La Jihad ora punta all’Europa

italian_talebanRadici Cristiane n. 97 settembre 2014

Sono determinati, agguerriti, sanguinarii i combattenti della jihad vogliono imporre la sharia ovun-que. Anche in Europa. Anche in Italia. Dove già stanno reclutando centinaia di nuovi adepti tramite le carceri e Facebook. E proprio i combattenti occidentali, dopo un periodo in Siria od in Iraq, potrebbero essere chiamati un giorno a disseminare il terrore ed a versare il sangue nella loro Patria…

di Mauro Faverzani

A far problema è il fatto che tornino: il rientro in Patria degli europei affiliati alla Jihad e trasferitisi in Siria, per combattere a fianco dei cosiddetti ribelli al regime del Presidente Bashar al-Assad, è certo che comporti ormai dei gravi rischi. Il primo dei quali è il fatto che le loro idee si siano fatte ancora più radicali e che per questo covino sentimenti di vendetta contro chiunque la pensi diversamente da loro in particolare, contro l’Occidente in generale…

Il timore è stato espresso a chiare lettere dall’ ex-ufficiale dell’intelligence francese, Alain Shue, all’incontro internazionale dei rappresentanti europei, tenutosi gli scorsi 8 e 9 maggio a Bruxelles. Al summit erano presenti anche Paesi extra-Ue coinvolti nella missione siriana, come gli uffici antiterrorismo di Usa, Turchia, Marocco e Tunisia.

Nessuno può dire con esattezza quanti siano attualmente i mercenari stranieri andati a combattere Assad, ma si stima che possano oscillare tra le 5 e le 11 mila unità, il che già equivarrebbe alla più grande mobilitazione di forze jihadiste internazionali dopo la guerra anti-sovietica, condotta in Afghanistan trent’anni fa. Si tratterebbe soprattutto di francesi, inglesi, tedeschi, belgi, olandesi, norvegesi ed irlandesi.

IN CARCERE E SU FACEBOOK

Il primo canale di reclutamento delle giovani leve della Jihad è dato dal carcere. A confermarlo al settimanale francese L’Express è stato Karim Mokhtari, ex-detenuto presso la prigione di Amiens, nella Somme, per rapina a mano armata ed omicidio involontario. Ad impressionarlo, durante l’ora di ricreazione, erano i galeotti musulmani, inginocchiati per pregare su tappeti di fortuna. Gli hanno offerto cibo, vestiti, ascolto ed, in più, gli han parlato dell’amore di Dio. Lui, in quel momento, privo di tutto, ne aveva bisogno.

Per circa sei mesi, Karim ha seguito i corsi di Corano del guru salafita del posto, senza capire granché delle preghiere recitate: «Quando, alla fine, mi ha chiesto di difendere l’islam nel mondo, io ho avuto la forza d’oppormi e di interrompere questo cammino d’iniziazione. Dietro la voce dolce e l’indubbio carisma del loro capo si celavano intenzioni violente». Attualmente sono una settantina, in Francia, i detenuti, che chiamano alla preghiera ed in possesso di libri salafiti, secondo quanto rivela Bruno Clément-Petremann, capo dello Stato Maggiore di Sicurezza dell’amministrazione penitenziaria nazionale d’Oltralpe. Si noti: circa la metà dei 69 mila galeotti in Francia è di cultura o di religione musulmana.

