La sindrome post-abortiva. Descrizione e atteggiamento terapeutico

post abortoArticolo pubblicato su Cristianità n. 232-233 (1994).

Dal 26 al 28 maggio 1994, a Sion, in Svizzera, con il patrocinio del vescovo, S. Em. il card. Henri Schwery, si è svolto un convegno sul tema Gravidanza, nascita, bambino. Dove sono richieste considerazioni etiche?, organizzato in collaborazione dall’Associazione Medici Cattolici Svizzeri e dall’Associazione Internazionale di Medici per una Regolazione Naturale della Fertilità (cfr. Rispettare il dono della vita nascente e la dignità della procreazione, in L’Osservatore Romano, 11/12-7-1994). Nella prima sessione di venerdì 27, ha tenuto una relazione il dottor PHILIPPE SHEPENS, segretario generale della Federazione Mondiale di Medici per il Rispetto della Vita Umana. Ne pubblichiamo il testo, in una traduzione redazionale dell’originale letto in francese — Le syndrôme post-avortement: description et attitude thérapeutique — con la gentile autorizzazione dell’autore e degli organizzatori del convegno.

1. Ero un giovane medico quando, nel 1970, presi per la prima volta la parola per stigmatizzare l’atteggiamento della società in generale, e della classe medica in particolare, di fronte a quell’orrore, a quella negazione dei diritti dell’uomo che è l’aborto (provocato).

Nel 1994, quasi un quarto di secolo dopo, constatiamo che, nella mentalità della gente, è cambiato poco. La volontà, più o meno confessa, di non voler assumere le proprie responsabilità di fronte alla più naturale delle conseguenze dell’atto sessuale, cioè la procreazione di un individuo nuovo della specie umana, è evidente e apre la porta ad abusi ripugnanti, che le generazioni future ci rimprovereranno con ragione.

L’aborto è l’unico atto che uccide oltre il 100%. Il bambino viene sempre ucciso e talvolta muore anche la mamma, anche nei casi di aborti legali e “asettici”.

Dal punto di vista della pratica medica, anche al di fuori di ogni connotazione etica, l’aborto (provocato) è un’operazione totalmente diversa da ogni altro intervento chirurgico. Quando un chirurgo decide di operare un paziente, lo convoca nello studio per confermarsi prima nella diagnosi e per spiegargli quel che vuol fare, affinché il malato o la malata possa assumersi le proprie responsabilità e dare un consenso ben informato.

Nell’aborto la donna, in generale, non vede l’abortista, che non ha tempo da perdere in chiacchiere preliminari. A “consigliare” l’intervento e a raccogliere il consenso della richiedente sono infermiere e altre persone, generalmente donne. Poi raccolgono il “prezzo del sangue” prima ancora dell’intervento. La fiducia non sembra molta… Inoltre, è contrario alla regola generale che prescrive al medico di chiedere il suo onorario dopo l’intervento.

Da ultimo, l’aborto è il solo intervento in cui l’operatore non segue mai l’operata dopo.

È normale che un chirurgo si preoccupi, dopo l’operazione, della buona ripresa del suo malato. Egli segue l’evoluzione verso la guarigione di ogni suo operato. Nel caso dell’aborto, chi l’esegue non rivede le sue pazienti, a meno che non ritornino per un altro aborto. Il dopo e la “gestione” di eventuali complicazioni sono fatti dal medico generalista o da un ginecologo “normale” o persino dal servizio delle urgenze di un ospedale vicino.

Questo modo di praticare la “medicina” va definito aberrante. Per conto mio, il fatto di uccidere un essere umano deliberatamente e con premeditazione non è medicina. Soprattutto se si tiene conto che nel 95% e più dei casi l’indicazione che conduce all’aborto non è un’indicazione medica. Per questo non mi stupisce che le modalità pratiche di procedere siano così diverse dal modo normale di fare la medicina.

La pratica superbanalizzata dell’azione di morte chiamata aborto ha reso di nuovo attuale e fatto uscire dall’ombra altri aspetti, conosciuti per la verità già da tempo.

2. Tra questi la sindrome post-abortiva.

Permettetemi di presentarvi questa sindrome raccontandovi un caso da me vissuto come chirurgo.

Era una giovane donna di quasi trent’anni, infermiera in un ospedale; venne da me per una patologia minore al viso, che dovevo operare. Le chiesi se, in precedenza, aveva già subito altre operazioni: dapprima mi disse “no, mai”, poi, correggendosi, mi disse, con una punta di emozione mal controllata: “salvo un aborto”. Non dovetti “spingere” per saperne di più, perché lei si sentì molto sollevata per il fatto di poter raccontare tutta la sua storia.

