana nell’Università Campus Biomedico di Roma, nel libro Ecologia umana. Le sfide etiche del rapporto uomo/ambiente (Aracne, Roma 2013, pp. 274, euro 16) scioglie, con profondità e chiarezza, i nodi dello studio dei rapporti uomo/ambiente che molteplici impostazioni ideologiche dell’ecologia hanno reso pieno di contraddizioni. All’interno di una prospettiva filosofica realista, del senso comune, vengono poste le basi per affrontare questioni come quelle legate al carattere limitato/illimitato delle risorse naturali, alla surrogabilità di quelle esauribili, alla necessità di commisurare i consumi per proteggere lo status armonicamente ordinato della natura da consegnare alle generazioni future.

Evoluzionismo & femminismo

L’essere umano, pur facendo parte della natura, ha una sua specificità che lo distingue chiaramente dagli altri esseri viventi. Dotato di libertà, ha la capacità di migliorare o di rovinare l’ambiente in cui vive. La natura non è sacra né intangibile, ma non è materia arbitrariamente plasmabile. È dotata di un finalismo che ubbidisce a leggi, da noi conosciute mediante le conoscenze scientifiche, che ci permettono di curare l’ambiente in cui viviamo come si cura la propria «casa».

Sono queste le premesse filosofiche da cui prende avvio l’Autore per definire un’ecologia dell’uomo fatta dall’uomo, non senza prima aver fatto nel capitolo I («Ai confini tra scienza e filosofia: l’ecologia») una disamina critica delle principali concezioni sorte nella storia, ancora breve, dell’ecologia. Sono numerosi gli orientamenti ecologici che offrono una visione dell’uomo e della natura a partire da conoscenze scientifiche prevalentemente evoluzionistiche, le quali dissolvono il concetto di uomo nell’ambiente e attribuiscono a tutte le specie viventi un uguale diritto a vivere e realizzarsi, poiché non esisterebbe tra loro alcun ordine gerarchico.

È significativo, però, che si faccia costante riferimento a concetti propri degli esseri umani per descrivere realtà che umane non sono (antropomorfizzazione dell’ecosistema). Si tratta spesso di un’ecologia militante con tanto di manifesti operativi in ogni settore della vita individuale e sociale da tradurre in decisioni politiche, come per esempio quella di programmare sostanziali diminuzioni della popolazione umana.

Vi sono altresì movimenti particolarmente impegnati nella salvaguardia della natura, alcuni di essi dominati dall’ideologia femminista che rivendica una forte affinità tra donna e natura. L’ecofem-minismo non si esaurisce in una forma sociologica di attivismo politico, ha alle sue spalle una complessa ideologia fondata su una presunta originaria connessione tra la Madre Terra e la donna. La nostra esistenza dipenderebbe da un ambiente sano tanto quanto la nostra esistenza è una volta dipesa dalla madre.

Se l’immagine della madre è pervasa da un aura di bontà, al contrario la figura del figlio, mosso da un comportamento egoistico e utilitaristico, è l’incarnazione di un’irriconoscente disobbedienza per cui occorrerebbe annichilire la logica del dominio che incarna l’essere umano di genere maschile. Tra le differenti concezioni ecologiche sono prevalenti quelle a sfondo etico. Alcune fanno gravitare l’intera moralità attorno agli esseri umani (antropocentrismo), altre, invece, estendono i confini della morale ad altri esseri viventi, se non addirittura a tutta la natura (biocentrismo, etica della Terra).

Particolarmente forte è la pressione per riconoscere come soggetto etico, se non tutti gli esseri viventi, ogni essere senziente, umano e non umano, in grado di provare piacere e dolore perché in grado di esprimere una preferenza. Ci sarebbero, secondo questa concezione, esseri umani non senzienti e animali invece senzienti. «Le creature senzienti», afferma P. Singer, il più noto rappresentante di questa concezione, «hanno bisogni e desideri, preferiscono alcune condizioni ad altre».

Molte di queste impostazioni dell’ecologia considerano l’uomo un semplice prodotto storico di leggi evolutive, perciò «antiquato» (G. Anders). Non ci sarebbe che attendersi una genìa post-umana più evoluta, facendo tappa nel trans-umano. Categorie e concetti come anima, corpo, ragione, coscienza, persona, finalità o vengono definitivamente cancellati o subiscono deformazioni che rendono incomprensibile che cosa vogliano dire, fino a essere sostituiti con altri concetti sottili e leggeri come complessità, emergenza.

Per esempio il concetto di natura è inteso come un «tutto-indistinto-che-si-evol-ve». I termini «essere umano» e «persona» potranno essere designati in futuro come entità completamente differenti da ciò che oggi significano, fino a poter scomparire con il trionfo del cyborg o dell’animale. A ragione Vaierà denuncia come gran parte dei queste concezioni dell’ecologia si fondino su una antropologia che sfrutta l’usura di parole e concetti per decostruirli, svuotarli cioè del loro significato originario e utilizzarli in maniera strumentale.