Il secondo canale di reclutamento è offerto da Facebook. Balli, nuoto, serate kebab… Le foto postate da Salaheddin sono decisamente fuorvianti. Poiché lui, “Abou Abda Llah Guitone” come si fa chiamare on line, è parigino, ma vive da un anno in Siria. Ed ogni giorno, sui social network, racconta ai suoi 4 mila “amici” virtuali la sua vita di giovane soldato del temibile Isil, il sedicente Stato islamico in Iraq e nel Levante, organizzazione cui lui si è donato corpo ed anima. I neocombattenti originali dell’Europa si raccontano volentieri on line. Con l’obiettivo esplicito di reclutare nuovi combattenti tra gli internanti europei. Ed i pesci, purtroppo, abboccano…

«Passo dopo passo, si trovano circondati, da questi nuovi, insistenti contatti», afferma Benjamin Ducol, dottorando all’Università di Lavai, in Canada, ed esperto dell’estremismo on line. Una strategia simile è quella segnalata dal giornalista Terence McCoy sul Washington Post sui social network vengono postate e condivise immagini di teneri gattini, che abbracciano armi jihadiste, nel tentativo di conquistare gli adolescenti europei e americani alla “causa” islamica.

UN “PUZZLE” ORMAI INTERNAZIONALE

A prima vista, le violenze nel Nord del Mali, in Nigeria o in Centrafrica hanno poco in comune. Invece, è tutto collegato. E fa paura alle Cancellerie di mezzo mondo, anche per le possibili ripercussioni. Europa compresa. L’Mlna, Movimento nazionale di Liberazione dell’ Azawad, non trovando più in Francia il sostegno del passato, ha puntato con successo su Svizzera, Spagna ed Estonia. Non solo: il Nord del Centrafrica è di difficile accesso. Un sito ideale per formare jihadisti. A fine aprile, a Birao, nel Nord-Est del Paese, diverse fonti locali hanno riferito la presenza di un gruppo di una cinquantina di donne anglofone, addestrate da ex-Seleka e da altri individui armati fino ai denti, anch’essi anglofoni. Per questo, i servizi segreti occidentali stanno mantenendo alta la guardia.

Gli Stati Uniti non sembrano aver ancora ben inquadrato ancora la gravita della situazione. Altrimenti il Presidente, Barack Obama, non avrebbe mai accettato lo scambio proposto quest’estate dagli jihadisti: la liberazione del prigioniero americano Bowe Bergdahl, nelle mani dei talebani dal 2009, in cambio di cinque loro terroristi, imprigionati nel super-carcere di Guantanamo. Questi sono stati subito trasferiti in Qatar. Qui dovrebbero restare sotto stretta sorveglianza e senza permesso di espatrio almeno per un anno. Ma dopo? Quei cinque sono stati definiti dal senatore repubblicano John McCain «i più irriducibili fra gli irriducibili, le persone più ad alto rischio in assoluto. Altri che abbiamo rilasciato in passato – ha aggiunto — sono tornati subito a combattere».

La procedura seguita dalla Presidenza Usa è stata, a dir poco, irregolare: Obama avrebbe dovuto chiedere al Congresso il permesso, prima di autorizzare lo scambio dei prigionieri, specie nel caso specifico in cui la controparte sia un movimento terrorista in lotta con gli Stati Uniti. L’urgenza delle circostanze ed il coinvolgimento nel negoziato di un Paese terzo, il Qatar, avrebbero invece convinto Obama ad infischiarsene delle regole. Per questo i talebani hanno festeggiato l’evento come una delle loro più importanti vittorie: ora il rischio di imminenti, nuovi sequestri di soldati americani è dietro l’angolo.

In Spagna le cose non vanno meglio: gli jihadisti, qui, in apparenza conducono una vita normale, anonima. In realtà, reclutano ed inviano le nuove leve in Siria ed in Iraq nelle fila dell’Isil che contende ad Al Qaeda l’egemonia del terrorismo internazionale. Almeno due dei nove individui, arrestati a metà giugno a Madrid nell’ambito dell”‘Operazione Gala”, lavoravano da anni, senza che nessuno avesse saputo o intuito della loro appartenenza alla cellula jihadista denominata “Brigata Al Andalus“.