Cinque anni prima della nostra consultazione si era trovata incinta per la seconda volta. Durante il secondo trimestre di gravidanza, passato bene, il ginecologo vide sull’ecografia che il bimbo era anencefalo.

Come sapete, l’anencefalo è un bimbo che possiede solo le zone “inferiori” del cervello. Egli vive perfettamente fino alla nascita, ma muore sempre nel lasso di qualche ora o di qualche giorno dopo la nascita. Un’amniocentesi confermò ancora questa realtà e il ginecologo propose di eliminare questo bambino per isterotomia, una specie di minicesareo, in cui il bimbo viene estratto per laparatomia (apertura dell’addome), come nel cesareo “classico”, e poi messo, appena dopo la morte che non tarda ad arrivare, nei rifiuti.

La giovane donna, spaventata dalla diagnosi terribile di anencefalia, fu tranquillizzata dal ginecologo, che trovò l’aborto la soluzione “migliore” per risolvere il trauma psichico che comporta la nascita di un bimbo destinato a morire immediatamente dopo la nascita. Perciò lei diede il consenso per l’isterotomia, che fu immediatamente eseguita. Ella non vide il suo bambino, che morì, secondo il ginecologo, immediatamente dopo la nascita.

L’illusione della “liberazione” fu, purtroppo per lei, di breve durata.

La perdita di un bambino, anche prima della nascita, è causa naturale di un tempo di lutto per ogni madre. Ogni donna che ha avuto un parto immaturo o un aborto spontaneo potrà testimoniarlo. Tuttavia, quando il bimbo muore di morte naturale, il tempo fa superare, più o meno, questa tristezza della madre, non cancellando però mai un sentimento di perdita insostituibile. L’accettazione della morte d’un bimbo è cosa difficile per ogni madre. Ma quando questa morte avviene in modo deliberato, organizzato prima, quando il bimbo è ucciso da un medico, il trauma psichico è maggiore. Questa giovane donna, cinque anni dopo, era diventata una nevrotica, che non cessava di accusarsi d’aver ucciso suo figlio.

Facendomi in qualche modo l’avvocato del diavolo, le dissi che, comunque, questo bimbo era un condannato a morte con la condizionale, e che la colpa pesava totalmente sul medico e non su di lei. Mi rispose giustamente che anche lei era colpevole per aver detto “sì” al medico. Si sentiva realmente “complice” dell’uccisione di suo figlio. Questa visione delle cose è purtroppo perfettamente esatta, sia umanamente che giuridicamente. Non mi perdonerò mai d’aver consentito all’uccisione del mio bimbo — mi dichiarò — e ciò mi perseguiterà sempre”. “Sono stata io a dire “sì” alla proposta del mio ginecologo”.

Cosa si può ancora rispondere, di fronte a una tale disperazione umana?

La base stessa della sindrome post-abortiva si situa al livello della percezione soggettiva del tutto esatta dei fatti, cioè dell’aborto subìto. In altri termini: la donna risente l’aborto come il fatto d’aver ucciso il proprio figlio in modo cosciente e premeditato. Il fatto che l’esecutore sia stato un medico accresce l’orrore dell’accaduto.

Come abbiamo visto prima, la percezione di una complicità da parte della donna è d’importanza capitale per tentar di capire cosa avviene nella coscienza della donna che ha abortito. Partendo da questi fatti è chiaro che la sindrome post-abortiva costituisce per la donna una prova ben più terribile della perdita di un bambino per aborto spontaneo e, probabilmente, anche di un bambino che muore dopo la nascita.

La ragione sta nel fatto che questa colpevolezza è risentita fortemente da ogni donna che abortisce.

Nessuna crede nel proprio intimo d’aver eliminato con l’aborto solo “un piccolo mucchietto di cellule”, come vien definito su una certa stampa femminile poco scrupolosa di rappresentare i fatti come stanno. Ogni donna sa che abortendo uccide. E che uccide il proprio figlio. E che lo fa in modo lucido e premeditato.

L’elemento di panico di fronte alle proprie responsabilità, davanti al proprio avvenire, talvolta cambiato radicalmente a causa di questo concepimento indesiderato, è solo un aspetto drammatico supplementare, benché contingente, in questa prova.

Le conseguenze per la donna colpita da questa sindrome terribile sono lì a testimoniarne la gravità.