Il post-umanesimo «si rivela come la fine delle differenze, delle nostre categorie di pensiero, e, pertanto, di un possibile linguaggio antropologicamente codificato». Essere transumanati significa accettare che la specie umana, corruttibile e limitata, ha infinite potenzialità che la tecnologia può realizzare dando luogo a radicali cambiamenti morali nel mondo della cultura e della vita quotidiana alla ricerca di un uomo biologicamente perfetto. Si tratta di un’indefinita evoluzione «autodiretta» di un essere umano contaminato da una tecnica che modifica il suo corpo.

Solo l’essere umano, dotato di razionalità giudicante, è in grado di riconoscere, non arbitrariamente, il bene negli altri esseri. Pertanto, in questa ottica, afferma Vaierà, l’uomo, sebbene talvolta possa ritenere la natura come strumentale ai propri fini, sa riconoscere al medesimo tempo il suo proprio valore e pertanto si ritiene responsabile del suo sviluppo e della sua fioritura. Non è quindi giustificabile, sarebbe antropocentrismo da condannare decisamente, l’attribuire all’essere umano un dominio assoluto sulla natura per trasformarla utilitaristicamente in merci così da ottenere ritorni e guadagni immediati.

La «persona» secondo Guardini

Una corretta impostazione di tutte le questioni e i problemi ecologici presuppone fondamentalmente riconoscere la normatività morale dei caratteri che accomunano tutti gli uomini. Vaierà non ignora la tendenza oggi molto diffusa, per un verso, a innalzare l’animale al livello dell’uomo e, per altro verso, a considerare acquisita la riduzione dell’uomo ad animale; perciò, significativamente, mette come titolo dell’importante capitolo II: «Negare e naturalizzare l’uomo».

Il quesito fondamentale, cui deve rispondere oggi un’ecologia umana, nei confronti di altri paradigmi, è quello dell’effettiva utilizzabilità del termine «persona». L’Autore ricorre al concetto di persona rielaborato da Romano Guardini, che qualifica immediatamente l’essere umano come dotato di ragione, autonomia e libertà, ma anche allo stesso tempo di irripetibilità, responsabilità, spiritualità e dipendenza dall’altro e dall’Altro. La libertà permette all’uomo di diventare sé stesso, attuando tutte le potenzialità della propria natura di essere spirituale, e non semplicemente biologico. L’uomo, infatti, si distanzia in qualche modo, mediante la cultura e la tecnica, dai dati naturali.

Tutti gli esseri umani sono persone, al di là delle funzioni che possono svolgere, e tutte le persone sono esseri umani. La parola «essere umano» rimanda a un piano biologico per individuare la specie di appartenenza, la parola «persona», invece, ha un profilo squisitamente etico-filosofico. Non basta essere creature senzienti che preferiscono alcune condizioni ambientali ad altre per poter essere capaci di compiere, per esempio, quelle operazioni che consentono di svincolarsi da una nicchia ecologica, operazioni che invece sono proprie della natura umana, ben distinta da quella degli altri esseri viventi, sia pure senzienti.

Si è persone in quanto discendenti da esseri umani, anche se disabili e quindi limitati nello svolgimento di alcune funzioni propriamente umane. È improponibile un’ecologia, anche se qualificata da alcuni come «umana», che abbia per oggetto esclusivo quanto è intorno all’uomo (la Gaia Terra, i vegetali, gli animali non umani), attribuendo all’ambiente «vita», «coscienza» e dignità indipendenti dall’essere umano, il quale sarebbe ridotto a un organismo che semplicemente interagisce con altri organismi.

L’unico essere capace di intraprendere un discorso sull’ambiente e di agire intenzionalmente su di esso è l’uomo. Non basta conoscere quali siano e come si svolgano le relazioni tra tutti gli elementi che costituiscono l’ecosistema, poiché, dato che l’uomo ne fa parte in maniera specificatamente umana, bisognerà studiare il come dei suoi liberi com­portamenti per poter stabilire, a partire da beni razionalmente riconosciuti, quale debba essere il posto dell’uomo nel mondo e quali norme garantiscano lo sviluppo armonioso del cosmo.

La casa dell’uomo

Nel terzo e ultimo capitolo, l’Autore espone i fondamenti di un’ecologia umana richiamandosi, in parte, ad alcune note categorie heideggeriane. L’uomo non s’installa semplicemente in un ambiente. L’uomo esiste come uomo in quanto abita un luogo. L’abitare proprio dell’uomo «è già sempre un soggiornare presso le cose» (Heidegger), trasformandole nella sua dimora. L’uomo trascende la natura, abita la totalità del mondo. «Il tratto fondamentale dell’abitare è l’aver cura. […] I mortali abitano in quanto salvano la terra» (Heidegger), non la padroneggiano.