Secondo quanto riferito ad Europa Press da fonti investigative, uno di loro sarebbe Oiale Chergui, già reclutato, indottrinato ed addestrato al combattimento dall’Isil. 25 anni, marocchino, sposato e da pochi mesi padre, Chergui ha lavorato sin da ragazzo in una Ong di Madrid: tre ore al mattino, tre al pomeriggio, tutti i giorni. Senza che nessuno sospettasse alcunché, prima del suo arresto. I suoi colleghi non immaginavano ch’egli frequentasse la tenuta di Àvila, centro di guerriglieri islamici: «Si era fatto crescere la barba e slava tatto il giorno con il Corano in mano, però era la sua religione, non ci abbiamo fatto molto caso».

Un altro degli arrestati è Abdeslam El Haddouti, a capo del gruppo “Lahcen Ikasrrien“. El Haddouti, 35 anni, originario di Tetuàn, in Marocco, lavorava da anni alla Fnmt, la Reale Zecca spagnola. In passato era stato detenuto a Guantanamo, dopo esser stato bloccato in Afghanistan, mentre combatteva a fianco dei talebani.

Secondo gli inquirenti, la cellula smantellata aveva raggiunto un alto livello di esperienza e professionalità, senz’altro superiore a quello dei gruppi fermati in precedenza, tra loro disarticolati. Il fatto poi che i terroristi siano riusciti ad insediarsi a Madrid rappresenta un ulteriore motivo di preoccupazione.

Pare che in Spagna, attualmente, il terrorismo islamico possa contare almeno su una decina di sedi logistiche: Madrid, Pamplona, Gerona, Valencia, Murcia, Almeria, Malaga, Cadiz, Ceuta e Melilla Tre i percorsi sfruttati — ma la Polizia è convinta che siano di più — per inviare i neofiti occidentali della Jihad nelle zone di conflitto, soprattutto Siria e Iraq. Secondo gli esperti, tutto ciò rappresenterebbe «un’autentica minaccia per tutta l’Europa».

La prima pista porta all’aeroporto di Malaga destinazione Turchia, Paese al confine con la Siria, dove i candidati terroristi giungono in piccoli gruppi presso il campo di Latakia. Vengono sottoposti ad un corso intensivo, per apprendere a maneggiare armi ed esplosivo, nonché ad un massiccio indottrinamento ideologico. Al termine, vengono inviati nei pressi di Aleppo: qui il lavaggio del cervello si fa molto più aggressivo e li rendono pronti a tutto, incluso, se richiesto, l’immolarsi in attacchi suicidi. L’arresto, lo scorso 5 gennaio, di Abdeluahih Sadik Mohamed, di ritorno dopo nove mesi di combattimento in Siria ed in Iraq, ha convinto il terrorismo islamico, se non ad abbandonare, quanto meno a trascurare tale canale, preferendovi Casablanca, anche perché le sedi più operative, in questo momento, sarebbero Ceuta e Melilla. Nonostante il blitz dei servizi di sicurezza, anche a Madrid resterebbero comunque delle frange operative, per cui le indagini proseguono. Un terzo percorso, sia pure in misura minore, sarebbe Barcellona.

Una rivalità fratricida, sempre più aspra, divide attualmente i diversi gruppi terroristici, in particolare l’Isil — che mantiene l’offensiva contro il regime di Baghdad – ed il gruppo Jabhat al Misra: entrambi si contendono le nuove recinte provenienti dall’Europa. Ma, negli ultimi mesi, si è fatta strada una terza sigla, Harakat Sham al Islam, che pure sfrutta le basi di Ceuta e Melilla, ma anche quella di Castillejos, in Marocco. La maggior parte dei suoi membri – centinaia – sono di nazionalità marocchina. Le autorità di Rabat sono particolarmente preoccupate, poiché ritengono che i suoi seguaci, prima o poi, tornino ad imbracciare le armi, ma questa volta in casa propria, in Occidente.