Secondo l’Elliot Institute for Social Sciences Research:

il 90% di queste donne soffre di danni psichici nella stima di sé;
il 50% inizia o aumenta il consumo di bevande alcooliche e/o quello di droga;
il 60% è soggetto a idee di suicidio;
il 28% ammette di aver persino provato fisicamente a suicidarsi;
il 20% soffre gravemente di sintomi del tipo stress post-traumatico;
il 50% soffre dello stesso in modo meno grave;
il 52% soffre di risentimento e persino di odio verso quelle persone che le hanno spinte a compiere l’aborto.

Non vi sono statistiche su certi altri aspetti, come gli incubi notturni, le difficoltà di relazioni interpersonali, gli stati di panico, di depressione incontrando altri bimbi o bimbe.

La comparsa di disturbi organici a seguito di questo stato di “trauma psicologico” è anche difficile da quantificare, ma molte donne soffrono di disturbi ginecologici dopo l’aborto. Fra questi l’amenorrea (cessazione della mestruazione) prolungata, dolori persistenti ai seni. Tali disturbi, che possono trascinarsi per anni, non si spiegano solo con l’aspetto chirurgico dell’intervento. Queste donne subiscono pure, molto frequentemente, diversi sintomi di relegazione nel loro subcosciente dell’aborto subito. Si sforzano di compensare il loro rimorso, più o meno ammesso, attraverso un’attività vicariante; gettandosi in pieno nelle loro occupazioni, rese sempre più trepidanti allo scopo di non dover pensare ancora…

Spesso queste donne non mettono in relazione i loro disturbi psichici con l’aborto subito. Ciò non facilita il compito del medico consultato per sintomi a prima vista molto disparati. Si è ben lungi dai luoghi comuni ripresi incessantemente dalla stampa favorevole all’aborto. Avere il coraggio di dire che le donne dopo l’aborto sono sollevate rappresenta una subdola disinformazione. Infatti, se il problema talvolta grave che crea un concepimento inatteso e indesiderato sembra “risolto” con l’uccisione del bambino dichiarato indesiderato e indesiderabile, d’altra parte la vita della donna continua.

L’idea di omicidio del proprio bambino rimane scolpita nella memoria. Aggiungerei che la sindrome post-abortiva non concerne esclusivamente la donna che ha abortito.

Anche altri possono subire certe angosce di questo tipo. Anzitutto il marito o, più in generale, il padre biologico del bambino ucciso, soprattutto se ha dovuto cedere davanti alla decisione della sua compagna. Il sentimento dominante sarà quello di una profonda impotenza di fronte alla decisione della madre. Questo causerà frizioni intollerabili nella loro vita matrimoniale, portandoli spesso verso il divorzio. E anche un senso di colpevolezza per non aver potuto impedire l’aborto. E, da ultimo, un senso di perdita di responsabilità, perché comunque il “padre” non ha più niente da dire nel campo del concepimento e della salvaguardia del bimbo prima della nascita.

E anche i fratelli e le sorelle del bambino abortito. Quello che gli americani chiamano “la sindrome del sopravvissuto all’aborto”. Vi son pochi studi su questo argomento, ma è abbastanza facile immaginare cosa deve pensare un figlio dei propri genitori quando viene a sapere che uno dei suoi fratelli o sorelle è stato ucciso da un medico su domanda esplicita della loro madre, con il consenso del padre (se ciò è richiesto).

Il sintomo prevalente in questi bambini è un grande senso d’insicurezza; una perdita di fiducia, accompagnata, talvolta, da senso di paura, d’avversione e persino di odio verso i genitori giudicati “capaci di uccidere anche loro, dal momento che hanno osato uccidere un fratello o una sorella”.

E, infine, anche gli altri membri della famiglia, e in modo particolare i nonni. Questi ultimi vedono la loro discendenza più lontana, i loro nipotini uccisi dai loro stessi figli. Quando si vede l’affetto particolare che molti nonni hanno per i loro nipoti, non occorre essere psichiatra per rendersi conto di cosa devono sentire nel proprio intimo i nonni di un bambino abortito

3. Dopo questa descrizione realista, come medici attenti al benessere di tutti i malati, vogliamo illustrare anche l’atteggiamento terapeutico di fronte a tale sindrome.

Evidentemente l’aborto, così come l’esecuzione capitale, è irreversibile; per cui ogni terapia sarà essenzialmente palliativa. Non bisogna farsi illusioni, non esiste una terapia curativa di questa sindrome.

La morte è irreversibile. Ogni persona colpita dalla morte di un parente sa cosa voglio dire. Però è dovere di ogni persona, e ancor più di ogni medico, aiutare chi soffre. Il dovere di consolare e di assistere psicologicamente è un obbligo perentorio.

Il carattere d’irreversibilità ci costringe a considerare anzitutto l’importanza della prevenzione.