Proprio perché l’uomo abita nel cosmo, egli ha il compito di curare l’ecosistema, cioè una rete complessa di relazioni con altri esseri umani e non umani, viventi e non viventi. L’etica che postula un’ecologia umana non è né antropocentrica né biocentrica, ignora la contrapposizione tra uomo e natura. L’uomo non si trova incapsulato nella natura, ma anzi deve prendersene cura. L’etica stabilisce un rapporto ottimale dell’uomo con il mondo, il modo, cioè, migliore di abitare nel mondo, e di conseguenza di salvarlo e portarlo a compimento. Le gravi devastazioni ecologiche sono da attribuire a una distorta presa di coscienza del modo di abitare dell’uomo.

L’essere umano, mediante la tecnica, non soccombe alle condizioni biologico-ambientali, conscio allo stesso tempo di non poter vivere integralmente fuori da esse. Occorre, tuttavia, tener conto che la tecnica non si limita a soddisfare bisogni, ne crea pervasivamente dei nuovi, a tal punto che l’uomo può diventare non più il suo artefice, bensì finire per servirla con gravi danni all’armonia del cosmo. Un’ecologia umana prescrive, perciò, limiti ai nostri desideri in modo che l’essere umano non lasci a briglie sciolte lo sviluppo della tecnica.

Ogni presunta minaccia della tecnica è semplicemente una minaccia dell’uomo a sé stesso, non è tanto quindi la tecnica a dover essere disciplinata, ma è sempre e soltanto l’agire dell’uomo ad aver bisogno di essere guidato da norme morali. Un’ecologia umana non considera la tecnica il nemico da neutralizzare, bensì lo strumento su cui l’uomo può contare per mantenere l’armonia del creato. È sempre l’uomo a riconoscere l’ordine che regna nel cosmo e quindi le relazioni gerarchiche presenti nelle cose create. Se si riconosce che l’essere umano ha come facoltà propria una capacità superiore agli altri esseri viventi, si dovrà anche valorizzarlo in quanto tale, e, allo stesso tempo, esigere da lui molto di più.

Il dramma ecologico contemporaneo non è soltanto un antropocentrismo senza norme. Per Vaierà il vero dramma si svolge quando l’essere umano non vuole riconoscersi, o non è più capace di farlo, con estrema consapevolezza e umiltà, il principale attore capace di coltivare il mondo accompagnandolo al suo compimento secondo il disegno divino. Dio creatore ha dato all’uomo un potere «con-creativo» dotandolo di un intelletto in grado di conoscere e di sviluppare tutte le potenzialità della propria natura mediante l’acquisto di virtù che rafforzano le sue inclinazioni naturali e, mediante la scienza e la tecnica, le potenzialità della natura cosmica.

Sono le virtù a rendere ordinato il potere che la scienza e la tecnica mettono al servizio dell’uomo. Un’ecologia umana non ricorre ad argomenti catastrofici in modo di incutere paura e così imporre comportamenti che restano per i più incomprensibili, bensì propone una persuasiva pedagogia di atti ecologici che, diventando virtù, perfezionano prima di tutto l’essere umano e lo rendono custode dei suoi simili e del mondo in cui vive. Bene fa Vaierà a spiegare, sulla scia di Aristotele e di Tommaso d’Aquino, l’antropologia e l’etica delle virtù applicate ai rapporti dell’uomo con il suo ambiente e a descrivere i contenuti ecologici delle virtù morali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza.  «Pulizia semantica»

Nelle pagine conclusive, «L’uomo con l’uomo. Un’antropologia relazionale per un’ecologia umana», si presenta a grandi linee il modo umano di intendere un’ecologia come una «scienza della casa» che non auto-censura l’uomo, bensì corrisponde a un suo particolare modo di abitare il mondo. L’abitare umano implica un custodire, un coltivare, un costruire e un accogliere, perché l’uomo non può vivere da solo. L’essere umano non può dimenticare che la casa in cui vive non è sua, ne ha, di generazione in generazione, solo il possesso. Egli dipende da questa casa, il cosmo, senza il quale non potrebbe esistere.

Da qui nasce l’esigenza della custodia, come modalità responsabile di vivere il rapporto con tutto ciò che è altro dall’uomo e che da sempre lo precede. La casa è luogo di relazioni, di apertura all’altra persona, e poi agli altri esseri viventi e non viventi, di cui non solo ci si serve per poter vivere.

Siamo davanti a uno studio teoretico, come afferma l’Autore, di «pulizia semantica», reso necessario dalle distorsioni e dalle superficialità e rimozioni che ha subito il linguaggio nella nostra cultura post-metafisica. Opportuni e densi intermezzi filosofici svelano il vero significato e l’attualità di parole come natura, persona, sostanza, accidente, relazione, ordine, strumento tecnico, valore, virtù, ovviamente ecologia e molte altre, che aiutano a comprendere la razionalità delle posizioni assunte e a evidenziare la mancanza di ogni fondamento anche logico di teorie e luoghi comuni di molta pubblicistica ecologica vittima di una visione parziale e distorta dell’essere umano che facilmente diventa anti-umana

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