Il loro obiettivo, oggi, è quello di rovesciare il regime di Bashar al Assad; domani potrebbe essere quello di riservare lo stesso trattamento al regime alawita

Anche la Francia trema. E capisce ch’è finita la festa. Il 17 giugno scorso sono stati effettuati quattro arresti: due uomini e due donne, di età compresa tra i 20 ed i 32 anni, bloccati nel Sud-est del Paese. L’accusa, pesante, è quella di «associazione a delinquere finalizzata al terrorismo». A comunicarlo, è stato il Ministero dell’Interno. È stato questo l’ultimo frutto dell’inchiesta giudiziaria, avviata a Nìmes il 28 febbraio del 2013: ben cinquanta i procedimenti avviati nella Capitale. E, quel che maggiormente preoccupa, è che, a distanza di un anno e mezzo, sembrano essere sempre più numerosi i francesi disposti a trasferirsi in Siria, per darsi anima e corpo alla Jihad: secondo gli esperti dell’anti-terrorismo, il loro rientro rappresenta il principale rischio di attentati in Francia.

I TRAGICI PRECEDENTI

Rischio, del resto, reso sempre più evidente dalla cronaca: pesa ancora gravemente sulle coscienze il ricordo del massacro compiuto lo scorso 24 maggio presso il Museo ebraico di Bruxelles, massacro in cui vennero uccise quattro persone ed una quinta era in fin di vita. Il sospettato, Mehdi Nemmouche, cittadino francese di origine magrebina, ex-galeotto plurirecidivo con 7 condanne a carico, era rimasto in Siria per un addestramento durato oltre un anno, fino al 2012, nel temibilissimo Isil. Era riuscito a far perdere le proprie tracce fino al suo ritorno in Patria, avvenuto in incognita attraverso la Turchia, la Thailandia, Singapore e la Germania, alla cui frontiera finalmente qualcuno si è accorto di lui e lo ha segnalato a Parigi. Ciò nonostante è giunto in Belgio. La sua vicenda è esemplare, per capire quanto l’Occidente ancora sottovaluti il pericolo: Nemmouche è stato arrestato a Marsiglia non dai servizi segreti o su loro segnalazione, bensì nel corso di un normale controllo alla dogana. Ora si trova detenuto in un penitenziario nei pressi di Parigi. All’indomani della sua cattura, altri 12 sospetti jihadisti sono stati bloccati dalla Polizia.

Come dimenticare, ancora, la strage del 19 marzo 2012? A compierla, presso la scuola ebraica di Tolosa, fu Mohammed Merah, un altro cittadino francese, sempre pregiudicato, sempre reduce da un addestramento in Afghanistan e tornato in Patria, per attuare il proprio progetto terroristico. Secondo il censimento operato dal governo, sarebbero attualmente 700 i francesi divenuti jihadisti o prossimi a farlo.

E IN ITALIA?

Secondo quanto risposto dal Ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ad un’interrogazione del Ncd, in Italia sarebbero una trentina i soggetti residenti recatisi in Siria: 8 di questi avrebbero qui già «trovato la morte». Tra questi, Giuliano Delnevo, convertitosi all’islam, morto nel giugno dello scorso anno. Il titolare del Viminale ha però rassicurato: il fenomeno «viene attentamente seguito. Come più volte riscontrato nell’ambito delle indagini di settore, condotte soprattutto in Lombardia ed in Emilia-Romagna, i ‘reduci’ si avvalgono dell’esperienza operativa acquisita, e del carisma di ex-combattenti per radicalizzare gli individui più vulnerabili, costituire reti attive nel reclutamento di volontari o pianificare progettualità terroristiche nei Paesi di residenza. In tale ambito investigativo è in atto un intensissimo scambio informativo tra il nostro Antiterrorismo e analoghe strutture degli altri Paesi europei, in particolare con Germania, Austria e Francia, colpiti in misura più intensa dal fenomeno dei foreign fighters».

L’obiettivo è ora quello di costituire una Squadra Multinazionale ad hoc per questa piaga, su spinta dell’Italia e del coordinatore europeo per la lotta al terrorismo, Gilles de Kerchove.

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