Infatti, nella dissuasione bisogna mettere l’accento non solo sull’aspetto dell’uccisione di un essere umano che è l’aborto, ma anche sulla distruzione psicologica che ciò porta con sé, non solo sulla personalità della donna, ma anche su quella del coniuge, degli altri bambini e della famiglia in generale. L’aborto è davvero “mortale” anche per i rapporti familiari e per la psiche delle persone più vicine alla donna che abortisce.

Troviamo, fra gli specialisti della terapia, “scuole” diverse relativamente alla percezione degli atteggiamenti e dei comportamenti da tenere di fronte a questa forma particolare di miseria. Tuttavia, noteremo più avanti che dai testi di questi esperti, che sono peraltro di origine e di formazione molto disparate, emerge una straordinaria unanimità.

Uno degli istituti specializzati, I’lnstitute of Pregnancy Loss and Child Abuse Research and Recovery (IPLCARR), situato in Canada (Colombia britannica), e diretto dallo psichiatra professor Philip Ney, forma consiglieri specializzati. Essi sono preparati in modo approfondito nelle tecniche di aiuto psicologico. Imparano a evitare le trappole di rimozione (refoulement) nella donna che soffre, per farle prendere pienamente coscienza del suo errore e per guidarla nel processo di lutto e di svolgimento (déploiement) spirituale, unica via praticabile per “uscire dal tunnel”.

Susan Standford descrive nei dettagli una via simile nel suo libro Will I Cry Tomorrow?, “Piangerò domani?”. Questa psicologa americana ha, del resto, iniziato la sua carriera di specialista della sindrome post-abortiva subendo lei stessa un aborto. Ora dedica la sua vita alla cura delle donne che hanno abortito. Lo fa assieme a suo marito, il dottor Vincent Rue.

Questi esperti hanno trovato che il processo terapeutico del conflitto psicologico poteva essere paragonato al processo di accettazione della propria morte più o meno imminente, così come l’ha descritto Elisabeth Kübler-Ross, psichiatra americana di origine svizzera.

Questa progressione avviene, come alcuni di voi sapranno già, in 7 tappe successive:
1. la negazione del problema;
2. la rabbia per il fatto di dover affrontare il problema;
3. il mercanteggiamento con la propria coscienza per tentare di liberarsene;
4. la depressione;
5. il senso di colpa e di vergogna;
6. il perdono;
7. la riconciliazione.
È praticamente impossibile, per la donna che ha abortito, arrivare alle due ultime tappe senza aiuto esterno. Qui si trova appunto lo spazio operativo dei consiglieri psicologici. Perché il fatto di non progredire più dopo la tappa 4 (depressione) o 5 (colpa/vergogna) è all’origine del tasso di suicidi elevato in questa categoria.
La signora Meta Uchmann, che dirige Suicide anonymous a Cincinnati, nello Stato dell’Ohio, negli Stati Uniti d’America, ha dichiarato che il suo gruppo, in 2 anni e mezzo di tempo, aveva curato più di 4000 casi di (tentativi di) suicidio di donne. La metà di questi casi riguardava donne che avevano abortito. Fra queste, 1400 erano di età fra i 15 e i 24 anni, che è la fascia d’età in cui, negli Stati Uniti d’America, il tasso di suicidi mostra il picco più elevato. Ma anche una buona formazione generale non è sufficiente per condurre a buon fine questo compito.
Il dottor Pablo Verdier, psichiatra uruguaiano, specializzato in questa sindrome, insiste per esempio sul fatto che i confessori cattolici dovrebbero badare affinché le loro penitenti non abbiano a confessare “un aborto”, bensì “il loro aborto”, senza di che non potranno progredire oltre sulla via delle 7 tappe citate prima. Questo fatto è pure citato dal card. Joseph Ratzinger nel suo scritto sulle questioni importanti attuali sulla Fede. Il dottor Vincent Rue chiama questo “to name the pain”, “dare un nome al dolore”.
Come Susan Standford, il dottor Pablo Verdier auspica quel che chiama “sueño diurno dirigido”, il “sogno sveglio guidato”. È uno stato in cui la donna che ha abortito si concentra intensamente sul proprio aborto, immaginandosi il più vivamente possibile il proprio figlio che viene ucciso e che lei rimette in spirito al Creatore e Redentore del mondo.
È chiaro che questo suppone un “quadro di fondo” intensamente religioso. Constatiamo en passant che il cattolico Pablo Verdier e la protestante Susan Standford sono unanimi nel promuovere questo approccio quasi teologico del problema della terapia della sindrome.

4. Per concludere, si è obbligati a constatare, che attraverso la donna “dilacerata” psicologicamente dal suo aborto, che la fa ritrovare agli antipodi assoluti della sua vocazione specifica, e cioè della maternità, si dilacera progressivamente tutta una società, tutto un mondo.

In nome di ideologie dubbie, si vanta e si predica una visione cosiddetta “nuova” della società, libera dalla morsa della morale giudeo-islamico-cristiana. In questa visione nuova, in cui l’era dei Pesci è sostituita dall’era dell’Acquario, l’uomo diventa misura di tutte le cose. Dispone di tutto, dei suoi simili, di sé stesso, fino al miglioramento della propria specie attraverso la manipolazione genetica e fino all’autodistruzione per eutanasia volontaria. Ma, soprattutto, gestisce i propri simili da veterinario, eliminando tutti coloro che si trovano “sul suo cammino”.
Questa pretesa novità è purtroppo un ritorno tipico del paganesimo che conobbero i nostri antenati romani e germani. Peggio ancora, è neodarwinismo sociale, un comportamento degno degli animali della giungla, in cui la sopravvivenza del più forte si realizza a scapito della vita dei più deboli.
La pretesa “novità” è in ultima analisi un regresso verso una sorta di primitivismo, terreno favorevole all’esplosione di un totalitarismo in mano a una oligarchia: la cosiddetta “nuova élite” di quanti, con la forza e con la furbizia, hanno preso il Potere, schiacciando i “seccatori”. È nel contempo l’inizio della fine della democrazia.
Noi medici ci sentiamo, come tutti gli altri uomini, minacciati da questa evoluzione. Ma la nostra professione, dedita ad alleviare la sofferenza altrui, si vede “promossa” a un triste livello di tecnocrati, o meglio di biocrati.
Noi dovremmo, in qualità di “leviti della società secolarizzata” — come diceva così saggiamente il professor Levinas — utilizzare le tecniche della nostra arte per partecipare al potere totalitario soggiogante, così come desiderava Pierre Simon nella sua opera De la vie avant toute chose.
Noi dobbiamo rifiutare, in nome dei Diritti dell’uomo, in nome del Decalogo, perché tutti gli uomini hanno diritto alla vita e alla pienezza della loro personalità.
Noi rifiutiamo di far dipendere il progresso scientifico da esperienze e da pratiche letali per alcuni fra gli uomini.
Non pensate solo alle piccole vittime degli aborti, alle loro madri ferite a vita nella psiche. Pensate a tutti quegli embrioni, veri esseri umani chiamati “soprannumerari” e quindi eliminabili in un lavandino di laboratorio. Pensate ai feti indiscriminatamente distrutti perché sono troppo numerosi nel grembo materno, e questo a causa del HCG e del Clomirene iniettati dai medici per aumentare la fecondità della loro madre. Pensate a tutti gli embrioni manipolati in ogni modo affinché diventino bambini “perfetti”, almeno fisicamente. E, per finire, pensate a voi stessi.
Siete sfuggiti a tutte queste trappole. Ma siete sicuri di sfuggire alla trappola finale, alla fine dei vostri giorni? Siete sicuri che un medico deviato non ponga fine ai vostri giorni prematuramente, con un’eutanasia applicata correttamente, secondo i criteri che un giorno l’ordine dei medici svizzeri stabilirà, ricalcando quelli già praticati dall’Associazione reale olandese per la promozione della medicina?
La nostra Federazione Mondiale di Medici per il Rispetto della Vita Umana, che conta 300.000 membri in 70 nazioni, si è proposta di realizzare l’ideale della vera medicina, la medicina al servizio dell’uomo in prima linea assoluta.
Come diceva il professor Michel Schooyans, i medici devono diventare, nella nostra epoca, i pastori della libertà. Questo possa penetrare bene in voi per aiutarci a realizzare questo ideale.

Bibliografia

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Institute of Pregnacy Loss and Child Abuse Researcb and Recovery (IPLCARR), Victoria BC (Canada), lettera d’informazione The Institute of Pregnacy Loss & Child Abuse Research Recovery Newsletter
Karminski-Burke Theresa, Abortion and post-traumatic stress disorder: the evidence are piling up, in Human Life International Reports, vol. 12, n. 3, marzo 1994, pp. 1-4
Life (Inghilterra), After Abortion, towards understanding the problems, (opuscolo di 12 pp.)
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Standford Susan M., Will I Cry Tomorrow?, Fleming Revell Cy, Old Tappan 1986
Training in Group Counselling (pieghevole), IPLCARR
Verdier Pablo, Subtipos clinicos del sindrome post aborto, in Caminos de esperanza, n. 23, novembre-dicembre 1993
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